“Massoud… aspetta…”

“Massoud… aspetta… min fadlak”, urla Habib in arabo, appena scorge la sagoma dell’amico in fondo al corridoio del centro culturale. “Salam aleikum Massoud…”, ricomincia, una volta raggiuntolo.
Aleikum assalam, Habib. Come sta tua moglie?
Kuways, shukran!”, bene, grazie!
E tua figlia?”, prosegue nei salamelecchi Massoud.
Migliora inshaallah…”, risponde Habib, inchinandosi tre volte. “Vorrei presentarti Khaled, mio figlio…!”
Poi, non del tutto certo che Massoud abbia inteso la portata dell’evento, ripete. “Capisci…? Mio figlio!”
Khaled non sa nemmeno come salutare l’uomo che ha di fronte, se con una stretta di mano, con un inchino, abbracciandolo e baciandogli le guance o cosa. Il rifiuto per le tradizioni del suo popolo deve avergli cancellato ogni ricordo di quello che ha visto da bambino, quando ancora accompagnava suo padre alla preghiera. Per un attimo si immagina persino di salutarlo alla maniera degli skaters, battendo prima i palmi e poi i pugni, per sgrassare il tono di voce burroso del padre, ma alla fine resta fermo, in attesa.
Salam aleicum, Khaled. Ahlan wa sahlan”, benvenuto dice Massoud. “Sei qui per fede o per studio?”, aggiunge, sempre in arabo, la lingua ufficiale nel centro.
Khaled non è preparato a dare una risposta ad una domanda del genere. Non è preparato a dare alcuna risposta a nessuna domanda. Non ci ha nemmeno pensato a cosa dire, a come spiegare la sua presenza in quel luogo. Inoltre, nessun’altra cosa è tanto lontana dai suoi interessi quanto lo studio e la religione.
“Ho accompagnato mio padre…”, dice alla fine in italiano, come se fosse arrivato lì davvero solo per portarci il vecchio, per la prima volta incapace di arrivare al Centro da solo.
Habib, solo al sentirsi finalmente chiamare padre, prova un’immensa gioia e non fa nemmeno caso alla stupidità della risposta. Qualcosa sta cambiando nell’atteggiamento di Khaled, continua a ripetersi Habib, come Geppetto con Pinocchio.
“Vieni, ti faccio strada”, riprende Massoud, un po’ interdetto invece da quella spiegazione. “Anche se sei arrivato qui per caso, ti voglio far vedere quello che facciamo nel Centro. Nella prima sala trovi la biblioteca multimediale…”
Nella sala ci sono due adulti ed un ragazzo piegati sui libri. Gli uomini, esattamente come Massoud, hanno lunghe barbe nere ed un copricapo tradizionale, tutto a quadri colorati. Il ragazzo è un po’ meno integralista nell’aspetto, ma lo è altrettanto nei modi, sospetta Khaled, osservando come siede composto e dritto. [Quello non sarebbe mai in grado di stare su una tavola da skate] pensa Khaled, uscendo dalla biblioteca. [Si vede subito. Quello cade anche solo a guardarla, una tavola. E allora, che gli serve studiare?]
“… questo è lo spazio della preghiera, che tutti impropriamente chiamiamo la Moschea”, sussurra Massoud appena entrati nella grande stanza dedicata al culto. Khaled si guarda intorno con fare quasi sprezzante, sentendo a sua volta gli occhi di suo padre sulle proprie spalle. [Tutta gente che stasera si lamenta con le mogli del mal di ginocchi… proprio come il mio vecchio] viene da pensare a Khaled a guardare tutti quegli uomini piegati sui loro tappeti. Il suo atteggiamento gli si legge in faccia, ma Massoud insiste nel suo ruolo da cicerone. Così paradossalmente è proprio lui ad accompagnare Khaled alla scoperta del luogo in cui Carmine vuole nascondere il suo carico speciale.
“…uno stanzone adibito a refettorio… un altro spazio usato per gli incontri e per le conferenze…”
Ambienti che Khaled giudica tutti un po’ freddini: pochissimo mobilio, pareti bianche, neanche una immagine, nessuna foto, nessun quadro e solo qualche scritta in arabo, incorniciata di nero.
“… lo sgabuzzino dove teniamo un po’ di scope ed il necessario per la pulizia…”
[E il cesso, no? Non me lo fai vedere quello?] pensa Khaled e sta quasi per dirlo forte, visto che da un po’ gli scappa.
“Muhammed, guarda, abbiamo un ospite nel Centro!”, dice Habib, indicando Khaled con entrambe le mani all’uomo che è appena uscito dall’ultima porta del lungo corridoio.
Salam aleicum”, dice Muhamed, inchinandosi leggermente, ma Khaled proprio non ce la fa a rispondere a tono. Il massimo che riesce a dire è “molto lieto”, espressione che lì dentro suona estranea quanto le promesse del politico leghista passato in visita due giorni prima
“Qualcosa non va, fratello?”, domanda subito Muhammed in italiano ed anche Massoud adesso osserva Khaled con un’espressione molto seria.
“Tutto regolare, zio!”, dice Khaled, in maniera meccanica, sfoderando quell’espressione tipica fra i giovani bresciani. Forse è il termine fratello ad averlo confuso, però adesso si rende conto della gaffe madornale e per farsi perdonare, ma soprattutto per stemperare il clima di sospetto che lo circonda, dice la sua prima frase in arabo della giornata.
Ismi Khaled, saadot belkak”, mi chiamo Khaled, piacere di conoscerti.
Rotto finalmente il ghiaccio, Khaled comincia a fare domande, finge interesse per quello che la gente va lì a fare e quando e perché.
Incontrano altre persone, nei corridoi, e a tutti Habib presenta suo figlio, alla maniera in cui gli ebrei della Bibbia, progenitori dei cristiani prima e dei musulmani poi, presentavano al tempio i propri figli. E tutti gli fanno i complimenti per la bellezza del ragazzo e per la sua somiglianza col padre. Habib è raggiante, ma anche Khaled è soddisfatto della perlustrazione: ha visitato quasi tutti gli spazi, ha conosciuto un discreto numero di persone, quel tanto che basta per poter tornare anche da solo, se necessario, salutare subito qualcuno, così da non destare sospetti, e poi farsi gli affari propri, senza una guida spirituale che lo segua tutti i passi.
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