Noi siamo un antefatto – parte terza

Lo zio Leone e la Lina ripartirono effettivamente il mattino dopo, appena prima di mezzogiorno, dopo una colazione abbondante. Al momento di scegliere la destinazione, come spesso accadeva, lasciarono che fossero i cani stessi ad imboccare una delle due strade. Guidati da chissà quale istinto, le bestie scelsero la via della città e si diressero a sinistra. Le strade non erano ancora trafficate e la Lina poteva tranquillamente viaggiare a fianco del compagno, pedalando lentamente, senza stancarsi. Era primavera. Arrivati a Castelverde, si fermarono nell’osteria della Ester, un posto che conoscevano bene.
La signora Ester aveva due figli, un maschio ed una femmina, nati nello stesso anno, ma non dallo stesso parto. Non si assomigliavano per nulla, lei così bionda e solare, lui moro, scuro di carnagione e di carattere, in tutto simile alla madre. Si diceva in paese che la signora Ester, oggi barista col vizio dell’alcol, avesse fatto, da giovane, la prostituta e che dei due, solo il maschio, solo Cesare, fosse figlio suo, mentre la ragazza, la Natalia, fosse figlia di una sua collega che non se l’era sentita di tenere una bambina arrivata inaspettatamente. Poteva essere andata così, oppure potevano essere davvero figli suoi, nati magari da due padri diversi. Se lei non sentiva la necessità di spiegare la cosa, chi avrebbe potuto arrogarsi il diritto di chiedere? Forse i due figli stessi, ormai quasi quarantenni, che pure non l’avevano mai fatto.
Cesare e Natalia tenevano a turno il bar, dando una mano alla madre che invece era praticamente sempre dietro al bancone o in cucina. Lei sembrava non avere mai bisogno di riposarsi. Quando tornava a casa, però, sbocconcellava velocemente qualcosa di ciò che Natalia le aveva preparato sul tavolo e poi si infilava subito a letto. Non aveva più alcun tipo di relazione sociale, non frequentava nessuno in paese, non usciva mai se non per andare al bar. Stessa cosa poteva dirsi di Cesare. Soltanto Natalia sembrava avere la voglia di trovarsi con le amiche, di tanto in tanto, la sera.
C’era qualcosa di strano in quella famiglia. I due fratelli erano inconsciamente innamorati uno dell’altra. Soprattutto Cesare, di carattere così taciturno, era cresciuto sempre all’ombra della solare sorella, senza frequentare nessun altra. Per questo aveva sofferto molto quando lei si era fidanzata, l’aveva sentito come un tradimento. Aveva sofferto, ma senza darlo a vedere, tetro com’era di natura. Senza darlo a vedere e senza capire egli stesso il perché. Fortunatamente, la storia con quell’altro era durata poco: lei si era accorta ben presto di non essere innamorata. Solo con suo fratello stava bene, le veniva alle volte da pensare.
Quello che a tutti era evidente, il fatto che probabilmente non fossero consanguinei e che sicuramente fossero reciprocamente innamorati, due cose che, messe insieme, risultavano del tutto naturali, a loro sembrava sfuggire. Natalia trovava normali le attenzioni di Cesare per il suo modo di vestire e di tenersi i capelli. Cesare non si stupiva che lei fosse ancora affettuosa con lui come lo era da bambina.
Non sfuggiva niente invece alla Ester che cercava in ogni modo di allontanarli, ad esempio facendoli lavorare al bar sempre in orari diversi, nella speranza che almeno uno dei due trovasse la persona giusta e sciogliesse quel legame. Vivevano invece ancora tutti e tre nella stessa casa ed i momenti di contatto tra i due erano ovviamente frequenti.
“Ecco qui i due vagabondi!”
Lo zio Leone aveva legato i cani ad un anello per i cavalli, poi si era spinto dentro con le braccia, mentre la Lina teneva aperta la porta.
“Buongiorno Cesare, come va?”
