Noi siamo un antefatto – parte quarta

“Leone, andiamocene, prima che sia troppo tardi, scappiamo in Svizzera, o da qualche altra parte…”
La Lina stava asciugando le stoviglie con un lembo del grembiule, come sua abitudine. Negli anni aveva messo su qualche chilo, ma quella rotondità acquisita le donava. Aveva quarantasei anni e poteva essere considerata una bella donna.
“Lina, è tutta la vita che scappiamo! Ci siamo sempre spostati, ma non siamo mai riusciti ad andare da nessuna parte. Se avessimo voluto farlo, dovevamo pensarci da giovani. Che senso ha ormai?”
Anche lo zio Leone era ingrassato, da quando avevano preso fissa dimora a Buttano, ma su di lui i chili in più avevano solo peggiorato la situazione.
“Proprio adesso ha senso! Abbiamo continuato a spostarci quando ci avrebbero accettato in qualsiasi paese della bassa e adesso vuoi fermarti qui a tutti i costi… proprio non ti capisco!”
“Scappavamo dalla vita, prima, e dalle sue regole. Ora è diverso: tu vuoi scappare dalla morte, ma non si può, non con una carrozzella trainata dai cani. Nessuno passa inosservato di fronte alla morte e noi attiriamo l’attenzione anche alla fiera del bestiame. Quale dogana ci lascerebbe andare senza nemmeno un’occhiata ai nostri visti?”
“Ma perché dovrebbero fermarci, alla dogana? Spiegamelo!”
“Lascia stare, Lina, è uguale!”
“Ancora con questa storia che tanto non cambia niente! Come non cambia niente… Verrai deportato, non uscirai vivo dai campi! Cosa credi, che siano una colonia per le vacanze? Se non te ne frega niente di te stesso, allora pensa a me. Perché vuoi lasciarmi sola?”
Le cose avevano cominciato a cambiare fra loro quando le gambe dello zio Leone, fino ad allora assolutamente inerti, come morte, avevano cominciato a provocargli delle fitte lancinanti. Il dolore era diventato presto insopportabile, al punto da impedirgli qualsiasi tipo di attività. Non poteva spostarsi, non avrebbe mantenuto l’equilibrio in carrozzina, doveva smettere di suonare, non poteva nemmeno mangiare perché gli attacchi si prolungavano in strascichi persistenti che lo nauseavano, provocandogli conati di vomito. La cosa poteva durare ore.
Anni prima, da alcuni reduci della Grande Guerra, aveva sentito parlare degli effetti di alcune sostanze che venivano somministrate ai soldati, in caso di ferite gravi. Fu così che lo zio Leone cominciò a ricorrere alla morfina, per alleviare il dolore.
Quella sostanza però lo stravolgeva, persino più delle fitte. La Lina ne era atterrita, non riusciva a guardarlo in faccia quando era sotto l’effetto della droga che, naturalmente, gli aveva creato subito dipendenza, tanto da sentirne il bisogno a prescindere dal dolore alle gambe. La vita aveva perso significato. Non riusciva più a trovare alcun tipo di interesse per la musica, per la Lina, persino per i suoi cani. Non aspettava altro che una scusa per tuffarsi nell’oblio soffice, nebbioso, meraviglioso.
La situazione era già degenerata quando alcuni amici gli riferirono che la polizia fascista stava facendo strane domande sul suo conto ed aveva probabilmente intenzione di catturarlo e deportarlo in un campo di concentramento. Era il 1938 ed erano entrate in vigore le leggi razziali. Nemmeno questo riuscì davvero a smuoverlo dall’apatia, anzi gli sembrava quasi un avvallo alla sua intima politica nichilista. Aveva lottato troppo, nella sua vita, aveva investito tutto ed ora non era più in grado di trovare le energie necessarie per una prova di forza tanto grande.
“Tanto capiterà lo stesso, prima o poi, Lina. Che siano i fascisti o la morfina, che cosa cambia? Anzi, meglio che sia colpa di qualcun altro, avrai un nemico da odiare, ti terrà viva. Scusa sai, ma stiamo dicendo delle stronzate! E poi quello che hanno deciso non cambierà, qualunque cosa noi facciamo o diciamo. Non sarà dichiarandomi italiano che mi lasceranno andare! Hanno deciso che sono uno zingaro e subirò la sorte degli zingari!”
