Noi siamo un antefatto

‘Noi siamo un antefatto’ è un racconto lungo che pubblico qui integralmente. Pur non essendo una delle prime cose che ho scritto, rappresenta, per stile e per argomento, la base di partenza dalla quale sono poi scaturite tutte le altre storie. Buona lettura.

Parte Quinta
Avevano trovato il metano nel sottosuolo della Pianura Padana e da alcuni anni lo estraevano con un sistema simile a quello del petrolio, ma a tenuta stagna, vista la natura volatile del gas. Caso volle che una notte di gennaio, una scintilla innescasse un incendio al pozzo di Bordolano, distante 10 km da Buttano. Si sentì un boato, poi la notte fu illuminata a giorno da una lingua di fuoco alta quasi venti metri.
Il Mau aveva appena chiuso il locale e fu tra i primi ad accorrere…
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Parte Quarta
“Leone, andiamocene, prima che sia troppo tardi, scappiamo in Svizzera, o da qualche altra parte…”
La Lina stava asciugando le stoviglie con un lembo del grembiule, come sua abitudine. Negli anni aveva messo su qualche chilo, ma quella rotondità acquisita le donava. Aveva quarantasei anni e poteva essere considerata una bella donna.
“Lina, è tutta la vita che scappiamo! Ci siamo sempre spostati, ma non siamo mai riusciti ad andare da nessuna parte. Se avessimo voluto farlo, dovevamo pensarci da giovani. Che senso ha ormai?”
Anche lo zio Leone era ingrassato, da quando avevano preso fissa dimora a Buttano, ma su di lui i chili in più avevano solo peggiorato la situazione…
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Parte Terza
Lo zio Leone e la Lina ripartirono effettivamente il mattino dopo, appena prima di mezzogiorno, dopo una colazione abbondante. Al momento di scegliere la destinazione, come spesso accadeva, lasciarono che fossero i cani stessi ad imboccare una delle due strade. Guidati da chissà quale istinto, le bestie scelsero la via della città e si diressero a sinistra. Le strade non erano ancora trafficate e la Lina poteva tranquillamente viaggiare a fianco del compagno, pedalando lentamente, senza stancarsi. Era primavera. Arrivati a Castelverde, si fermarono nell’osteria della Ester, un posto che conoscevano bene.
La signora Ester aveva due figli, un maschio ed una femmina, nati nello stesso anno, ma non dallo stesso parto. Non si assomigliavano per nulla, lei così bionda e solare, lui moro, scuro di carnagione e di carattere, in tutto simile alla madre…
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Parte Seconda
La Lina lavorava da Favalli, una delle osterie sul piacentino dove era capitato allo zio Leone di entrare, suonare, ubriacarsi. Lui non l’aveva notata subito, ma solo in tarda serata, finito il suo lavoro, quando lei stava togliendo i bicchieri sporchi dal tavolo e rimettendo a posto le sedie. Subito gli era sembrata meravigliosamente bella. Erano stati soprattutto lo sguardo ed i suoi capelli arruffati ad attrarlo. Soltanto osservandola meglio, si era accorto della sua magrezza. Dalla sua pelle nuda, sporgevano il bacino e le spalle, le clavicole subito sotto il collo, le scapole in mezzo alla schiena. Anche dai polsi e dalle caviglie spuntavano dei globi simili ai bulbi dei fiori, come se la crescita delle ossa si fosse arrestata qualche minuto dopo lo sviluppo della carne e la struttura portante fosse rimasta in qualche modo imprigionata all’interno del corpo. Messa a nudo, l’impalcatura si ergeva con una certa volontà, ma questo lo zio Leone l’avrebbe scoperto solo in un secondo momento. Al primo sguardo e vestita, la Lina sembrava un po’ rachitica e soprattutto molto pallida. Evidenziato dal pallore della carnagione, l’azzurro delle vene spiccava come lo snodarsi di un fiume con i suoi affluenti, osservato dall’alto di una collina. Dove portavano quelle vene? Dritto al cuore, le aveva detto lo zio Leone, anni dopo. “
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Parte Prima
“Allora Gina, com’è che va? Cosa ci fai in quel cantone? È un’ora che te ne stai ferma lì da sola a far niente…”
“Aspetto la Enrica…”
Erano le tre del pomeriggio e la Gina, come ogni giorno, appoggiata al muro di fronte alla stazione ferroviaria, aspettava sua figlia, la Enrica, che andava al lavoro in treno e che sarebbe tornata soltanto alle sei di sera. La Gina rimaneva lì tutto il giorno, estate ed inverno, ad aspettarla in piedi, guardandosi un po’ attorno, ma più spesso studiandosi la punta dei piedi, assorta in chissà quali pensieri. Nessuno aveva mai capito il perché, cosa la spingesse ad un’attesa tanto inutile. Forse sentiva così fortemente la mancanza della figlia da non riuscire a fare nient’altro, né tenere la casa, né trovarsi un lavoro, per cui tanto valeva attenderla e vederne finalmente l’arrivo, ritrovando la sua compagnia prima possibile…
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