Il locale era piccolo e spoglio. Il bancone era di legno grezzo e non c’erano nemmeno gli specchi, dietro ai ripiani, a far sembrare doppia la scorta di alcolici.
“Come vuoi che vada? Sempre uguale. Voi tutto bene?”
Non c’era nessun avventore, a quell’ora. La clientela in generale bastava giusto a sfamare quelle tre bocche. In passato, quei pochi ragazzotti che erano arrivati attratti dalla bellezza di Natalia, si erano poi stancati della tetraggine di Cesare e non si erano più fatti vedere.
“Non ci lamentiamo! Siamo sempre in giro!”
Restavano solo i vecchi che non avevano più le gambe per arrivare al bar della Pesa, dall’altra parte del paese. Figuriamoci per ballare! Cosa si fermavano a fare lo zio Leone e la Lina in quel posto così triste?
“Rimanete qui, stasera?”
“Se non diamo disturbo…”
“Macché, qui siete sempre benvenuti, lo sapete!”
Quando passavano lo zio Leone e la Lina dall’osteria, per Cesare era una festa. Con la scusa di lasciare libera una camera e dare ospitalità a quei due disgraziati, lui e Natalia potevano finalmente dormire assieme, proprio come avrebbero fatto due coniugi.
Il passato è ancora recente, è sempre recente, pensava lo zio Leone, mentre cercava di addormentarsi in quella camera nuova, schiena contro schiena con la Lina che invece già dormiva da un po’. Come un cannone che, per quanto remoto, ha una portata tale da raggiungere sempre il suo obiettivo, così il passato getta le sue conseguenze fino al presente, inesorabilmente. Senza soluzione di continuità, un evento dopo l’altro, ogni giorno si scontano le colpe dei padri ben oltre la settima generazione. Questo era successo a lui, in una certa maniera, così come a Cesare e Natalia, pensava ancora lo zio Leone. Quello che ciascuno era o riusciva ad essere aveva ben poco di casuale: la vita era la conseguenza delle tare di famiglia, dell’educazione da parte delle persone con cui si era cresciuti, del momento storico in cui si viveva ed in quali luoghi, sotto quali regimi o religioni. Nessuno era davvero libero, nemmeno in minima parte.

“… e durante la Prima Guerra Mondiale, come se la sono cavata lo zio Leone e la Lina?”
La Antonia si stava appassionando tanto a quel racconto d’altri tempi, ma che le sembrava ancora così attuale.
“Penso che abbiano vissuto più di elemosina che di concerti. C’era poco da fare: le giornate trascorrevano tutte uguali, i pasti erano sempre molto frugali, la fisarmonica dello zio Leone suonava solo poche canzoni e nessuno aveva voglia di ballare.”
Rispose la bella Lai, elencando alla rinfusa quello che riusciva a ricordare.
“Non credo che Buttano sia stata particolarmente toccata dalla guerra, però. Almeno non c’erano i bombardamenti e il coprifuoco, come durante la Seconda…”disse Angelino. Don Peppino dalla sua poltrona diede svariati cenni di approvazione.
“Solo che non c’erano giovani in giro e senza di loro, non aveva senso far musica.” disse Antonia. “Sarà stata dura per lo zio Leone…”
“Eppure non fu quello il periodo più difficile per lui. I problemi cominciarono qualche anno dopo.”
La bella Lai lasciò il discorso in sospeso per andare in cucina a prendere dei biscotti preparati il giorno prima.

“A te viene di più di quello che ti dà il signor Sguaita, sveglia Cecco. Come minimo ti deve ancora due sacchi di frumento, dall’ultima spartizione. Te glielo devi dire!”
“Ma sono già andato, Boldori, e lui mi ha detto che io sono un contadino e che di queste cose non capisco niente, che sbaglio a fare i conti. E io, quando sono lì, mi confondo e non so più cosa dirgli. Un po’ ha ragione che sono solo un contadino… e poi ho paura che mi prenda a bastonate.”