Lo zio Leone preferiva essere deportato in quanto zingaro, piuttosto che in quanto handicappato, perciò non aveva fatto nulla per smentire alcune voci che avevano cominciato a circolare circa una sua appartenenza alla razza rom. Lo stile di vita avvallava queste voci e persino i tratti somatici, plasmati nel tempo dal sole e dal vento, avevano assunto forme orientaleggianti. Anche quel suo modo di tenere i capelli lunghi raccolti dietro la nuca, poteva trarre in inganno. Lui stesso aveva deciso di indossare quella maschera, anni addietro, non per nascondersi, ma per distinguersi. Gitano quindi poteva andare bene. Se fosse riuscito a farsi catturare come comunista poi, sarebbe stato quasi contento.
Quale che fosse la ragione dell’arresto, alla fine lo zio Leone fu fermato ad un posto di blocco dalle squadre fasciste, sradicato dal carretto ed issato su un’autovettura. Non fecero certo fatica. Nemmeno la Lina poté far nulla e rimase a guardare la camionetta allontanarsi, certa che non l’avrebbe più rivisto. Poi raccolse la fisarmonica –era sola al mondo, i cani erano stati freddati immediatamente dai soldati, per evitare noie- e cominciò ad incamminarsi. Perché non avevano preso anche lei, con lui? Perché non l’avevano ammazzata, come avevano fatto coi lupi? Si guardò attorno: nessuno si era neppure affacciato alle finestre a guardare, per paura di essere visto e la piazza adesso era deserta.

Anche Goebbels era poliomielitico, anche lui faceva fatica a camminare. Lo zio Leone ne era al corrente, aveva sentito parlare di un gerarca nazista con una gamba più corta dell’altra a causa della malattia, e ci pensava sul treno, mentre viaggiava, seduto in terra al buio, insieme agli altri. Pensava che questa gente odiava le debolezze, le diversità degli altri perché nel profondo odiavano sé stessi. Loro per primi erano diversi e, nonostante le apparenze, deboli e soltanto chi odia sé medesimo con tutto il cuore può commettere cose simili. Li avevano catturati senza ragione, imprigionati in un vagone merci e li stavano trasportando verso una destinazione ignota. Erano trattati come bestie, peggio delle bestie perché quelle avrebbero avuto più aria a disposizione. Con il treno già completamente pieno, la maggior parte delle persone in piedi o sedute sulle proprie ginocchia, ad ogni stazione si sentiva crescere l’agitazione, come se i passeggeri avessero fretta di arrivare e temessero di subire ritardi a causa delle tante fermate. La preoccupazione dei più era che i soldati facessero entrare altra gente in quei vagoni in cui sembrava non starci più nessuno. Nel buio e nel caldo sempre crescente, era un susseguirsi di domande tutte identiche, cambiava soltanto chi era a porle di volta in volta. Forse nessuno sapeva fare le domande giuste o forse nessuno aveva il coraggio di dire, ad alta voce, la sola, terribile risposta.

La Lina aveva una decisione da prendere sul futuro che le appariva così nero. Ed andava presa subito, come a togliersi almeno il peso dell’incertezza. Cosa poteva fare, dopo più di vent’anni al fianco dello stesso uomo? Doveva tornare a lavorare in un’osteria? Doveva trovare qualcun altro da accudire, anche senza amore? Nessuno torna indietro, continuava però a ripetersi. Doveva guardare avanti. Aveva sentito di alcuni gruppi nascosti sulle colline piacentine, seguaci di quell’Emilio Canzi che avevano conosciuto anche loro tanti anni prima, nel 1921, in occasione del funerale di Attilio Boldori, socialista ucciso dalle squadre fasciste proprio nei pressi di una cascina vicina a Buttano.
In piazza, Canzi teneva alta la bandiera degli anarchici e lo zio Leone si era avvicinato per discutere di alcuni temi che gli stavano a cuore. L’anarchico aveva ovviamente riconosciuto in lui un suo simile, al primo sguardo. Subito dopo la cerimonia funebre, Canzi, lo zio Leone e la Lina si erano trovati tutti e tre seduti al tavolo di un’osteria a parlare, insieme ad altri compagni.
