“Signori, ci sono cose”

“Signori, ci sono alcune cose che non riusciamo a spiegare. Dite che nessuno è entrato nel centro, dite che non c’erano segni di effrazione…”
“Ma non potrebbe essere venuto da fuori, il colpo?”, insinua Khaled, prima in italiano e poi in tunisino, per depistare e discolparsi.
“Macché!”, lo zittisce spazientito il primo magistrato ad aver preso la parola.
“Non vedi che il muro è crollato in strada? Se il colpo venisse da fuori, le macerie sarebbero all’interno della sala…”, gli spiega un altro, più comprensivo.
Massoud sembra aver capito il senso della risposta e adesso guarda Khaled con un’espressione severa, come se quella domanda più che stupida fosse sospetta. O almeno così Khaled interpreta il suo sguardo.
“Avete notato segni di infrazione, di scasso, aprendo oggi?”
Massoud, senza necessità di traduzione, fa segno di no con la testa
“Se fossero passati dalla finestra?”, suggerisce Khaled. “Quella oramai è infranta, non è più possibile vedere se è stata scassinata…”, aggiunge, con un tono che sembra più una giustificazione che un ragionamento.
“Terremo presente questa ipotesi, grazie”, dice secco il poliziotto anziano al quale evidentemente Khaled non piace. “Ma avete ricevuto minacce o ci sono stati episodi di violenza nel centro, ultimamente…?”
“Qualche pazzo jiadista magari…?”, insinua Khaled ricevendo delle occhiate di fuoco da parte di Massoud e di Ali Assad. Solo Massoud però lo interrompe con un perentorio “stai zitto, stupido!” e comincia a raccontare i fatti dell’ultimo mese ai due poliziotti. Arrivato al nome di Scutellaro, Khaled sembra scosso da brividi e si allontana, temendo di tradirsi. Suo padre lo segue, non avendo il coraggio di restare lì da solo, incapace di spostarsi dal figlio che gli fa da stampella. A stento si regge in piedi, fissata malamente la gamba di legno, con il piede che guarda all’infuori.
[Se conoscono Scutellaro, allora potrebbero conoscere anche Carmine. E se sanno di Carmine, il gioco è fatto, arrivano a me in un secondo] pensa Khaled, sconvolto. [Avrò tutti contro: la mia famiglia, la comunità musulmana, la polizia italiana. Tre volte colpevole: contro il sangue, dio e la legge]
I corpi dei quattro bambini e dei due adulti sono stati portati via ed anche i feriti stanno raggiungendo con i mezzi più svariati l’ospedale. Molte persone nel frattempo si sono radunate attorno all’edificio. Alcuni poliziotti sono impegnati a tenerli alla larga, ma la calca è comunque abbastanza vicina perché se ne sentano i commenti e le voci. Terrorismo è la parola che si sente più spesso, insieme a morti e feriti oppure anche opera di un pazzo risuona alle volte. Khaled è lì in mezzo, schiacciato fra i poliziotti, la folla e suo padre. Alle volte gli sembra di sentire “è stato lui” e allora si volta subito, in direzione di quella voce per vedere chi lo sta finalmente accusando. Ma non incrocia nessuno sguardo. Poi però sente uno dei poliziotti urlare“… trovato il responsabile!” e gli si gela il sangue, temendo di sentire due mani sulle spalle che lo bloccano. “Ma cos’è successo?”, domanda una donna fra la folla, lo sguardo sconvolto, un taccuino in mano. Khaled resta fermo immobile a guardarla, senza aprire bocca, spaventato, senza capire perché questa domanda venga rivolta proprio a lui. Per la prima volta Khaled si sente odiato e, quel che è ancora peggio, odia sé stesso. Era convinto che conformarsi sarebbe stato sufficiente per integrarsi ed essere accettato e invece presto si ritroverà solo, disprezzato dalla sua gente e perseguitato dalla legge italiana. Non può nemmeno sperare nel sostegno della sua famiglia, non avrà mai più il coraggio di guardare in faccia suo padre e sua madre. Chiedere aiuto a Carmine, impensabile e inutile. Ingannato, usato e poi scaricato, espulso dal mondo, come una spina penetrata sotto pelle, immersa in quel pus che l’unghia spreme fuori dalla carne per liberarsi del corpo estraneo, non ha più alcuna ragione per restare. Scappare all’estero, per sempre, oppure costituirsi, farsi processare e poi rinchiudere in un carcere. Altrimenti darsi il suicidio, scelta radicale, senza ritorno.
“Khaled!”
Selina arriva dalla strada di corsa, supera in qualche modo il blocco formato dalla polizia e lo raggiunge in un abbraccio. Ha sentito dell’accaduto alla radio e si è precipitata, sapendo che lui sarebbe stato lì, quel giorno, con sua sorella e suo padre. Stretto fra le braccia di lei, Khaled finalmente scoppia a piangere. Lei gli carezza i capelli ricci, cercando di calmarne i sussulti. Un giornalista immerso nella folla scatta una foto e quell’intreccio fra le braccia scure, lunghe e magre di lui e quelle bianchissime e carnose di lei, immediatamente pubblicato in rete, diventa il simbolo, nel bene e nel male, sincero e beffardo, della strage, diventa immediatamente un’icona della tolleranza e dell’integrazione fra i popoli.

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