Una dottoressa giovane

Una dottoressa giovane, ma dall’aspetto piuttosto severo, sta spiegando ad Habib Soliman ed a sua moglie, la signora Amina Moussa, le condizioni di salute della figlia Fatima, ricoverata in ospedale due settimane prima per un conclamato caso di tubercolosi.
“Vostra figlia è gravemente malata”, spiega lentamente la dottoressa, “ma le sue condizioni non sono drammatiche. La TBC oggi si cura ed una corretta terapia antibiotica riesce a debellare i batteri definitivamente.”
La dottoressa ha un volto duro e spigoloso, con una folta chioma di capelli ricci che contrasta vistosamente con il velo che Amina porta in capo. Quelle spirali di cheratina nere come l’inferno e libere di occupare uno spazio enorme sembrano quasi voler offendere il signor Soliman e sua moglie, compostamente seduti uno vicino all’altra in ascolto.
“La terapia è però molto lunga, può arrivare fino a sei mesi”, prosegue la dottoressa, vedendo sguardi che la rassicurano sui suoi dubbi di essere capita.
“La cosa più importante perciò è che l’umore di vostra figlia rimanga alto. Non deve assolutamente sentirsi abbandonata. Non deve interpretare l’ospedale come un rifiuto da parte vostra, come una punizione.”
La dottoressa ha esplicitamente richiesto quel colloquio con entrambi i genitori, l’ultima volta che ha visto il signor Soliman nella stanza di sua figlia. Per troppi giorni Fatima è rimasta sola tutto il tempo e fino ad oggi la dottoressa non aveva mai visto Amina in ospedale.
“Quindi le vostre visite dovrebbero essere più sollecite… più frequenti possibile… soprattutto lei, signora Soliman.”
Ma mia molie non deve uscire di casa sola…”, accenna sinceramente rattristato Habib Soliman. La dottoressa lo fulmina con gli occhi, poi cerca di controllare la sua rabbia. In fin dei conti è una questione di cultura, cerca di convincersi tra sé e sé.
“E non c’è nessun parente che possa accompagnarla…?”, tenta di mediare la dottoressa.
No, noi soli qui a Brescia… Non è facile vita quela deli imigrati…”, si lamenta Habib, alla ricerca di compassione.
“Certo che se uno se la complica…”, si lascia sfuggire la dottoressa, ma subito si pente. Nonostante quello che sta dicendo, il signor Soliman appare un uomo buono, soltanto un po’ troppo timorato di dio. Almeno nel giudizio di un’emancipata dottoressa occidentale.
“Ci sarebbe Khaled…”, suggerisce Amina.
“No, lui deve aiutari me in negozio… come facio da solo?”, dice Habib, battendosi una mano sulla gamba sinistra, che suona di legno. La dottoressa non ci aveva fatto troppo caso, ma adesso ricorda che l’uomo zoppicava vistosamente, arrivando.
“Potrebe accompagnarmi una mia amica…”
“Il Profeta Maometto parla di parenti, non di amiche…”, dice Habib scuotendo vistosamente il capo.
“Io credo che se il Profeta Maometto avesse avuto una figlia malata… ahi!”, ancora una volta la dottoressa si è morsa la lingua. Non ha la minima idea se la tradizione dice che Maometto abbia avuto dei figli oppure no e teme di aver detto una bestemmia come se avesse parlato dei figli di Gesù ad un fervente cattolico. Né Habib né la moglie Amina sembrano prendere la frase come una gaffe, ma anzi rimangono silenziosi qualche secondo e poi scambiano un paio di rapidi botta e risposta in arabo.
“Cosa dici?”
“Abbiamo scelta?”

“Allora deciso…”, si rassegna alla fine Habib, rivolgendosi ancora alla moglie, ma parlando in italiano per farsi capire dalla dottoressa. “Verrai tutti pomerigi, accompagnata da Khaled o da amica…”
La dottoressa a quella sentenza scatta in piedi come volesse scavalcare d’un balzo la scrivania per stringere la mano dell’uomo, ma la sua criniera di capelli la precede e i due si ritraggono a disagio, infastiditi da quell’ingerenza come lo sarebbe la dottoressa se fossero le ascelle pelose di un estraneo ad avvicinarsi a lei impetuosamente. La dottoressa se ne accorge e torna a sedersi, con un magnifico sorriso di scuse e di congratulazioni in volto.
“È la decisione più saggia. Nessuno potrà criticarvi per questa scelta. E vedrete che vostra figlia presto comincerà a stare meglio. Abbiate fiducia nella scienza!”
In sha Allah…”, dice, quasi fosse un rimprovero alla dottoressa, Habib.
Se Dio vuoli”, traduce Amina, più come formula di commiato che per rendere partecipe la donna della loro cultura.
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