L’Italia aveva superato in qualche modo la Grande Guerra e la successiva ricostruzione e, nel 1929, VII anno dell’Era Fascista, si preparava ad un addestramento virile, seguito da una campagna imperialista. Era al governo l’uomo che da solo arava i campi e fermava i comunisti a Trieste, prosciugava le paludi e produceva benessere. Gli altri uomini non dovevano far altro che imitarlo e smettere di preoccuparsi. Le donne, beh le donne dovevano naturalmente fare figli.
Era la vocazione ad adeguarsi al sistema, a non porsi domande, ad avere un po’ di paura per non doverne avere troppa. Gli amici sarebbero stati premiati. Per gli altri, c’era l’olio di ricino, morte vigliacca cagandosi addosso. I lavoratori erano avvisati: credere, obbedire, combattere. Pochi se la sentivano di discutere perché a quel tempo, in caso di contenzioso col padrone, due potevano essere le soluzioni: si veniva picchiati o licenziati. E, nel secondo caso, vivendo i contadini nella cascina del padrone, essere licenziati significava ritrovarsi improvvisamente anche senza casa. Il trasloco veniva fatto l’11 novembre, giorno di San Martino, perciò, in Lombardia, traslocare era detto anche fare San Martino.
“Boldori, dopo, quando ha finito di mungere la vacca, viene da me nell’ufficio?”
“Devo venire col forcone, signor Sguaita?”
Col signor Sguaita, le botte erano all’ordine del giorno, perciò il clima era piuttosto teso in cascina Ca’ del Ferro. Ma Boldori non aveva intenzione di subire passivamente. Il signor Sguaita certo non si aspettava un’affermazione così diretta, perciò rimase zitto un secondo.
“No, no… Non ce n’è bisogno.”
“Giusto per capire subito come regolarsi.”
Boldori non era un violento, né un facinoroso, anzi era da tutti considerato una persona molto paziente, ma era anche capace di farsi rispettare. Quell’accenno al forcone serviva a mettere subito in chiaro che non era disposto a subire l’umiliazione di essere picchiato dal padrone. A costo di sgozzarlo come un maiale.
In ballo c’era ben più che dei conti rifatti da Boldori ad un paio di contadini ignoranti. C’era la volontà degli agricoltori di passare dal pagamento a quinte (quattro parti del raccolto al padrone ed una al contadino) ad un pagamento a seste (quindi con un rapporto di cinque a uno). Il rendimento nei campi era effettivamente migliorato, ma quel passaggio per i contadini voleva dire molto in termini di polenta nel piatto. Non si trattava di potersi permettere dei lussi, solo di essere sicuri di avere qualcosa da mangiare.
Quando Boldori ebbe finito il suo lavoro e bussò alla porta dell’ufficio, Sguaita era seduto alla scrivania e stava leggendo delle carte.
“Mi hanno riferito che suo figlio va in giro a dire che se voglio pagarvi a seste, posso anche coltivarmela da solo, la terra…”
Era vero. Ne avevano già discusso, padre e figlio, il secondo sufficientemente grande per dire la sua e per contribuire al lavoro della famiglia ed Andrea si era espresso esattamente con quelle parole. Evidentemente, Andrea ne aveva parlato anche con altri lavoratori della cascina e qualcuno aveva riferito quelle parole al signor Sguaita.
“Bene, a questo punto, prendere o lasciare. O dividiamo per seste, o ve ne andate.”
Boldori non esitò un secondo a decidere, nonostante i suoi cinquantotto anni e la sicura difficoltà di trovare qualcuno che lo prendesse come bergamino almeno altri due anni per poter arrivare alla pensione.
“Ce ne andiamo.”

La bella Lai stava raccontando per la seconda volta a sua madre una storia piuttosto intricata, di un ragazzo appena arrivato in paese. Ma era talmente agitata, che riusciva a spiegarsi a stento.
