Vaccinati a forza

Di Loredana Lollo

“Ieri mattina, ultimo giorno di scuola per le elementari e per le medie, in città è successo un fatto increscioso. Una squadra di carabinieri, accompagnati dall’assistente sociale e dalla direttrice dell’istituto Calini, hanno letteralmente rapito un bambino per procedere alla sua vaccinazione contro la tubercolosi, prelevandolo dal proprio banco dopo aver fatto evacuare la l’intera classe. La necessità di tale azione di forza nasce ormai più di un mese fa dall’evidenziarsi di un caso di tubercolosi nella scuola situata in contrada del Carmine e dalla difficoltà da parte dell’ASL a procedere alla vaccinazione di tutti i …”
Scutellaro sta leggendo il giornale in piedi, appoggiato al tavolo della cucina, in mezzo ai piatti e agli ingredienti della cena che si stava preparando. Pomodorini tagliati a metà, pasta sulla bilancia, parmigiano sulla grattugia. Tutto lasciato in sospeso per via di una notizia che l’ha incuriosito. Il giornale glielo lasciano davanti al cancello di ingresso, incellofanato, lui lo raccoglie prima di entrare, la sera, e spesso, se c’è qualcosa che gli interessa, non aspetta di aver mangiato, legge l’articolo mentre cucina. Apparentemente senza motivo, lo sguardo si è soffermato su un articolo di cronaca locale, nulla di così importante, l’ennesimo caso di burocrazia cieca e un po’ vile. Ma non è la difesa degli ultimi, né tanto meno i problemi degli immigrati nei confronti della profilassi delle malattie infettive, a interessare Pasquale Scutellaro. Ad attirare la sua attenzione è stato un paragrafetto apparentemente insignificante, probabilmente inserito nell’articolo per arrivare al numero di righe richieste.
“A questo punto, dalla famiglia del bambino è stato sollevato il problema sul luogo in cui eseguire la profilassi. Essi non volevano infatti che il figlio venisse portato in ospedale, per paura che lì fosse in qualche modo trattenuto ed imprigionato, come in un carcere o in un manicomio. Il portavoce del centro culturale islamico di via Corsica, Massoud Aboul Kafir è intervenuto allora calmando gli animi ed invitando genitori e assistenti sociali a trasferirsi nel centro islamico stesso, dove i primi sarebbero stati naturalmente calmati da un ambiente familiare ed amico e dove gli infermieri avrebbero potuto trovare strutture adeguate al piccolo intervento.”
Il centro culturale islamico di Brescia, un posto di cui Scutellaro non conosceva nemmeno l’esistenza. Pascuale non ha grossa dimestichezza con la comunità musulmana. I gruppi di africani e di pakistani nei campi profughi alla periferia della città sono per Scutellaro bacini a cui ricorrere per i lavori più sporchi, una vendetta particolarmente umiliante per la vittima o l’occultamento del cadavere, ad esempio, o per quelli più semplici, lo spaccio al minuto, magari fra gli stessi extracomunitari. Gente che di sicuro non manda i figli al Calini. Pasquale non ha mai pensato che i negri potessero aggregarsi e organizzarsi un centro culturale. E su di loro, più che sui profughi, può esercitare delle pressioni, fare minacce, ottenere il ritiro dei figli da scuola.
Per una strana coincidenza, quella non è la prima volta che le forze dell’ordine lo accompagnano verso la soluzione del suo problema. Era già successo tanti anni prima e così Scutellaro per un momento torna con la memoria all’occasione che gli aveva regalato il soprannome di ‘o pumpiere.
Soddisfatto, Scutellaro ricomincia a prepararsi la cena e nel frattempo rimugina. Gli piace cucinare, gli piacciono le cose semplici e pratiche. Fare soldi, sentirsi sicuro, non dover obbedire a nessuno. Nient’altro. Non ha vizi, non si droga, non beve, non va a puttane. Si concede quelli che lui considera due lussi: una donna delle pulizie ed un amante. Non esattamente uomo, ma non ancora donna: transessuale. Comunque molto giovane e per certi versi molto bello. Pasquale gli sta pagando le cure e gli interventi chirurgici, mente a sé stesso, illudendosi di poter mascherare la propria omosessualità cambiando il genere del compagno. Naturalmente deve tenere la relazione assolutamente nascosta perché omosessualità e transessualità non sono esattamente motivo di vanto per un boss mafioso. Si tratta in ogni caso di frocezza, che significa disonore, debolezza e scuorno. Ragion per cui nessuno deve sapere niente. Cosa non difficile, comunque, perché Scutellaro non ha niente della checca. A parte qualche minuscolo, impercettibile vezzo, come quello di portarsi al naso, nei momenti di tensione, un fazzoletto profumato.
Per ovvi motivi, è bene che anche Ninì, il suo amante, non sappia la sua vera identità. Ninì perciò lo crede agente monomandatario per una società farmaceutica. Questo gli permette lunghe assenze e giustifica le boccette di pasticche e le bustine di polvere bianca che è capitato qualche volta Pasquale si trovasse nelle tasche del giubbotto.
Ninì è l’unico che può sovrastarlo, anche fisicamente, l’unico che può sottometterlo. Rappresenta per Pasquale la faccia oscura della luna, l’eccezione alla regola, il giorno di festa. È il suo rifugio dopo i crimini più efferati, il luogo dove lavare via metaforicamente il sangue che ha addosso. E così può capitare che Ninì gli dia degli ordini, si faccia beffe di lui, lo tratti male, può capitare che sia violento. Ninì è lunatico, irascibile, imprevedibile. Pasquale subisce i suoi sfoghi passivo, umile, mansueto. Poi magari non si fa vedere per un mese. Se torna, è perché ha bisogno di ritrovare un equilibrio, uscire dal delirio di onnipotenza che il potere mafioso gli concede. È così che fino ad oggi non ha ancora commesso errori, non ha mai superato il limite.
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One thought on “Vaccinati a forza

