Nella stanza Alcide ha contato almeno quindici persone

Nella stanza Alcide ha contato almeno quindici persone, quasi tutti uomini, seduti su delle sedie tutte diverse messe a cerchio lungo le pareti. All’inizio ha pensato ad una riunione tipo quelle degli alcolisti anonimi, in cui ciascuno si presenta e racconta la propria esperienza. Se ne fanno anche per chi ha il vizio del gioco e per chi ha un problema cronico coi debiti, Alcide lo sa, poi però si è detto [e perché la ‘ndrangheta dovrebbe organizzare una riunione simile? Ha tutto l’interesse che la gente si rovini con le macchinette del video poker e con i debiti]. Lui deve restituire ancora un paio di centinaia di migliaia di euro, ha perso il conto alla fine e non ha la minima idea su come racimolarli, adesso che la Forex è chiusa.
È venuto Carmine ad avvertirlo di quella riunione, la sera prima. Ha suonato alla sua porta di casa intorno alle undici, ma Alcide se l’è trovato davanti prima ancora di avergli aperto il cancello.
“Domani ti devi trovare al numero 15 di via Pasubio, all’una. Se non vieni ti veniamo a prendere… Dormi preoccupato…”, ha detto e senza aspettare una risposta se n’è andato. Alcide sa di essere caduto in disgrazia. Prima Carmine non si sarebbe mai permesso un atteggiamento del genere.
Nell’attesa che succeda qualcosa, Alcide guarda le facce di quelli che gli stanno intorno: ne conosce di vista almeno un paio e non sembra che ci siano perditempo fra gli invitati, di quelli che buttano i soldi con le macchinette al bar, si direbbero quasi tutti artigiani e piccoli imprenditori. Tranne forse uno, un energumeno vestito completamente di nero che potrebbe anche essere un tirapugni dei mafiosi se non fosse che Alcide è convinto di averlo già visto altrove, forse addirittura alla DAFF Italia, in una delle sue tante visite. Di fianco al bestione, c’è quello che potrebbe essere un semplice pensionato, una persona dall’aspetto misero: indossa una giacca di velluto di almeno trent’anni e una paio di pantaloni di jeans logoro. Da quando è entrato non ha fatto altro che girarsi fra le mani un santino, di quelli con l’effigie di padre Pio da un lato ed una preghiera dall’altro. Sembra essere il più preoccupato di tutti. Forse, pensa Alcide, non è la prima volta che gli capita un esperienza simile e sa già cosa li aspetta. C’è anche una coppia di giovani, appena sposati, probabilmente. Lei è carina, ma dimessa. Ha i capelli biondi, di media lunghezza, è magra, senza particolari forme. Lui è un po’ più alto, un po’ più grasso, un volto più interessante, persino. Si respira un’aria molto tesa, nella sala, nessuno parla, tutti si guardano intorno e si domandano cosa potrebbe succedere. Uno soltanto sembra ostentare sicurezza. È un uomo sulla cinquantina, vestito in maniera sportiva, con il gagliardetto di chissà quale squadra sulla giacca. Non ha mai staccato gli occhi dal Blackberry, mandando messaggi e cercando di fare telefonate, imprecando ogni tanto perché in quel bunker evidentemente non c’è campo. La sala è senza finestre, senza mobilio, sembra fatta per essere lavata con la canna dell’acqua, la luce al neon appiattisce ogni cosa e c’è un’unica porta d’ingresso. Da lì finalmente entrano tre persone: Carmine, Pasquale Scutellaro detto ‘o pumpiere ed un terzo nemmeno tanto grosso e dall’aria per niente intelligente. Scutellaro si ferma proprio di fianco all’ingresso, gli altri due si portano al centro della sala, trascinandosi l’unica sedia rimasta libera, sulla quale si siede Carmine, inforcandola al contrario, lo schienale in avanti.