“Hai capito mamma? È così che sono arrivati qui da noi in cascina: padre e figlio hanno girato in bicicletta tutti i posti della zona alla ricerca di qualcuno che avesse bisogno di un fattore, di un bergamino o anche solo di un contadino che lavorasse la terra per qualche anno. Dovresti vedere come è bello, Andrea! È gente come noi, quella. È quasi una storia di quelle che ci racconta lo zio Leone, non trovi? Sì, sì, siamo fatti l’una per l’altro… sono così innamorata!”
“Mia bella Lai, hai diciotto anni e non ti ho ancora sentito una volta dire che qualcuno non ti piace! Basta proprio che respirino…”
“No, non è vero! Non mi piacciono proprio tutti… e poi questo è diverso…”
“Ma ti saluta, almeno?”
“No, ma non saluta nessuno. Sarà che è appena arrivato. E poi sono stati cacciati, ricordatelo. Magari si vergogna un po’ per questo…”
“Hai ragione. Lasciagli il tempo di abituarsi…”
In quel momento rientrarono il Mauro col fratello maggiore Peppino, accompagnati dallo zio Leone e dalla Lina, passati a fare visita in occasione delle feste natalizie.
“Mamma vieni a sentire, presto, c’è una grossa novità da parte dello zio Leone!”
Il Mauro non stava più nella pelle per quel che gli aveva riferito l’amatissimo zio.
“Lo zio viene a vivere con noi!” continuò Peppino come se non potesse aspettare che lo zio si decidesse a parlare.
“Piano Peppino, non ho detto questo. Ho detto solo che ci fermiamo a vivere da qualche parte, non è esattamente la stessa cosa.”
Maria sentì un tuffo al cuore e per la prima volta da molto tempo provò una sorta di tranquillità. Erano anni che sperava che il fratello prendesse una decisione simile. Come al solito, prima di parlare, aspettò che i ragazzi si togliessero di torno.
“Finalmente. E come mai vi siete decisi solo adesso?”
“Non ho più il fisico, sorella. Al mattino sono sempre più stanco…”
“Non vuole parlarne, ma ultimamente soffre spesso di dolori alle gambe… devi aiutarmi a convincerlo ad andare da un dottore.”
“Lina, non cominciare eh… ti ho già detto che ci vado dal dottore, non darmi il tormento.”
Come al solito, lo zio Leone, pur di smettere di discutere, fece ostaggi fra i membri più giovani del clan. Chiamò in cucina Mauro e la bella Lai, per scherzare un po’ con loro.
“Piuttosto, mi spiace che non ci sarà più nessuno a tenere allegre le serate nei bar della zona… Sarà un mortorio, la campagna, da oggi in poi…”
Gli occhi del Mauro si spalancarono per l’occasione inaspettata che gli veniva fornita.
“Zio, non preoccuparti, puoi insegnare a me a suonare la fisarmonica. Così posso cominciare io a girare per le osterie.”
Per Maria fu peggio di una pugnalata. Credeva di aver ritrovato un fratello e invece scopriva di poter perdere un figlio. Per la prima volta, si accorse che il Mauro non era più un bambino. Si accorse che tutti e tre erano cresciuti. Persino l’entrata in seminario di Peppino non era sembrata un salto definitivo. Lo vedeva spesso, praticamente tutte le settimane e sarebbe passato ancora qualche tempo prima dei voti, se avesse alla fine davvero deciso di prenderli.
Improvvisamente, si rese conto che la famiglia, appena riunita, si sarebbe presto, in un modo o nell’altro, di nuovo divisa. Anche gli altri adulti arrivarono alla stessa conclusione, sebbene nessuno di loro provasse lo sconforto che aveva catturato il cuore di Maria. Lo zio Leone e la Lina non potevano certo biasimare i nipoti per scelte che loro stessi avevano fatto, qualche anno prima. Per loro c’era solo il rammarico di non essere più i protagonisti. La giovinezza era passata e soltanto i giovani possono provare la soddisfazione di essere causa di angoscia per i genitori.