“C’erano diecimila persone in chiesa ed in piazza, come minimo…” Canzi stava considerando quanta gente fosse sopraggiunta a dimostrare solidarietà.
“Era molto conosciuto dalle nostre parti, Attilio. Ha fatto il sindaco di Due Miglia, qui appena fuori Cremona, poi è andato in guerra ed è stato ferito gravemente. Era invalido, come me, per questo i fascisti l’hanno raggiunto, dopo l’incidente in macchina. Gli altri passeggeri invece si sono salvati.”
“Ho letto che tornavano da una riunione di partito…” disse il Canzi che a quanto pare era venuto al funerale anche lui spinto dal clamore suscitato dal crimine sulla stampa nazionale.
“Sì, negli ultimi tempi stava organizzando le cooperative agricole della zona…” rispose lo zio Leone che invece conosceva Attilio di persona.
“Ma si renderanno conto, tutte queste persone, che i mandanti dell’omicidio siedono in parlamento, in questo preciso istante?”
Lo zio Leone esitò un momento prima di rispondere. Fu la Lina la prima a parlare.
“Io penso di sì, ma la maggior parte fa finta di niente perché gli fa comodo questo stato di cose…”
“Ne sono convinto anch’io. Preferiscono la schiavitù alla responsabilità di decidere…”
Si erano scambiati delle lettere, negli anni subito successivi, durante l’esilio di Canzi in Spagna e in Francia, per poi perdere i contatti col peggiorare della situazione politica in Italia e della salute dello zio Leone.
Di recente, la Lina aveva saputo che Canzi era tornato nel piacentino e che stava radunando gente per combattere, per resistere. Certo non sapeva se avrebbero preso una donna con loro, forse avrebbero fatto proprio come i fascisti, che non l’avevano ritenuta degna nemmeno di essere deportata. Eppure avrebbero dovuto accettarla, anche solo in onore del suo compagno scomparso.
La Lina cominciò ad incamminarsi verso la stazione. Si stava sempre più convincendo che l’avrebbero presa fra i partigiani. Non aveva altro da fare che raggiungerli e chiederglielo.
“Povera Lina, che vita difficile che ha avuto.” disse Antonia, con gli occhi lucidi.
“Sai che non abbiamo avuto più notizie di lei? Né durante né dopo la guerra. Eppure abbiamo fatto anche delle ricerche.” Disse la Bella Lai.
“Chissà se si è riuscita ad unirsi ai partigiani…” concluse l’Antonia, pensierosa.
“Ma Attilio era parente di quel Boldori di cui ci raccontavi prima?” chiese Angelino che non ricordava più quella parte della storia, nonostante l’avesse già sentita altre volte.
“Certo, era suo fratello. Era lo zio di Andrea, per intenderci. C’era anche lui sull’auto, la sera dell’incidente. Solo che lui è riuscito a scappare… suo fratello no. Pensate che dispiacere.”
“Sono stati anni difficili per tutti…” sibilò don Peppino, apparentemente stanco.

Don Peppino aveva appena finito di leggere la lettera di sua madre e si sentiva distrutto. Quello che aveva letto appariva tanto disumano da essere incredibile. L’introduzione delle leggi razziali in Italia, pur riempiendolo di angoscia, gli era sembrata più una trovata esibizionista di Mussolini che un vero e proprio decreto che avrebbe avuto presto le sue applicazioni feroci. Gli era rimasta un’ingenua fiducia nella buonafede dei politici. Solo ora che ne subiva le conseguenze, riusciva a capirne le implicazioni. Suo zio, lo zio Leone, ritenuto forse di origini zingare o forse iscritto al partito comunista o forse perché handicappato e perciò più debole, era stato deportato in un campo di concentramento. Fortunatamente era morto in treno, durante il trasferimento.
