“Questo Carmine mi sembra proprio tosto…”

“Questo Carmine mi sembra proprio tosto… Così giovane e già fa da intermediatore tra aziende diverse… chissà dove ha fatto esperienza…”, dice la Giusy un po’ trasognata e un po’ borghese. “Mio figlio ha più o meno la stessa età ed è ancora lì che non ha deciso cosa farà da grande…”, prosegue.
“Giusy, svegliati! Ma quale intermediatore… Non hai ancora capito? Quello è affiliato a un clan…”, sbotta dopo un minuto di forzato silenzio Niccolai. “Te l’abbiamo già detto l’altro giorno… Stacci attenta, non sai in che mani ti stai mettendo…”, continua Niccolai, quasi incredulo di dover tornare ancora sull’argomento.
“Stai mettendo tutti noi in guai seri…”, piagnucola Lazzari, buono solo a ripetere quello che qualcun altro ha già detto. Il suo parere sarebbe certo un po’ più incisivo se non fosse sempre negativo, su qualsiasi proposta di qualunque argomento.
“Tenere aperto non è tutto, tu vendi l’anima al diavolo pur di vedere la serranda alzata… Non è nemmeno tua la ditta…”, prosegue Denti, l’altro sindacalista, con aria fredda.
“Per voi è facile parlare! Ma per me è diverso”, si intromette Ricolfi, l’altro magazziniere insieme a Folco, uno degli ultimi arrivati nel gazebo.
“Io ho due figli, una moglie a casa, il mutuo. Io se perdo il lavoro non so cosa dare da mangiare alla mia famiglia. A me va bene il termaflon, va bene l’amianto! E mi va bene anche la mafia, se fa tenere aperta la baracca. Sono disposto a tutto, lo capite?”, dice dando un pugno contro il tavolo che fa tremare le pareti. Negli ultimi giorni, con le voci di chiusura fattesi più insistenti, alcuni operai si sono uniti alla protesta. Prima evitavano il gazebo come la peste, temendo ripercussioni. Poi hanno cominciano passando a salutare. Adesso spendono qualche minuto in più: chiedono informazioni, cercano di capire quali sono gli scopi, i metodi, le possibilità di vittoria. Alcuni si sono già fermati nel gabbiotto in pianta stabile. Parliamo dei soggetti difficili dell’azienda: Bruno Ricolfi, detto anche il Bello, e a guardarlo si capisce perché; Viviana Ferri, la collega psicolabile di Camilla alla contabilità e di Giustino C’è, il Nèrvusina, l’unico dei commerciali ad essersi fatto vivo da queste parti.
I nuovi arrivati sono persino più motivati dei primi: non è l’ideologia, non il principio, ma la necessità di mantenere un lavoro a spingerli fin lì. Costoro sono disposti ad accettare tutto: l’inquinamento, la malavita, il lavoro in nero. Così alle volte persino l’atteggiamento della Giusy sembra troppo blando.
“E tu Giusy, vuoi deciderti a fare qualcosa? Sei con noi? Bene! E allora muoviti! Noi non li abbiamo gli alimenti come te dall’ex marito ricco sfondato… Lo sai questo, vero…? Noi viviamo con quello che guadagniamo! Invece di fargli gli occhi dolci a quel Carmine, mandagli una proposta concreta. Vogliono rilevare l’azienda? Che si sbrighino. Qui sta andando tutto a puttane! Tutto a puttane…”, ripete a voce più bassa Ricolfi, quasi scoppiando a piangere.
La Giusy si sente circondata, per la prima volta isolata. Da un lato chi la accusa di collusioni con la ‘ndrangheta, una cosa di cui lei non s’è mai nemmeno sognata, dall’altro chi le rinfaccia di esporsi troppo poco. Ma poi, perché proprio lei? Che cosa ha fatto di speciale per avere tutto sulle sue spalle? Che ciascuno faccia un po’ la sua parte.
“I sindacalisti…, hanno un’alternativa migliore a quello che offre il giovane Carmine? Si facciano avanti…!”, dice la Giusy, ma non ce l’ha al momento il coraggio di accusare qualcuno direttamente per cui urla contro le pareti, contro il soffitto, come se stesse parlando da sola. Poi si volta dall’altra parte, e, sempre senza guardare in faccia i suoi interlocutori, ricomincia la litania che man mano perde intensità.
“E gli operai vogliono un azione più incisiva? Su chi? Su Alcide? È là!, che vadano a parlarci! Sui possibili acquirenti…? Se sono in grado di trovarli… qui sono capaci solo di fare chiacchiere, ma quando c’è da passare ai fatti tocca sempre a me… Giusy di qui… Giusy di lì… ve lo dico… io comincio a stancarmi…”
In fondo però la Giusy lo sa che il giorno in cui arrivano i giornalisti è lei a parlarci ed è per questo che poi tutti si aspettano che sia lei a decidere, a prendere l’iniziativa.
Adesso nel gazebo non c’è più spazio per pane e salame, così come è sparito il tavolino per giocare a carte. I presenti occupano già gran parte del gabbiotto, non parliamo se vogliono sedersi tutti. Le scartoffie dei sindacalisti sono accumulate per terra, in ogni angolo e ritrovare quella che serve è diventato un problema serio già da diversi giorni. Anche i quotidiani sono sparpagliati ovunque ed i relativi ritagli, gli articoli in cui il movimento Occupy la Forex viene citato anche solo marginalmente, fanno da tappezzeria alle pareti di lamiera. Si è salvata la televisione, si è aggiunto un ventilatore, perché il caldo del pomeriggio sotto il tetto, di lamiera come le pareti, sta rapidamente diventando insopportabile.
“Scusate, non vorrei interrompere le vostre lamentele, che oltre tutto fanno male al cuore, ma volevo informarvi che è arrivato un avviso di garanzia ad Alcide Foresti per lesioni aggravate ai danni di Maicol Pedrabissi e per omicidio colposo ai danni di alcuni ex dipendenti della Forex morti di cancro… Così almeno dice il sito dell’Ansa…”, dice Niccolai, lo schermo dello smartphone a dieci centimetri dagli occhi miopi.
“Ma possibile che dobbiamo leggerle per caso sui giornali, certe notizie?”, sbotta la Giusy, tanto per prendersela contro qualcosa, contro qualcuno.
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3 thoughts on ““Questo Carmine mi sembra proprio tosto…”