Gli adulti si guardarono in faccia e guardarono i ragazzi e capirono che la loro generazione era diventata vecchia, era diventata solo un antefatto. Erano arrivati per primi, ma ora potevano soltanto essere cause, non era più tempo per loro di essere conseguenze. Potevano al limite sperare di essere giuste cause.

Un santo, una puttana ed un culattone, questo erano considerati in paese don Peppino, la bella Lai ed il Mau.
Peppino aveva effettivamente coltivato la sua fede. I risultati scolastici, l’amore per la pittura, per la poesia, gli avevano permesso l’accesso al seminario. La vocazione era arrivata ben presto. Le volte che tornava a casa, era una festa in tutto il paese: i suoi modi sempre gentili gli attiravano l’affetto di tutti. Né bello né brutto, risultava simpatico benché un po’ schivo; né silenzioso né loquace, veniva giudicato intelligente anche solo per il fatto di essere riflessivo.
Soprattutto lo distingueva il rispetto per le altre persone, anche per quelle dal carattere e dal pensiero tanto diverso dal suo. Uno zio storpio ed anticlericale era stato di sicuro una buona palestra in cui allenare la compassione, da un lato e la tolleranza, dall’altro. L’aver perso il padre in giovane età e le ristrettezze economiche avevano fatto il resto. La sua tolleranza si scontrava però in quel momento con le posizioni sempre più nette assunte da certi gruppi fascisti. Come era possibile accettare un’ideologia così lontana dagli insegnamenti di Gesù? Eppure le gerarchie ecclesiastiche si erano affrettate a scendere a patti col duce.
Lo zio Leone considerava Mussolini, ex socialista, un traditore, un apostata, e se ne faceva beffe aggiungendo l’aggettivo autarchico a qualsiasi oggetto di uso comune. Usava perciò la carta autarchica per scrivere o per avvolgere le uova, autarchiche pure quelle, da portare alla Lina, che le cuocesse e preparasse la cena per loro e per i due cani autarchici! E così ad libitum.
Don Peppino però non se la sentiva di scherzare su certi argomenti e restava sospeso a mezz’aria, indeciso sulla posizione da prendere.
La bella Lai, negli anni, era diventata davvero bellissima ed altrettanto chiacchierata. Aveva compiuto da poco vent’anni, era alta e slanciata, aveva belle forme, bei capelli biondi ed era spiritosissima. Sempre molto truccata, labbra rosse e ciglia lunghe e nere, non poteva uscire di casa senza che qualcuno la fermasse per scambiare due parole e la bella Lai rispondeva a tutti, incurante dello stato civile, della fama e della fedina penale.
Nonostante fosse peccato, e nonostante nemmeno suo fratello avrebbe potuto assolverla senza la promessa di non farlo più, la bella Lai adorava andare a ballare alla balera. In paese ce n’erano tre, montate d’estate nei cortili di altrettante osterie, sempre le stesse, scomunicate una volta per tutte, che si aggiungevano a due sale da ballo vere e proprie, attive anche d’inverno, ricavate in varie occasioni nel Teatro Comunale ed al bar Centrale. Quest’ultima era la più elegante ed anche la sua preferita. C’erano sempre tanti bei ragazzi , vestiti bene e tutti volevano ballare con lei. La disgrazia di rimanere seduta tutta la sera ad aspettare che qualcuno la invitasse non le era mai capitata. Anzi, alle volte le avrebbe fatto piacere sedersi un attimo, tra una mazurka ed un foxtrot, a prender fiato. Di solito, invece, in quei momenti arrivava qualcuno speciale e lei non sapeva dir di no.
“Mamma, mamma, ho conosciuto un ragazzo stupendo!”
“Mia bella Lai, tutti i giorni tu conosci ragazzi stupendi!”