  1. Era la fine degli anni settanta, gli anni della prima colonizzazione della Lombardia da parte della ‘ndrangheta, gli anni dei sequestri di persona. Quel giorno si trattava proprio di un rapimento. Pascuale Scutellaro, allora poco più che ventenne, aveva il compito di autista. In pratica il suo primo incarico all’interno della ‘ndrina di Sant’Eufemia. La cosca fino a quel giorno aveva gestito i traffici di droga nel quartiere e la prostituzione in zona Mandolossa. Il sequestro di persona rappresentava un salto di qualità, se così si può dire. L’obiettivo era un ricco industriale bresciano. Il piano consisteva nell’andarlo a prendere direttamente a casa, una bella villa sulla collina alle spalle della città, la Maddalena, a mezzogiorno, quando l’industriale tornava a casa per il pranzo e non c’era nessun altro della famiglia a rompere le scatole. Quella era una giornata di caldo torrido. Scutellaro era rimasto in auto col motore acceso. Gli altri due complici erano scesi ed erano entrati nella villa scavalcando il muro di recinzione. Avrebbe dovuto essere un’operazione facile, quello era il primo rapimento a Brescia, i sistemi di allarme erano ancora rudimentali nelle ricche ville della ricca periferia, invece dopo più di mezz’ora i due ancora non si vedevano arrivare. L’acqua nel motore si stava velocemente surriscaldando e dal cofano cominciò ad uscire un fumo bianco. Pascuale non aveva idea di cosa fare. Spegnere il motore avrebbe certamente mitigato il problema, ma poteva compromettere la fuga. Anche muoversi un po’ avrebbe dato respiro al radiatore, ma Pasquale aveva ordini precisi. Evidentemente avevano rubato l’auto sbagliata, una Ritmo 60 CL nuova di zecca, ma difettosa. Quando finalmente arrivarono i due compari con l’ostaggio, il motore era completamente surriscaldato. Scutellaro partì, prese velocità poi, finalmente in discesa, senza perdere la calma, spense il motore e guidò la Ritmo in folle fino in città. Questo diede un po’ di tregua all’acqua del raffreddamento, ma insospettì una pattuglia dei carabinieri, ferma a bordo della strada. I tre furono fermati, l’ostaggio legato e imbavagliato era nel bagagliaio dell’auto.
    “Come mai va in giro con il motore spento?”, chiese il giovane carabiniere con un forte accento bresciano.
    “Si stava surriscaldando, agente. L’auto è nuova, ma con questo caldo… Anzi avrebbe mica un po’ di acqua da mettere nel radiatore?”, chiese Pasquale, la più serena delle espressioni in volto, neanche fossero studenti in gita.
    “Per chi mi ha preso? Per un meccanico?”, rispose d’istinto il carabiniere, sminuito nell’orgoglio.
    “Non si sa mai… alle volte…”, insistette Scutellaro, convinto che fosse la strategia giusta. Gli altri se ne stavano rigidi, immobili, sperando di aver legato e imbavagliato per bene l’ostaggio. Se avessero potuto avrebbero accoltellato Scutellaro, pur di farlo smettere di parlare.
    “Vada, vada. Si fermi al primo distributore di benzina, piuttosto.”, cercò di tagliare corto il carabiniere.
    “Non so se ci arrivo… non potreste trainarci voi fino a lì?”, si ritrovò a dire Pasquale, sporgendo dal finestrino e quasi prendendo per un braccio il carabiniere che stava già per andarsene. Qualcosa dell’espressione o del modo di fare di Pasquale evidentemente suscitò la simpatia del secondo carabiniere, se possibile ancora più giovane del primo, sceso a vedere perché il collega si stava attardando. Pasquale allora era un bel ragazzo ricciolato, con gli occhi neri e la carnagione abbronzata.
    “E diamoglielo stu passaggio, Brambati, che ci costa…”, disse subito, in accento calabrese, riconosciuta la parlata amica di Scutellaro. Brambati acconsentì, seppur di malavoglia, a legare con una corda i paraurti delle due auto e così l’Alfetta dei carabinieri scortò la Ritmo dei malviventi, carica di un imprenditore imbavagliato nel bagagliaio, fino al primo distributore di benzina. La freddezza dimostrata da Pasquale Scutellaro gli valse il soprannome di ‘o pumpiere ed una notevole fama nell’ambiente, oltre ad una serie di incarichi delicati che lo portarono presto ai vertici della ‘ndrina di Sant’Eufemia. Si beccò anche un decimo del riscatto pagato dalla famiglia dell’imprenditore, più del doppio rispetto a quello che era stato pattuito. Soldi con i quali poté acquistare la sua prima partita di eroina direttamente dagli irakeni, da smerciare in proprio.

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