Mantovani, il socio di minoranza

Mantovani, il socio di minoranza della Forex, ha più di cinquant’anni, è basso, magro, ma con la pancia, un’espressione da topo ed i capelli tinti di un nero assolutamente improbabile su quel volto. Unica concessione all’estetica è la Porsche costantemente parcheggiata nel cortile dell’azienda. Per spostarsi usa infatti più spesso il furgoncino: non lo mette a suo agio l’auto potente. L’ha comprata sotto la spinta del commercialista, ma poi si è accorto che i costi di esercizio superavano di gran lunga i limiti imposti dalla sua avarizia. L’anno venturo suo figlio compirà diciotto anni ed a quel punto il macchinone troverà la sua naturale destinazione.
“Capo, noi qui avremmo finito, possiamo andarcene, allora?”
Due dell’officina, i fratelli Capotondi, sono i primi a cercare di darsela a gambe, fra quelli regolarmente assunti. Bruno il pensionato e i due algerini senza permesso di soggiorno si sono volatilizzati un secondo dopo l’incidente, naturalmente. Mantovani sa benissimo che l’officina è ancora sottosopra, che non hanno finito un bel niente, ma fa finta di nulla e li lascia andare.
“Va bene, ci vediamo domani.”
Quello sarebbe il meno. Da quando sono stati assunti, durante le ore di lavoro, si sono costruiti cancello e ringhiere di casa ed hanno riparato frigoriferi e caldaie ad amici e parenti, sempre utilizzando i macchinari dell’officina e prendendo a prestito anche svariati pezzi di ricambio dal magazzino.
Mantovani ne ha parlato con Alcide, le prime volte, poi di comune accordo hanno deciso che era più conveniente tenere bassi gli stipendi e lasciare libertà alle persone di farsi un po’ i cazzi propri, piuttosto che portare le paghe a livello normale dovendo però versare allo stato una montagna di contributi.
“Tu rimani?” domanda per scrupolo uno dei due Capotondi.
“Sì, sto aspettando dei fornitori. Almeno per dirgli che ripassino un’altra volta…”
“Noi avremmo alcuni lavoretti da fare a casa…” dice allora l’altro fratello. “Possiamo portare fuori una saldatrice elettrica?”
“D’accordo, basta che la riportiate indietro domani…”
Chissà cos’avrebbe risposto Alcide, a quella richiesta. Lui è decisamente meno accondiscendente con gli operai. Ma lo è molto di più con le ragazze dell’amministrazione. A Mantovani invece le donne lo mettono a disagio. È come se fossero un mondo sconosciuto, col quale non ha mai preso confidenza. Sua moglie l’ha incontrata la prima volta ad una festa della birra. Gliel’hanno gettata fra le braccia completamente ubriaca i suoi amici e lui, altrettanto sbronzo, l’ha baciata sulla bocca. Il suo primo bacio, più di trent’anni fa ed in un certo senso l’unico. Il suo unico primo bacio perché non ha mai baciato nessun’altra, da quel giorno.
“Mantovani, ma che senso ha mandare tutti a casa, oggi?”
La Giusi è una bella donna sui cinquanta. Il corpo le scende piatto e senza fianchi, ha poco seno e un po’ di pancia, ma ha un bel volto schietto e gli occhi dolci. Si rivolge a Mantovani sempre in maniera brusca, però, ma non per cattiveria: è che così sa che otterrà quello che vuole.
“Così ha detto Alcide, no?”
“Sì, l’ho sentito. Ma perché tutta questa fretta di mandarci via?”
[Se avessimo chiesto a tutti di restare] pensa Mantovani [la Giusi avrebbe protestato accusandoci di essere privi di ogni sensibilità.]
“Serviranno ben dei testimoni per chiarire come è andato l’incidente, no?”, incalza la Giusi, determinata come un cane che ha fiutato la preda.
Mantovani finalmente capisce dove vuole arrivare la Giusi e si sente minacciato. Alcide sarebbe sicuramente in grado di blandirla o di insultarla, comunque di rimetterla al suo posto, ma lui non riesce nemmeno ad inventare una scusa ovvia come: “Rimmarrò io a raccontare l’accaduto”. Resta lì a guardarla imbambolato finché lei non si gira e se ne va scuotendo il capo.
“Parlare con una cucurbitacea dà più soddisfazione…” bofonchia la Giusi a mezza voce, quanto basta per farsi sentire.
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