Nel bar c’è soltanto il proprietario

Nel bar c’è soltanto il proprietario di nome Gerry ed un signore cinquantenne abbronzato e di bell’aspetto. Scarpe a punta, orologio d’oro, camicia sbottonata, catenina, tutto dell’uomo dichiara il suo essere un industrialotto della bassa bresciana. Sta bevendo un Franciacorta millesimato da 7 euro quando entra un giovane piuttosto alto con ancora il casco in testa. Il giovane indossa jeans e giubbotto di pelle.
“Possiamo fare due chiacchiere in privato?”, dice il giovane togliendosi il casco all’industrialotto cinquantenne. Sembrava sapere che l’avrebbe trovato lì e gli ha rivolto la parola con un accento forzatamente calabrese, come di chi ha iniziato a parlare quella lingua in età già adulta e certi suoni, certe vocali aspirate non gli riescono ancora naturali.
“Mi dicono che è vostra intenzione allargare la produzione… entrare in un settore nuovo… dedicare un ramo d’azienda all’allestimento di camioncini frigorifero…”
L’industralotto bresciano è un po’ sorpreso, ma già si immagina quello che il giovane vuole chiedergli ed è anche lusingato che le persone lo riconoscano al bar, che le voci sulle sue intenzioni corrano così veloci, che la città parli dei suoi piani di sviluppo industriali. È segno che ce l’ha fatta.
“Beh, non c’è ancora nulla di deciso, sto valutando la convenienza… ma non mi dispiacerebbe…”
Il giovane mette una mano sulla spalla del cinquantenne e preme a sufficienza da far sentire un certo trasporto umano o una evidente superiorità fisica.
“Io mi vedo costretto a chiedervi una cosa, ve la chiedo da amico, adesso, anche se noi non ci conosciamo, ma so che di una persona come voi io mi posso fidare…”
“Io ti capisco… come ti chiami?”, dice l’industrialotto da buon padre di famiglia.
“Carmine mi chiamo…”
“Io ti capisco, Carmine. È solo un po’ prematura, la tua richiesta. Al momento non sto pensando di assumere… vorrei prima vedere con le risorse interne… non c’è più tanto lavoro come dieci anni fa…”, continua un discorso già fatto mille volte, l’uomo, mentre gesticola tronfio e sorseggia prosecco.
“No, ma non si tratta di essere assunti… voi non mi ascoltate… tenite a vucca cumu nu cantaru… si tratta delle vostre intenzioni…” cerca di interromperlo il giovane che comincia a spazientirsi.
“Vorresti fare un periodo di prova… in nero… ne possiamo parlare! I costi si abbassano… io non prendo l’impegno di tenerti… tu non hai l’obbligo di rimanere…”
“Signor Gnutti, me saglie la pressione… Tengo certi amici che non vedono di buon occhio la vostra intenzione…”
L’industrialotto bresciano fa un balzo indietro, come se avesse visto un serpente e si volta verso il barista, colpevole di aver fatto entrare un simile rifiuto della società e di aver lasciato che gli si avvicinasse.
“Sei della guardia di finanza? E vieni qui a fare delle insinuazioni… vieni a mettermi alla prova? Ma come ti permetti?”
“No Signor Gnutti, voi non mi avete capito… i miei amici non sono della guardia di finanza… i miei amici già lavorano con la Forex… tengono affari con Alcide. Mi capiste? I miei amici non vogliono perdere i loro affari… adesso che la Forex è in difficoltà, non vedono di buon occhio un’azienda concorrente… ma io so che con voi si può parlare e tutto s’aggiusta…”
L’industrialotto cinquantenne da rosso in faccia si è fatto pallido, smunto. La guardia di finanza è un nemico che ha già affrontato altre volte, che conosce bene. La ‘ndrangheta, no. Ha già fatto qualche affare, ha subappaltato dei lavori ad un paio di aziende evidentemente affiliate, ma non gli è mai capitato di trovarsela contro. Torna a guardarsi intorno, stavolta per vedere chi potrebbe aver sentito, incerto se preferire la presenza o l’assenza di testimoni. Poi si volta di nuovo a guardare il giovane, questo ragazzotto alto e riccio che avrebbe davvero potuto essere uno dei suoi operai e che invece si dimostra di tutt’altra pasta. Come ha fatto la ‘ndrangheta ad essere al corrente delle sue intenzioni di espandersi? Con chi ne ha parlato, chi potrebbe aver fatto la spia? Qualcuno all’interno della sua azienda è affiliato al clan dei calabresi? Qualcuno di quelli che contano, persino?
“Io… io… io…”, non fa altro che ripetere l’industrialotto.
“Bene, vedo che ci siamo capiti… Posso dire ai miei amici di stare tranquilli, quindi? Posso dire che è tutto sistemato?” Carmine sembra non avere intenzione di andarsene finché non ha ottenuto dal cinquantenne una resa totale. È questo che gli hanno insegnato i suoi amici. Carmine non è calabrese e non si chiama nemmeno così. Il suo nome è Marco Tomasoni, nato e cresciuto a Brescia, residente al numero 57 di via Milano. Qualche problema con l’alcol, qualche mese di carcere per spaccio ed ecco che un clan a corto di manodopera gli ha fatto un’offerta che non poteva rifiutare.
“Sì, sì, è tutto chiaro”, balbetta finalmente l’industriale cinquantenne che appare adesso molto più vecchio.
Carmine annuisce soddisfatto poi si muove sicuro verso l’uscita, si ferma alla cassa e chiama il barista.
“Il bianco del signore lo offro io”, dice allungando 50 euro sul vassoio. Poi esce, senza aspettare il resto.
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