Non succede spesso

Non succede spesso, non tutte le volte che vorrebbe, ma soltanto ogni volta che può, Amina va a trovare sua figlia Fatima, accompagnata qualche volta da Habib, raramente da Khaled, ma più spesso da un’amica che può essere Sahar, la moglie di Massoud, oppure Jamila, la moglie dell’egiziano Raffiyya oppure ancora Layla, la sorella di quest’ultima o infine combinazioni di queste signore. Non è facile organizzare la visita, perché tutte hanno dei figli piccoli o dei nipoti da tenere e naturalmente devono trovare un’altra sistemazione per la prole, prima di poterla accompagnare.
Durante tutto il viaggio di andata, Amina lascia sfogare l’accompagnatrice di turno, le fa solo qualche domanda e poi la ascolta parlare, si fa raccontare tutte le novità, senza interrompere, dicendo il meno possibile. Lo fa perché sa che poi al ritorno non riuscirà a pensare ad altro che alla piccola e chiederà di continuo come l’ha trovata l’accompagnatrice e parlerà dei progressi che le sembra la figlia stia facendo e poi ancora chiederà se non sembra troppo magra, o troppo pallida, o troppo debole, nella speranza di essere ogni volta energicamente smentita dall’interlocutrice.
Arrivate in ospedale, di solito le chiacchiere inutili si fermano. Le donne allora avanzano spedite, silenziose, nei loro vestiti tradizionali, il capo coperto. Nonostante ormai dovrebbe essere considerato normale la visione di donne velate, almeno quando si parla di hijab e non di chador o di burca, ancora questi costumi tradizionali attirano sguardi, occhiate sarcastiche, di compassione o sprezzanti. Amina e Sahar, ancora giovani e ben formate, portano con eleganza anche i vestiti tradizionali, lunghi fino alle caviglie e larghi e perciò è normale che qualcuno si volti ad osservarle, ma la stessa cosa succede anche alla vecchia signora Raffiyya, o almeno così lei dice. Tanto che Amina si ritrova a volte a pensare che passerebbe più inosservata camminando a capo scoperto.
“Il velo dovrebbe proteggerci dalle occhiate degli uomini, non attirarle…”, commenta addirittura, in certi casi, esasperata.
È vero che spesso sono anche le donne occidentali ad osservarle, come questa che hanno appena incrociato, e di sicuro non si tratta di una di quelle che fanno certe cose impure fra loro, quindi non c’è niente di male in un’occhiata, pensa Amina, e forse un vestito normale sarebbe un modo migliore per mimetizzarsi fra la gente, come sente spesso dire a Khaled. E allora Amina si domanda se non sia questa piuttosto una forma di vanità, quella di coprirsi tutte le volte che si esce, come se ciascuna di loro fosse così irresistibile da far capitolare qualsiasi uomo, se non debitamente occultata.
Tutti questi pensieri, una volta arrivata nella stanzetta della figlia, si dissolvono e nonostante Fatima non stia ancora bene, vederla, parlarle e stare con lei, inevitabilmente tranquillizzano Amina e invogliano anche le amiche che di volta in volta la accompagnano a rilassarsi e ricominciare a parlare.
“Come stai, Fatima…?”
“Non molto bene, oggi, mamma…”
“Ti fa male la schiena?”
“Sì…”
“Come al solito? …dentro? …dietro?”
“Sì, sì…”
“Hai la febbre? Fammi sentire…”, Amina non dice nulla, ma la fronte di Fatima scotta. Se n’è accorta subito appena entrata in camera, da come la figlia l’ha guardata prima di salutarla, con gli occhi lucidi e stanchi.
“Stai tranquilla, vedrai che passerà presto”, si intromette delicatamente Sahar. “Yasmina mi ha detto di salutarti tanto e mi ha dato questo per te…”
Sahar tira fuori dalla borsetta un pacchetto colorato che immediatamente fa dimenticare a Fatima febbre e dolore ai polmoni. Subito la bambina lo scarta strappando lo scotch e dentro scopre un tubo di cartone, grande come un pennarello, con degli strani tappi alle estremità.
“Guardaci dentro…”, suggerisce Sahar. “È un caleidoscopio…”
Fatima appoggia un occhio e subito lo toglie, meravigliata. I colori che ha visto non possono stare tutti nel piccolo tubo che ha in mano. Poi riprova e si accorge che se si muove, se contemporaneamente lo ruota, un mondo di colori sempre diversi le si apre davanti. Sembrano ragnatele cangianti, sembrano i disegni alle pareti della Moschea Blu che ha visto tante volte sui libri della mamma, sembrano i sogni di Alice nel Paese delle Meraviglie all’inizio del cartone animato. Fatima non riesce a staccare gli occhi dal tubo.
“Mi ha detto Yasmina di dirti di guardare fuori dalla finestra, così vedrai cambiare il paesaggio tutte le volte che vuoi…”, le suggerisce Sahar, raggiante che quel piccolo dono abbia avuto un simile effetto.
“Fatima, cos’è che si dice…?”, interviene Amina a colmare quella vistosa lacuna educativa.
“…gra-zie…”, balbetta la bambina, emozionata.
“Ringrazierai anche Yasmina, appena la vedi…”
Yasmina è la sua vicina di banco e la sua migliore amica, in classe. Passano molto tempo insieme, giocano tantissimo ed alle volte fanno persino i compiti. Yasmina naturalmente non è mai venuta a trovare Fatima, Sahar non gliel’ha mai permesso, per paura di possibili infezioni. Ma la piccola ha chiesto spesso della sua amichetta malata ed alla fine si è risolta a farle un regalo, scegliendo il più bello fra quelli del suo compleanno.
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3 thoughts on “Non succede spesso

    • ti riferisci forse alla Moschea di Roma? Ebbene no!
      il tema dei colori torna continuamente nel personaggio di Yasmina e il caleidoscopio mi sembrava un regalo adeguato al suo carattere. quando poi sono andato a ripescare il mio nel cassetto e ci ho guardato dentro, ecco che mi sono accorto della somiglianza con le decorazioni arabe…

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