Negli ultimi anni si erano visti meno, e da qualche tempo non aveva neppure più notizie da parte sua. Paradossalmente, si erano allontanati proprio da quando lo zio aveva preso fissa dimora. La possibilità di vederlo sempre si era tradotta nella circostanza di non incontrarsi mai. Il seminario l’aveva impegnato molto, d’altro canto e forse, conoscendo l’opinione dello zio sulla Chiesa e sui preti, non se l’era sentita di andarlo a trovare tanto spesso. Una volta presi i voti, era stato assegnato a Caravaggio, a 50 km da Buttano, e da allora non era quasi più tornato al suo paese.
Eppure doveva tantissimo a suo zio. Sua madre gli aveva permesso di realizzarsi, vero, ma era stato lo zio Leone a dargli il coraggio di scegliere la propria strada. Proprio questo gli aveva insegnato quel matto costretto sulla sedia a rotelle.
Ora era morto, in un vagone del treno, forse in seguito alle percosse subite, più probabilmente uccisosi con una dose eccessiva di morfina, per evitare l’umiliazione del campo di concentramento. Don Peppino conosceva troppo bene suo zio. Non era in grado di sopportare alcun tipo di prigionia. Non potendosi ribellare, si era liberato.
Ma perché avrebbe dovuto avere così tanta fretta. Perché non aspettare e vedere l’evolversi della situazione? Aveva avuto paura. Cosa ne sapeva lo zio Leone dei campi? Forse più di lui. Cosa ne sapeva, lui, don Peppino, dei campi? Circolavano delle voci tanto orribili da sembrare incredibili. Forse era bastato allo zio Leone ritenere vere quelle voci.
Solo, preda del dubbio nella sua camera, don Peppino sgranava le perle del rosario senza recitare alcuna preghiera. Quello che usciva dalla sua bocca era un lamento scomposto, senza senso. Ci fosse stato qualcuno con lui, avrebbe mantenuto il controllo, per dare l’esempio. La solitudine, invece, gli permetteva di lasciarsi andare.
Fortunatamente. Proprio così aveva pensato, pur trattandosi forse di suicidio. Questo pensiero lo colpì duramente, deviando il corso dei suoi ragionamenti. Come aveva potuto, lui prete, sentire quel fortunatamente nel suo cuore? Alla notizia della morte di suo zio, subito dopo aver provato la disperazione per la sua deportazione, come aveva potuto accettare persino il suicidio, nonostante l’anatema della Chiesa? Tutto quello che aveva imparato ed avrebbe predicato era vero perciò solo in teoria, solo quando capitava agli altri. Bastava essere toccati dalle avversità, per accettare le lusinghe del maligno? Eppure non avrebbe sopportato l’idea dello zio Leone indifeso, imprigionato, picchiato, costretto all’umiliazione. Quel fortunatamente, così blasfemo, restava saldo nel suo cuore, insieme al ricordo di una persona che non si era mai lasciata piegare dalla sfortuna.
Don Peppino non poteva assolvere suo zio, ma non poteva nemmeno smettere di amarlo. Aveva peccato contro le convenzioni dell’uomo, non contro le leggi di Dio. Era l’orgoglio, in fondo, la sua unica colpa, l’orgoglio di voler essere fautore del proprio destino. Quella sera, don Peppino aveva deciso di lasciar vacillare la sua fede, cullarla al ricordo di suo zio, un fornicatore ateo, tossicomane, suicida, libero. E se un tale padre aveva in qualche modo generato un figlio prete, non poteva essere male del tutto. Molti benpensanti erano del tutto sterili. No, Dio non poteva aprire bocca quella sera, perché quello che stava succedendo non aveva alcun senso, alcuna logica, non poteva riguardare nessun piano superiore. Era follia allo stato puro, a nulla sarebbe servito giustificarla. L’uomo era orfano. Don Peppino aveva perso per la seconda volta il padre. Si sentiva solo perciò, e stava piangendo.

Proprio alla vigilia dello scoppio del conflitto, don Peppino fu trasferito dalla Curia a Buttano. Questa gli era sembrata una gran fortuna. Invece, nel suo paese natale, lì dove conosceva ed era conosciuto da tutti, avrebbe visto ancora più duramente tutte le conseguenze degli scontri: macerie, lutti, povertà, fame, applicate alle persone che più amava. La guerra gli sarebbe passata sopra come un uragano, lasciando cicatrici ovunque.