“Siete qui per un problema di debito”, inizia senza preamboli, quasi a bassa voce Carmine. “È una brutta cosa, un debito. Ne parla anche la Bibbia, dove debito e peccato coincidono, ne parlano i libri indiani, il debitore come lo schiavo, il creditore come il signore, è così da millenni… Non abbiamo inventato niente.”
Carmine sembra recitare a memoria un testo ripetuto tante volte, si atteggia come un personaggio di un film di Quentin Tarantino.
“Le figlie dei debitori venivano ridotte in schiavitù: potremmo prenderci le vostre figlie, se fossimo nell’antica Babilonia. E poi se ne parla nel Padre Nostro, la poesia prediletta da Gesù, rimetti a noi i nostri debiti, e forse c’è un accenno anche il quel santino di Padre Pio, vero Gennarino?”
Il pensionato nel sentirsi chiamare si risveglia dal torpore e comincia a fare no con la testa. Non ha capito quello che Carmine gli ha chiesto, evidentemente, risponde ad un’altra domanda, tutta sua.
“Voi il vostro debito non l’avete ancora saldato, per questo siete qui. Il nostro dubbio è che non vogliate farlo. Voi potete pagarci, ma non volete…” Carmine fa una pausa e guarda tutti negli occhi.
“Lo scopo della riunione è convincervi che è del tutto nel vostro interesse saldare il debito che avete con noi… Abbiamo cercato di dirvelo con le buone, ma, se siete qui, vuole dire che non è servito… per cui serve un esempio più forte!”
Carmine fa un cenno all’uomo di fianco a lui, indicando proprio Alcide. Questi lo fa alzare e gli prende la sedia, lo porta al centro della sala e lo fa sedere di fianco a Carmine. Un attimo prima che Alcide sia effettivamente seduto gli sferra un pugno nello stomaco che gli toglie il fiato. Alcide crolla letteralmente sulla sedia, i suoi novanta e rotti chili già inerti come fossero carne macinata. Carmine comincia a schiaffeggiarlo restando addirittura seduto, prima piano, in segno di sberleffo, poi sempre più forte, con manate sempre più ampie. Il volto di Alcide gira di volta in volta a destra e a sinistra, compiendo escursioni innaturali, mentre l’altro uomo lo tiene fermo sulla sedia, affinché non cada.
Tutti già pensano ecco, abbiamo capito, adesso basta, ma il pestaggio prosegue, senza che Alcide possa ormai opporre alcuna resistenza. Nessuno degli altri ha fatto nemmeno il minimo cenno di provare a difendere quell’uomo pestato a sangue, nemmeno l’energumeno in nero che per stazza e forse per professione avrebbe potuto intimorire Carmine e quell’altro.
Alcide è a terra, in un lago di sangue. Carmine adesso è sudato, ha perso il controllo che ostentava all’inizio.
“Andatevene…”, dice riprendendo fiato. “La prossima volta potrebbe toccare a voi…”
Nessuno si alza.
“Fuori!” urla Carmine, inferocito.
Pasquale Scutellaro ha assistito a tutta la scena senza muoversi, senza aprire bocca. Adesso è ancora di fianco alla porta. Quelli che escono lo salutano come se si trattasse di una veglia funebre e Scutellaro fosse il parente del morto. Qualcuno gli bacia persino le mani.
Alcide viene trascinato fuori, caricato sulla sua stessa auto. Verrà riportato a casa, ci penserà la moglie a medicarlo. È questa la prassi utilizzata. Nessuno chiaramente finisce in ospedale.
Nella sala resta solo la coppia di sposini. La giovane ragazza è svenuta. Il marito non ha avuto nemmeno il coraggio di alzarsi per portarla fuori e soccorrerla. Quando si è accasciata, è riuscito solo a sollevarla e ad appoggiarsela sulle sue gambe e così, con quel corpo inerte sulle cosce, ha assistito al pestaggio.
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