Minimarket Tènèrè

Minimarket Tènèrè. Ore nove della sera. Habib Soliman, suo figlio Khaled ed altri tre amici tengono aperto il negozio, ma chiacchierano fra loro come se fossero al bar. Non entra molta gente, a quell’ora e l’unico modo per passare il tempo è radunare un po’ di amici con cui spettegolare delle vicende del quartiere.
“Avete sentito della figlia di Ibn Youssuf? Si è fidanzata senza l’approvazione del padre…”, sta dicendo Habib mentre cambia per la centesima volta l’ordine della merce sugli scaffali. La sua più grande paura è che i clienti non trovino qualcosa, escano a mani vuote e che poi magari salti fuori quello che stavano cercando.
“Sai con chi?”, domanda maliziosamente Sa’id Raffiyya, l’unico egiziano della compagnia ed il più anziano dei presenti.
“Temo di sì, ma non voglio crederci”, insiste Habib, volendo far crescere la curiosità anche nel resto del gruppo.
“Si tratta di Faruok, il ragazzo che fa il pane qui in fondo alla via, vero?”, insiste il vecchio Raffiyya.
“Quale Farouk, quello che ha sconcertato l’imam Muammar …?”, chiede Tarek, l’amico fraterno di Habib, fuggito con lui dalla Tunisia nel 2001.
“Proprio lui… Quello che ha risposto al cellulare durante la preghiera…”
“E indovina un po’ chi lo stava chiamando?”, domanda retoricamente Rami Haziz, l’unico che non ha ancora aperto bocca, dimostrando, benché non ce ne sia il bisogno, che si stanno raccontando a vicenda una storia di cui sono tutti a conoscenza.
“Cose da non credere…”, commenta alla fine Habib senza pensare che questa cosa non è capitata anche a Khaled solo perché lui nella moschea non ci mette mai piede.
Sa’id l’egiziano esce a fumarsi una sigaretta, offrendone una anche a Khaled, già sulla porta da un pezzo.
Khaled si tiene a distanza da gruppetto. Prima di tutto perchè questi parlano sempre e solo in arabo, lingua che lui rifiuta, e non vuole nemmeno dare l’impressione di comprendere i loro discorsi, per non dover poi in qualche modo partcipare e poi perchè preferisce tenersi vicino all’ingresso, per vedere chi passa. Non si sa mai, magari succedesse qualcosa di interessante,
“Voi giovani… Sempre ad aspitare qualcosa… Tu crede molto ne la fortuna”, dice l’egiziano con un italiano incerto, ma dimostrando notevole perspicacia nella lettura dell’animo e dello sguardo di Khaled.
“Che male c’è, zio…?”, dice Khaled con un sorriso. Chiama così tutti gli amici di suo padre, usando uno degli appellativi più tipici fra i giovani bresciani, ma che appare agli occhi degli arabi come un segno di affetto.
Melio credire nel favori di Allah…”, soffia il vecchio egiziano insieme al fumo della sigaretta.
Khaled è abituato a questo genere di commenti e non ci fa certo caso. Non gli danno più neppure fastidio, a meno che non provengano da sua madre o da suo padre. E poi due chiacchiere con Sa’id Raffiyya le fa sempre volentieri, è uno dei suoi preferiti.
“Che male c’è nell’avere ambizioni?”
Dipendi. Dimmi, quale sono tue?”
“Quelle di tutti, zio! Fare soldi, trovare una bella ragazza, divertirmi un po’. Perché tu cosa speravi da giovane…?”
“Volevo solo veniri in Italia. Lavorari e mandare solidi a casa e risparmiare per sposare una ragaza egiziana…”
“Vedi che non erano diverse dalle mie…?”
Sa’id Raffiyya prende per un secondo in considerazione il punto di vista di Khaled. È vero che apparentemente lui inseguiva gli stessi obbiettivi che insegue oggi il ragazzo, ma il suo comportamento di allora e quello di Khaled oggi gli appaiono tanto diversi dal rendergli impossibile credere che siano entrambi frutto degli stessi sogni e degli stessi desideri.
Io ti augro stari bene…”, dice l’egiziano Raffiyya terminata la sigaretta, sincero, ma scettico che il suo augurio possa avverarsi. Poi saluta Khaled con un cenno del capo e rientra in negozio. I tre stanno ancora parlando di qualcuno nel quartiere, criticandone le scelte o commiserandone la sventura.
“E tua figlia, Habib? Come sta?”, li interrompe Sa’id, tornando a parlare in arabo, con una domanda secca.
Habib che, come tutti d’altronde, cerca di tenere separata la sua sfera pubblica da quella privata parlando delle sfere private degli altri, meglio ancora se assenti, si ritrova così costretto a raccontare una cosa così personale come la malattia di un figlia. A stento capisce il perché di una domanda simile da parte di Sa’id, ma sa che l’egiziano gli vuole bene e che non c’è malizia nella curiosità del vecchio, solo compassione.
“Non sta bene. È in ospedale, adesso. Prego che Allah me la restituisca presto…”
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