“No, no, mamma, questo è proprio bellissimo…”
Gliel’aveva descritto nel modo di fare e di parlare, nelle spalle e nel viso. Ed anche la madre ne era rimasta affascinata, sebbene per interposta persona. Si chiamava Angelino, aveva quindici anni e l’avevano preso come garzone alla ferramenta sulla strada per andare in stazione. Quindi non guadagnava un soldo, aveva concluso pragmatica Maria.
“Figlia mia, quindici anni, cinque meno di te! Ma non potresti limitarti a quelli della tua età? Anche un po’ più grandi va bene. Che ne dici? E soprattutto con qualche soldo in tasca…”

Nel suo salotto, la bella Lai stava ancora intrattenendo i suoi ospiti con vecchi racconti di giovinezza: chiunque ricevesse, non faceva altro che ricordare quei tempi. Portava ancora i capelli molto alti sulla fronte, benché adesso dovesse tingerli per farli apparire biondi, aveva sempre lo stesso rossetto alle labbra, lo stesso ombretto sugli occhi.
“Stavo parlando di te, Angelino, lo sai?”
“Di me? Ma cos’hai? Io ho più di cinque anni meno di te… ne ho almeno dieci di meno!”
“Ma non dire stupidate! Ti ricordi quando ci siamo conosciuti?”
“Io no…”
“Siamo venuti io e il Mau in negozio… e ti guardavamo entrambi con la stessa espressione trasognata! Possibile che non ti ricordi?”
Dello zio Leone, infatti, al Mau era toccata la diversità. Non esisteva un termine esatto per l’omosessualità in un paese di campagna come Buttano, durante il Ventennio, ma soltanto soprannomi offensivi ed il rischio di prendere delle bastonate.
“Zio Leone, in me c’è qualcosa che non va… a me, come dire… le ragazze non piacciono. Non lo so, non posso farci niente, ci ho provato a baciarne una, non ho sentito nulla. Ed anche lei mi ha detto che le sembrava di avere in bocca una lumaca, tanto non sapevo che fare…”
“Stai tranquillo, Mau! Quanti anni hai? Venti?”
“Ventidue…”
Il Mau, fisicamente, non assomigliava ai suoi due fratelli. Altrettanto alto, era però più pesante ed aveva un viso più rotondo ed un vistoso naso a patata che rendeva la sua espressione immediatamente simpatica.
“Magari sei solo ancora un po’ giovane. Vedrai che fra qualche anno comincerai anche tu a girarti quando passa una un po’…” disse lo zio Leone mimando le rotondità che gli piacevano in una donna.
“Non lo so, zio. Non è solo che non mi piacciono le ragazze. Ci ho pensato bene, anch’io alle volte mi giro a guardare un sedere, anch’io sento alle volte, dentro qualcosa… non sono come mio fratello, che sembra vivere in un altro mondo. È solo che se mi giro a guardare qualcuno, se sento qualcosa muoversi nella pancia… allora è per un ragazzo!”
Lo zio Leone non si era sentito in imbarazzo. Quella sensazione di disagio, compatimento e superiorità tanto frequente in altre persone gli era del tutto sconosciuta. Né aveva dovuto sorridere accondiscendente, ma contro voglia. La sua natura era compassionevole per definizione.
“Povero Mau, anche a te aspetta una vita difficile. Io posso dirlo, chi è diverso è solo. Ma non puoi farci nulla. Io non ho scelto di stare seduto, né tu di guardare gli uomini. Se così è andata, lo devi accettare. Quello che pensano gli altri non conta, sono bravi solo a trovare le soluzioni dei problemi che non conoscono, solo quelle. Cadono tutti quando qualcosa li colpisce, così come siamo caduti io e te. Non fraintendermi, la tua non è una disgrazia come la mia. Solo che ti aspetta una vita più difficile.”
Lo zio Leone parlava guardando avanti, rivolgendosi tanto al nipote quanto a sé stesso.