Nei primi anni del conflitto, le bombe sganciate da Pippo sulle luci imprudentemente lasciate accese nelle case di Buttano avrebbero spiegato anche ai civili quale prezzo altissimo andasse pagato per il vezzo di qualche dittatore di cambiare i confini di una nazione.
Poi, dopo l’8 settembre, le retate e le successive esecuzioni ad opera dei militari della Wehrmacht e delle SS avevano chiarito agli ultimi sostenitori, se ancora ce n’era il bisogno, cosa volesse dire la presenza del nemico sulla propria terra. Un nemico che era stato invitato ad entrare.
E la situazione era destinata a precipitare definitivamente, anche a Buttano.
Durante un rastrellamento nelle cascine della zona, i tedeschi avevano trovato alcuni imboscati, ragazzi che si erano nascosti per sfuggire alla guerra e li avevano messi nel carcere allestito nell’oratorio maschile in attesa di eseguire la condanna prescritta per i disertori. In paese si era subito sparso lo sgomento e la disperazione: il bando del febbraio 1944, infatti, prevedeva la pena di morte per i renitenti alla leva, come esempio da dare agli altri italiani smidollati. Don Peppino, venuto a sapere della notizia, si presentò al commissariato dove erano detenuti, quel luogo a lui tanto familiare, per cercare di porre rimedio alla tragedia.
“Mi offro in cambio dei quattro giovani che avete catturato.”
“Tu offri cosa?” disse il più alto in grado fra i soldati.
“Offro me stesso. Prendete me, lasciate loro.”
“Tu sei uno. Loro sono quattro. Quattro è maggiore di uno.”
“Ma a voi interessa il simbolo, non il numero. Ed un prete è un simbolo.”
In cuor suo non credeva che avrebbero giustiziato persino un uomo di Chiesa, ma non ne poteva essere sicuro. Sapeva solo che quella era l’unica cosa giusta da fare. I tedeschi invece apparivano confusi. Si sarebbero aspettati una rivolta popolare, delle madri in lacrime o degli uomini armati, ma non un sacerdote timido, poco più vecchio di loro e apparentemente senza alcuna esperienza. Scrissero vari telegrammi ed altrettanti ne ricevettero. Forse ci fu persino l’intervento del Vescovo. Alla fine accettarono l’offerta: la detenzione di un prete, in cambio delle vite di quattro disertori.
“Io me lo ricordo ancora, quando sei uscito come un prigioniero dal tuo stesso oratorio, scortato dai soldati, pallido, curvo, spaventato.”
Angelino alle volte dimostrava una memoria impressionante. Doveva avere dieci anni, all’epoca dei fatti. Antonia era ancora più giovane ed aveva le idee più confuse, su quel periodo. E poi lei mica poteva frequentarlo, l’oratorio maschile. Lei andava dalle suore, come tutte le bambine.
“Lo sapevo che non sarebbe successo niente… non ero così coraggioso.”
Don Peppino soffiò quella spiegazione attraverso la tracheotomia. Ci voleva qualcosa di grosso come l’imbarazzo di essere il centro dell’attenzione, per spingerlo ad intervenire direttamente. Siccome il suo commento non era risultato del tutto udibile, fu la bella Lai ad amplificarlo. Lei era abituata ad interpretare quei sibili attraverso la ferita.
Don Peppino passò in carcere il rimanente anno di guerra, fino alla liberazione, il 25 aprile. Nonostante il trattamento di riguardo, ne uscì smagrito, provato e dopo quell’esperienza non fu più lo stesso.
In carcere ripensò spesso allo zio Leone, rilesse mille volte nella mente la lettera in cui era annunciata la sua morte. Quella lettera era stata più che sufficiente per capire l’olocausto e per guardare Dio con meno candore, anche se con altrettanto amore. Don Peppino condivideva fino in fondo il destino di sua madre, di amare anche coloro – e Colui – che spesso non riusciva ad approvare.

La guerra era finalmente finita ed i giovani tornavano dal fronte, chi dopo un mese, chi dopo tre, chi ci mise persino un anno a rientrare a casa e naturalmente tutti avevano voglia di divertirsi.