  1. Giustino C’è, detto il Nèrvusina, sembra essere sempre in difetto, in affanno. È l’unico che si sente sotto pressione persino di fronte a Mantovani che, di norma, lascia tutti piuttosto indifferenti.
    “C’è, hai un lembo della giacca scucito…”, diceva magari Bellisari, vedendolo da dietro.
    “Per forza! A portare gli abiti in lavanderia…”, replicava lui, come se fosse colpa di qualcun altro se si serviva di quel tipo di servizio.
    “Esci a fumare…?”, gli chiedeva allora Antonini, vedendolo alzarsi.
    “E certo! …ci mancherebbe! Sono due ore che lavoro senza sosta…”
    “Volevo chiederti se me ne offrivi una…”
    “Maaa… hai letto la mia mail?”, si intrometteva quindi Mantovani.
    “E come facevo? Qui è un macello, non ci riesco a star dietro a tutto”, si giustificava Nèrvusina, esasperato.
    “Veramente vi ho mandato un po’ di barzellette… mi sembravano simpatiche…”
    Alla fine Giustino C’è usciva a fumare sentendosi una merda. E una scena così poteva capitare anche più volte al giorno.

  2. Viviana Ferri è considerata da tutti una lunatica, una psicopatica. Nell’arco di dieci minuti è capace di rispondere in maniera completamente diversa alla stessa domanda, o in maniera identica a due domande antitetiche. Per questo a suo tempo era stata stilata una procedura interna per poterle fare delle richieste, soprattutto se potevano in qualsiasi modo assomigliare a favori. Prima di tutto bisognava sentire Camilla, la sua collega d’ufficio, che con linguaggio in codice avrebbe risposto “brutta giornata”, “strada bloccata”, “mal di denti” o “mestruazioni” in caso di soggetto indisposto ovvero “amore a prima vista”, “6 al superenalotto” o “weekend al mare” per i momenti più favorevoli. Questo naturalmente non era sufficiente, perché il questuante stesso, con la sola sua presenza, poteva cambiare in un secondo le previsioni meteo della biosfera Viviana e del suo ecosistema. Quindi i più si presentavano già con un caffè o con un cioccolatino in mano, facendo una battuta, sfoggiando un sorriso. Viviana era oggetto di un continuo corteggiamento. Ma naturalmente tutto questo adesso è finito.

  3. A gesti parlano Ricolfi e Folco. Se proprio necessario, mettono per iscritto su cartoncini ricavati dagli imballaggi dei ricambi. Il fatto che spesso non si capiscano non sembra essere un problema. La verità è che non vanno molto d’accordo: uno è sordomuto, l’altro è decisamente brutto. Ciò alimenta la loro competitività. Oltretutto Folco ha la nomea di gran scopatore e questo manda in bestia Ricolfi. Ma tutto l’odio nasce da un preciso episodio: il giorno in cui arrivò Folco, a metà mattina, squillò il telefono. Ricolfi, più per cattiva abitudine col vecchio magazziniere che per cattiveria, urlò d’istinto: “Rispondi tu?”
    Folco sollevò il ricevitore e mise in vivavoce.
    “Pronto…?”, disse Alcide dopo qualche secondo di attesa.
    “…nt…”, provò a soffiare Folco, rosso per la rabbia.
    “Ricolfi…?”
    “Nn…”
    “Folco…? Non ci credo… Quell’imbecille di Ricolfi ha fatto rispondere te al telefono?”
    Ovviamente Ricolfi sentì tutto e addebitò a Folco la brutta figura fatta col capo.
    Perciò, se non fosse stato per estrema necessità, Ricolfi non si sarebbe mai presentato al presidio, sapendo della presenza di Folco.

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