“Non mentire troppo, non a te stesso. Non dico di sventolarlo ai quattro venti, nessuno approverebbe, forse nemmeno il tuo moroso, ma non cercare la normalità: per quella, l’occasione è persa. Goditi quello che ti capiterà di buono, senza pretendere troppo e, mi raccomando, coraggio. Per essere felici ci vuole coraggio e buona sorte, di norma. Quando poi si abbandona la strada principale, ci vuole il doppio del coraggio, perché bisogna imparare ad orientarsi. Dai, raccontami un po’, c’è qualcuno che ti piace?”
“Sì, zio…”
“E ricambia?”
“Penso di sì, sai… penso di sì!”
Che il Mau avesse capito ed accettato ciò che era, andava considerata una prova di forza notevole. Che avesse trovato qualcuno con cui condividere la sua situazione, questa era una vera e propria fortuna.
“Davvero! Sono contento per te. Bravo! Ma non illuderti… avrai comunque bisogno del doppio di coraggio! Te la caverai benone, comunque, scorre lo stesso sangue nelle nostre vene! Sangue denso.”
Così era cominciata un’avventura a tratti bellissima, a tratti meschina. L’amante del Mau non era certo un principe azzurro. Il Mau stesso non seppe mai cosa fare esattamente, come gestire la cosa. Quando camminavano insieme, per tutti era evidente che quella non fosse una semplice amicizia, nonostante non osassero nemmeno sfiorarsi.
Poi, certi giorni, sembrava non gliene importasse niente della gente ed era magnifico. Altre volte, qualcosa andava storto, una battuta maliziosa sul lavoro, un’occhiata da parte di una ragazza e non era più possibile andare avanti così, il Mau voleva andare a vivere in città, dove forse le persone si sarebbero impicciate meno dei loro gusti a letto.
Ludovico pensava invece sempre più spesso di lasciare perdere e trovarsi una morosa, una donna da sposare, per ottenere un certificato scritto di normalità, cosa che alla fine avrebbe fatto. Lei si chiamava Rosita, aveva un figlio e non aspettava altro che un’occasione simile per risollevarsi dal suo stato. In fondo quelle che circolavano erano solo voci, lui era gentile e ci sapeva fare. Per il Mau, invece, quello che circolava era sangue e quando li aveva visti insieme la prima volta, per un attimo si era fermato. Poi, contrariamente alla sua volontà, aveva ricominciato a pulsare. Lui si era voltato e non aveva avuto più notizie del suo amore.
Maria non sapeva se esserne dispiaciuta o sollevata. Da un lato sperava che, passata quell’avventura, il Mauro si trovasse una ragazza semplice, con la quale costruire una famiglia, ma dall’altro sapeva che, se anche fosse successo, sarebbe stata solo menzogna. Cos’era da preferire: la facilità o la felicità?
Anche le frequentazioni della bella Lai le davano continuamente pensieri. Sembrava per quella ragazza impossibile adeguarsi alle consuetudini e trovare un equilibrio.
In fondo però, nonostante le chiacchiere della gente, nessuno dei suoi figli faceva niente di male. Era sicura delle buone intenzioni della bella Lai, era contenta quando vedeva Peppino ed il Mauro così spontanei, al di là delle difficoltà delle loro scelte, o di quello che il destino aveva scelto per loro.
Avevano perso il padre, anni prima e forse ciascuno di loro aveva fatto di tutto per trovare una figura sostitutiva. Da certi punti di vista, lo zio Leone, suo fratello, si era preso cura di loro, aveva cercato di dare quelle indicazioni che una madre, troppo cauta, troppo protettiva, non ha il coraggio di dare. Ma anche lo zio Leone, non si poteva dire fosse stato molto presente, con quelle rare visite. E così ciascuno dei figli aveva cercato di rifugiarsi in una seconda occasione. Maria voleva loro molto bene, così come voleva bene a suo fratello, ma senza poterli approvare fino in fondo. C’era qualcosa, nella loro vita, che lei non sarebbe mai riuscita ad accettare.
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