“Nel nostro cortile c’erano tre o quattro ragazze attorno ai vent’anni, io ero molto più piccola, ne avrò avuti dodici, quattordici al massimo.” Era la Antonia a tirare fuori quella vecchia storia, adesso.
“Insomma cominciarono a vedersi in giro questi ragazzi giovani, qualcuno era anche bello. Mi ricordo che dopo poco tempo erano tutte e quattro fidanzate. Poi una sera si sentì un urlo nel cortile. Era la Cesira Baiocchi, mi ricordo ancora.”
“Oh Dio! Signore! Donne, donne! Sentite cosa mi è successo. Che disgrazia! Quella puttana! Ma cosa ho fatto per meritarla! Oh signore! Mia figlia! Sentite cosa ha fatto quella troia!”
Era disperata, gridava un dolore insanabile, irrimediabile.
“Cosa c’è, Cesira? Cos’è successo?”
Era sempre la Nilde Pallaviceni la prima ad accorrere, nel bene e nel male. Anche alcuni ragazzini erano corsi attorno per cercare di capire, ma furono subito mandati via a pedate e ceffoni. Erano troppo piccoli per sentire di un tale scandalo…”
“Mia figlia! La più grande, la Teresa, è rimasta incinta! Quella puttana! L’ho chiusa in camera, col catenaccio, non esce più di lì, che disgrazia, ma Signore, che disgrazia!”
“Calma, calma, Cesira.”
“Effettivamente, la figlia Teresa non si vide più in cortile. Si sposò ed andò a vivere col marito, ma non si fece più viva in cascina.
Credo che quella scena mi colpì molto, perché ancora oggi, quando sento di una ragazza che resta incinta senza essere sposata, provo una gran pena per sua madre. È più forte di me, anche se so che i tempi sono cambiati. Non ci posso far niente.”
“Sì, Antonia, ma già a quel tempo era diverso rispetto a prima della guerra. Non ti ricordi che voglia di festeggiare avevamo? D’estate andavamo a ballare tutte le sere. Ti ricordi il Trocadero?”
Proprio dopo la guerra, il Mau aveva aperto il Trocadero, la balera del paese, subito diventata la più frequentata della zona. Dallo zio Leone, il Mau aveva ereditato la passione per la musica, ma non lo stesso orecchio. Quando aveva cominciato a prendere lezioni di fisarmonica, si era accorto ben presto che tenere il ritmo non era il suo destino ed aveva abbandonato. Ma l’amore per la musica era rimasto ed alla prima occasione aveva aperto un locale da ballo. Per la verità, era solo un’osteria con una pista all’aperto, nel cortile, realizzata dai giovani della via. C’era anche Angelino, fra quelli: avevano steso il cemento e poi una resina lucida che permetteva ai piedi di scivolare. Poi avevano realizzato una copertura, facendoci crescere sopra l’edera, perché il posto sembrasse più esotico. Il Mau dipingeva anche, alle volte, e aveva pitturato tutte le pareti con dei disegni che ricordavano quelli che si vedevano nei film americani. Il posto appariva esotico davvero e, almeno d’estate, quando si poteva sfruttare la pista all’aperto, pieno di gente.
“Sì, Angelino, i tempi erano diversi, ma non abbastanza. Fammi finire la storia… Passano tre o quattro mesi, ed ancora in cortile una mattina si sentono delle grida. Questa volta era proprio la Pallaviceni, che trascinava fuori la figlia Santina.”
“Donne, donne! Oh Signore, ma cosa hai fatto! Dimmelo! Non entri più in casa! Non ti faccio più entrare! È così che ti ho insegnato? Cose da non credere! Ma non entri più, neanche morta! Farai la fine della Ester!”
Così dicendo, la Pallaviceni mollò la figlia in mezzo al cortile e corse a chiudersi in casa, serrando col chiavistello la porta.
“È strano vero? Una aveva chiuso dentro la figlia, e l’altra l’aveva buttata fuori. Strano davvero!”
Stavolta fu un’altra donna della cascina ad uscire e prendersi cura delle lacrime della Santina, anche lei, come la Cesira, in stato interessante, senza previo permesso del prevosto.
