Uno sparuto gruppo

Uno sparuto gruppo di persone, uomini e donne, qualche giovane e qualcuno meno giovane, si aggira nei dintorni del carcere di Ca’ del Ferro, a Cremona, nei pressi dell’Ospedale Maggiore. Un edificio giallo, di forma squadrata, ma irregolare e, come ovvio, completamente recintato.
Hanno pentole e cucchiai in mano, ma non sono lì per una cena, né per un corso di cucina. Hanno cartelloni con le scritte. Scambiano qualche battuta, cominciano a picchiare sulle pentole, per vedere se funziona, per sentire come suona, poi fanno alcune fotografie di rito. Non vogliono sembrare in posa, perciò sbattono fra loro le stoviglie con ancora più convinzione.
“Guarda che il rumore non si sente in foto…”, cominciano a ripetersi l’un l’altro e la battuta piace, fa ridere, scioglie quel poco di imbarazzo dato dal fatto che non si conoscono tutti tra loro. Li ha radunati una mail, il passa parola, le news di Radio carcere. Ore 19.45 nel piazzale di fronte al cancello, diceva il programma.
Si conteranno una ventina di persone, un terzo della Digos, un terzo del partito Radicale, un terzo di varia provenienza, forse con un esperienza di carcere alle spalle, forse con un parente dietro alle sbarre, forse capitati lì perché non si può solo vendere automobili o cesti natalizi, nella vita. Bisogna fare anche qualcos’altro.
E questo qualcos’altro è un gesto veramente piccolo, ma rumoroso: picchiare con le pentole per imitare i carcerati che, dall’altra parte del cancello e dei muri battono le posate contro le sbarre, a stomaco vuoto da quattro giorni, per dimostrare che in tre o quattro o cinque in una cella non si sconta una pena, si è sottoposti a tortura, non si paga per un crimine, ma lo si subisce.
Non c’è la stampa e se c’è si trovava lì per caso, per un altro motivo, per un’altra intervista; non ci sono le autorità, né i sindacati, né le guardie carcerarie. Non è un evento mediatico e neppure mondano. Non è neppure un evento.
La resa sonora, all’inizio non soddisfa, ed il gruppetto si sposta dall’altro lato dell’edificio, quello che dà direttamente su via Mantova, quello più vicino alle celle. Alla testa del corteo, un uomo magro, non tanto alto, con un’espressione furba ed un bizzarro codino di capelli bianchi, alla moda del suo radicale mentore politico. Una vita all’insegna dell’impegno civile prima ancora che politico ed una Toyota Yaris del 2001 come auto blu.
E da lì, da quella posizione privilegiata, per la prima volta si sentono i carcerati che rispondono al richiamo, come le balene che si cercano sul fondo degli oceani.
John Cage diceva che è rumore tutto ciò che dà fastidio all’orecchio ed è musica quello che attira l’attenzione: il suono prodotto dalle pentole e dai coperchi e dalle sbarre è stato allora musica, un concerto per due orchestre, che dialogavano a cinquanta metri di distanza, come accade per i canti per la Merla, con i due cori di qua e di là dall’Adda che si chiamano e si rispondono nei tre giorni più freddi dell’anno.
In carcere fa freddo tutto l’anno, anche quando fa troppo caldo.
Il permesso della questura prevede quindici minuti di manifestazione e quando gli attrezzi vengono riposti, per salutare il gruppetto, i detenuti picchiano, urlano, fischiano e agitano le braccia, che si intravedono in un paio di finestre illuminate, come se chiedessero il bis ad un live rock.
Una vecchia canzone dei 99 Posse recita “…se tutto intorno è bene allora chi tutela il male quando il bene si prepara ad ammazzare…”
Non c’è bisogno della pena di morte per “suonarle” allo Stato quando sbaglia in maniera così clamorosa e così vile.
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One thought on “Uno sparuto gruppo

  1. La stessa cosa succede in tutte le carceri d’Italia, a San Vittore come all’Ucciardone, a Poggio Reale come a Canton Mombello, a Brescia. Alcide, chiuso nella sua cella, si accorge dell’agitazione dei detenuti nelle celle vicine, sente i rumori che vengono dalla strada, ma non riesce a capire. Non si era mai posto il problema delle carceri affollate, prima, non si immagina nemmeno che qualcuno, al di fuori, possa interessarsi di quello che succede lì dentro.

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