Sketches of Sicily

Lunedì. Sulla spiaggia di Mondello, a Palermo, un minuto dopo il tramonto, un cinquantenne di nazionalità indiana regge quella che potrebbe essere sua madre mentre questa immerge i piedi e le gambe nell’acqua come fosse quella del Gange. La vecchia indossa un vestito marrone, lungo fin sotto le ginocchia, mentre lui sfoggia dei pantaloncini in lycra con fantasie floreali blu e verdi. Pochi metri più in là, un grosso randagio dal pelo castano ed un piccolo bassotto nero giocano inseguendosi e mimando morsi e prese alla gola. Quando il bassotto si stanca e torna dai padroni, il randagio comincia a seguire i passanti, almeno finché questi lo tollerano. Sulla strada, cinque poliziotti con giubbetto antiproiettile camminano verso la centrale. Uno di loro tiene in mano uno zainetto blu, raccolto in un cassonetto della spazzatura, scippato pochi minuti prima a dei turisti distratti. Luca Giovanelli e Rebecca Francescani aspettano in centrale, dopo aver denunciato il furto. Ancora non sanno che i poliziotti hanno già ritrovato la refurtiva, contanti e cellulari esclusi.
Martedì. L’intercity Roma-Palermo sta arrivando in città con un’ora e mezza di ritardo. In una delle tante carrozze, un pendolare al suo primo giorno di ferie si sta lamentando con degli sconosciuti di ritorno da una gita a Cefalù del fatto che perderà la coincidenza per Trapani. Ci tiene particolarmente a tornare a casa in tempo, i suoi figli lo aspettano, perché la sera, in paese, ci saranno i fuochi artificiali, dopo la processione per San Rocco. Di fianco, un nordafricano sta mangiando con gli occhi una ragazza piuttosto scura di carnagione che alle volte passa nel corridoio inseguendo un bambino piccolo ed una palla. Luca e Rebcca hanno ancora impressa la benedizione del Cristo Pantocratore nella volta del duomo e la sposa vestita di rosso sui gradini del sagrato. Il pendolare vorrebbe più ecologia, più meritocrazia o almeno un rimborso del biglietto, a risarcimento del disservizio. I gitanti vogliono fare ancora una tappa prima di rientrare alla base.
Mercoledì. L’appartamento di Valeria, incastrato fra via Maqueda e la Vucciria, a Palermo, trasformato di recente in bed & breakfast, è tagliato in due dal corridoio: di qua la cucina e i bagni, di là le camere degli ospiti e la sala comune. Il corridoio e la sala sono scuri mentre le camere hanno colori sgargianti. Valeria esce dalla cucina con una cassetta di fichi in mano da portare in sala per la colazione del mattino, sorridente, i capelli biondi raccolti. Gli ospiti non sono ancora rientrati e Valeria è un po’ impaziente: non vede l’ora di far ascoltare la colonna sonora del Padrino alla coppia cinese in viaggio di nozze, ci sono un paio di aneddoti che vorrebbe raccontare ai due signori arrivati la sera prima dalla Toscana, c’è il cortometraggio intitolato Lamentu da far vedere a Luca e Rebecca: cosa aspettano tutti a tornare?
Giovedì. La sbarra all’ingresso della riserva dello Zingaro, è abbassata a causa degli incendi che stanno devastando la zona nelle ultime settimane. Due tipi sospetti, evidentemente fatti, siedono lungo la strada, di fianco ad una moto da corsa di grossa cilindrata. Arrivano dei turisti in auto, vedono la sbarra, scendono, leggono i cartelli e interpellano i due tipi.
“Non si può proseguire?”, chiede Rebecca, incerta.
“È chiuso lo Zingaro?”, ripete uno dei due motociclisti, in un forte accento trapanese.
“Per via degli incendi…”, dice Luca, sorpreso di dover dare spiegazioni.
“Incendi? Dove?” continua il trapanese tirando lunghe boccate alla sigaretta che ha in mano. Tutto intorno la terra è bruciata e nera. Ovunque tronconi di piante, scheletri di arbusti ed un sentore di grigliata spenta con l’acqua.
“Dove dormite?” chiede l’altro motociclista, fino a quel momento rimasto zitto.
“A Trapani”, risponde Luca, indeciso se dare confidenza o meno a quei due.
“Dove? Al Vittoria?” prosegue il siciliano, curioso e sicuro allo stesso tempo.
“Sì…”, afferma stupita Rebecca e poi subito si pente: forse era il caso di stare sul vago.
“Bene…”, chiude la conversazione il siciliano.
Luca e Rebecca ripartono, un po’ delusi per l’imprevisto, un po’ confusi dall’incontro.
Venerdì. Agrigento, scala dei Turchi: l’enorme blocco di marna che da forma al monte a ridosso del mare, dopo una serie di gradoni dove i turisti possono sedersi ad ammirare un tramonto mozzafiato, si trasforma in una larga rampa che digrada bianca fino alla spiaggia. I turisti che la percorrono in discesa per tornare all’auto e di lì in albergo, superato lo scheletro di un ecomostro a due piani in cemento armato, troveranno sulla loro strada decine di tende ed un impressionante numero di persone, radunatesi nel pomeriggio, che si stanno preparando a festeggiare il ferragosto. Ciascuno con una griglia, ettolitri d’alcol, qualche grammo di marjuana, un pallone da spiaggia, due chitarre ed un bongo. Luca e Rebecca, del tutto impreparati all’evento, si rammaricano di aver già prenotato un posto per dormire: avrebbero potuto tranquillamente campeggiare in spiaggia insieme agli altri e ripartire il mattino dopo.
Sabato. Sul lungomare di Licata che ad un certo punto si allarga e diventa un parcheggio lastricato di cemento, due ragazzi (uno ed una), su un motorino, fanno per partire, poi si fermano in mezzo alla strada e, bloccando il passaggio, lei si sciacqua i piedi dalla sabbia con il contenuto di una bottiglia di plastica che, usata, viene gettata per terra. Come se niente fosse, il motorino riparte. Il parcheggio ha cumuli di cose buttate in ogni angolo. Alle spalle, il cimitero sembra un condominio vista mare che dà direttamente sulla baia. Sempre a Licata, in una piazzetta, Luca e Rebecca mangiano un gelato seduti ai tavolini di un bar. Un paio di bambini ben vestiti, ben pettinati, maleducati, chiedono l’elemosina ai turisti. Finalmente ottengono un euro da qualcuno ed il gelataio, riluttante, gli riempie un bicchiere di granita. È la quarta volta che la scena si ripete nel giro di un’ora.
Domenica. Un uomo ed una donna, seduti sul secondo gradino di una scala, parlano guardando dritto davanti a sé. Lui le sta raccontando la storia della città che hanno appena finito di visitare, quella dove lui è cresciuto e da cui se n’è andato dieci anni prima. Alla loro sinistra, la Porta del Belice, una stella dalle aste ricurve che ricorda anche un fiore, inquadra una Gibellina deserta. I Paladino, gli Schifano, i Consagra, i giovani delle più disparate estrazioni, i cinquantenni che hanno vissuto il terremoto del ’68 e poi dodici anni nelle baracche e poi la costruzione di una nuova città utopisticamente abitata dall’arte contemporanea se ne sono andati e sono rimasti i vecchi, per lo più contadini, che della nuova Gibellina non riconoscono né le strade, né le case o chi le abita. Sono le due del pomeriggio, ogni tanto passa un’auto che, arrivata ad un certo punto, inevitabilmente torna indietro. Ogni casa è diversa dalle altre eppure tutti i quartieri sembrano uguali. Luca e Rebecca, appena arrivati, si guardano attorno confusi, increduli, indecisi se rimanere o ripartire. Poi la curiosità prevale. La sera stessa, nella piazza principale, un pieno di gente da far spavento, bancarelle di dolciumi e giocattoli, concertone con i più grandi successi della disco music anni ’70 e per finire, i fuochi artificiali: tanti, ravvicinati e confusi. È la festa di San Rocco. Tra la folla, Luca e Rebecca incontrano per caso il pendolare dell’intercity Roma-Palermo, con i suoi due bambini.
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One thought on “Sketches of Sicily