“Ma era proprio necessaria la scenata? Non potevano far finta di niente e organizzare in fretta e furia un matrimonio? Tanto lo sapevano tutti come andavano le cose” disse la bella Lai.
Le cose, almeno al Trocadero, andavano più o meno così: attorno alla pista da ballo c’erano i tavolini. Lì sedevano le ragazze, in attesa di essere invitate a ballare dagli uomini che, almeno stando ai racconti dell’Antonia, giravano attorno come squali in attesa della preda. L’Angelino non smentiva le insinuazioni sbuffando come al solito, perciò bisogna ammettere che funzionasse davvero così. Se la ragazza accettava di ballare, allora la si poteva invitare ad uscire una sera, in settimana. Certo che se tutti si fossero fermati a quel livello di confidenza, non sarebbero nati così tanti figli prematuri…
Per il resto, certe volte al Trocadero c’era l’orchestra a suonare, altre volte giravano i dischi. Il Mau stava al bar, quella era comunque un’osteria, qualcuno doveva servire da bere e da mangiare, ma, nonostante l’impegno, lì si trovava a suo agio, quello era il suo mondo e, come lo zio Leone, sapeva far divertire la gente. Naturalmente, era considerato uno eccentrico, uno strano e la gente andava al Trocadero anche solo per curiosità, per vedere come si sarebbe vestito quella sera, che cappello avrebbe indossato, che complimenti avrebbe fatto ai clienti più affezionati e come avrebbe accolto quelli nuovi.
“Non c’è due senza tre, dicevano le donne fuori pericolo, le vedove, le nubili o quelle con figli maschi. Vedrete che capiterà ancora.”
Infatti alla fine dell’estate toccò alla Piera Badini, figlia maggiore di una delle famiglie più povere della cascina. Sua madre forse se l’aspettava, uscì comunque ad avvertir le donne, perché allora veniva messo tutto in cortile, ma senza fare troppo strepito, con pacata tristezza, come di chi non ha molto da perdere. Sfortuna volle che anche il ragazzo padre fosse povero in canna e per di più disoccupato, tanto che se lo presero in casa, i Badini e ci furono due bocche in più da sfamare.
Saranno stati tutti quei concepimenti inattesi, sarà stata l’invidia degli altri baristi, com’era prevedibile si cominciò a parlare del Trocadero come di un luogo di peccato. Lì i ragazzi si ubriacavano più che altrove, lì le ragazze incontravano nuove tentazioni.
Intanto il Mau continuava a vestire il suo cattivo esempio con colori sgargianti e camicie a fiori. Se lo zio Leone era stato affascinato dalla Russia, per il Mau l’esempio da seguire erano gli Stati Uniti, terra di libertà e di benessere. Da lì arrivava la musica migliore, i film più belli, le nuove mode.
E da lì arrivarono anche gli artificieri che spensero l’incendio al pozzo di metano.
“Andiamo Antonia? Comincia ad essere tardi…”
“Ma no! Aspettate ancora un minuto… Venite a trovarci così raramente. Almeno in queste occasioni fermatevi un po’. Altrimenti è più il tempo che state in auto di quello che ci fate compagnia. E poi non avete ancora sentito come va a finire la storia…”
Può darsi che non fosse tardi, come diceva la bella Lai, ma Angelino come finiva la storia lo sapeva a menadito e la curiosità non era sufficiente a trattenerlo. Guardava inoltre con sospetto la padrona di casa che stava mettendo una pentola d’acqua sul fuoco, aveva acceso il forno per metterci le patate appena tagliate e aveva controllato il brasato che stava cuocendo a fuoco lento sul fornello da parecchie ore. In tutto il pomeriggio, nonostante avesse parlato quasi solo lei, contemporaneamente non aveva mai smesso di fare qualcosa in cucina. Evidentemente stava preparando una cena importante ed Angelino già sapeva come sarebbe andata a finire: avrebbero dovuto fermarsi a mangiare e sarebbero tornati tardissimo. Prima di un altro anno, la Antonia non sarebbe stata in grado di convincerlo a fare di nuovo visita ai suoi due anziani parenti.
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