La signora Pedrabissi

La signora Pedrabissi per uscire dall’ospedale attraversa il reparto infantile e come tutti i giorni la vista di quei disegni fatti dai piccoli malati le stringe il cuore. Ogni volta che attraversa quel corridoio fa un parallelo fra la sua situazione di mamma con un figlio in ospedale e quella dei genitori di quei piccoli pazienti ed ogni volta cerca di convincersi che deve tenersi su di morale. Cerca di convincersi anche che lei, che ha potuto veder crescere suo figlio, è comunque più fortunata di quei genitori. Tutto questo convincersi non la aiuta davvero, ma le sembra doveroso da parte sua, almeno per dare il buon esempio.
Un giovane nordafricano, un marocchino come direbbe lei, la affianca e le cammina vicino per qualche istante e lei viene colpita dalla bellezza del ragazzo e dalla sua espressione serie, arrabbiata.
“Ha qui un figlio?…una figlia…?”, lo intercetta la signora Pedrabissi, un secondo prima del definitivo sorpasso. Lui si volta stupito, cerca di capire se già conosce chi gli ha rivolto la parola e poi apre un sorriso triste, più per attitudine che per giustificare la situazione.
“Mia sorella…”, dice senza fermarsi, anzi accelerando il passo.
“Mi dispiace… Qualcosa di grave…? Mi permetto di chiedere perché anch’io ho qui mio figlio…”
“Tubercolosi…”, dice lui incerto. Spesso i genitori, quando sentono parlare di una malattia infettiva, scappano per paura di essere contagiati o comunque di fare da tramite nei confronti dei loro figli, la cui salute, già precaria, verrebbe definitivamente compromessa da un simile flagello. La signora però rimane.
“Come si chiama?”, continua a chiedere lei, spinta da chissà quale curiosità.
“Fatima…”
“E tu?”
“Khaled…”
“Mio figlio si chiama Maicol… è in coma da più di un mese. Quarantatre giorni, per l’esattezza.”
“Quanti anni ha Maicol…?”
“Ventidue…”, dice la signora Pedrabissi, non accorgendosi del paradosso.
“Ah, pensavo fosse un bambino…!”
“Sì, scusa,… mi sono spiegata male, o forse è così che lo considero, ancora… il mio bambino…!”
La signora Pedrabissi fa il suo primo sorriso. Effettivamente il ragazzo che ha di fronte potrebbe avere due o tre anni meno di Maicol, eppure lei non si sarebbe stupita più di tanto se lui le avesse detto di essere andato a trovare un figlio o una figlia. Forse per un pregiudizio nei confronti degli africani, si giustifica la signora Pedrabissi. Che Maicol possa avere prole le sembra invece assolutamente impensabile.
“Cosa dicono i medici, per Fatima…?”, domanda la signora Pedrabissi, convinta chissà come che una risposta positiva da parte del ragazzo marocchino possa essere di buon auspicio anche per lei. Kahled invece non risponde, alza le spalle, scuote la testa, apre e chiude una mano con gesto vago, saluta frettolosamente e si allontana, uscendo dall’ospedale in preda alla rabbia. I dottori non sanno cosa dire, non sanno cosa fare e sua sorella è così piccola che sembra incredibile possa aver contratto una malattia tanto grave. I bambini sono soggetti a influenze, mal di pancia, mal di denti, morbilli, rosolie… Come possono contrarre la tubercolosi? continua…
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