  1. Dopo una settimana di ferie, Luca e Rebecca sono sul traghetto del ritorno. I due sono stravaccati sul ponte, riparati dal vento con dei semplici salviettoni da spiaggia, all’ombra per quanto possibile. Luca dorme nonostante il rumore del motore ed il turbine del vento, stravolto dai ritmi della vacanza. Il sole, il caldo, le lunghe camminate, la ricerca ogni sera di un posto nuovo dove dormire, i piccoli imprevisti della vita nomade e l’impossibilità di costruirsi delle routines, unite ad una ostinata stitichezza dovuta come si dice al “cambiamento d’aria”, lo hanno letteralmente annientato. Curioso che la vacanza itinerante sia l’unico modello di vacanza che Luca conosce e pratica da quando ha smesso di seguire i genitori nelle loro pacifiche villeggiature sul Tirreno. Il corpo rannicchiato, un braccio sotto la testa, la bocca semiaperta, Luca si sveglierà presto, non appena il raggio di sole che ora gli lambisce il naso raggiungerà l’occhio destro.
    Rebecca è distesa sulla pancia, il busto leggermente sollevato, sostenuto dai gomiti, la faccia a pochi centimetri dai piedi di Luca, per garantirsi la massima permanenza all’ombra possibile. Sta frugando per l’ennesima volta nella guida turistica, alla ricerca delle ultime curiosità, nel tentativo di allungare più possibile il viaggio. Il continente, dall’isola, sembra davvero lontanissimo e con esso tutte le preoccupazioni. Adesso, anche se la costa non si vedrà per almeno altre tre ore, Rebecca ne sente già tutta la forza attrattiva, sente con fastidio il risucchio che inesorabilmente la sommergerà messo piede sulla terra ferma. I luoghi la attirano o la respingono, come poli delle calamite, e lei ne fugge frettolosamente o viceversa se ne allontana con fatica, lasciando comunque dietro di sé una scia di oggetti dimenticati o persi, in un caso o nell’altro inutili per ritrovare la strada, come le molliche di pane di Pollicino.

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