Il magazzino alle loro spalle

Il magazzino alle loro spalle sta ancora fumando, la puzza di materiale sintetico strinato si attacca alla gola dopo un minuto e dopo cinque comincia a dare fastidio. I vigili del fuoco hanno finito da un pezzo, eppure c’è ancora un gran via vai di gente in divisa, per gli accertamenti, per le pratiche, per la denuncia, per le perizie, per tutto. Nonostante sia sabato mattina, tutti i dipendenti della Forex stanno dando una mano, anche la Giusi e Lazzari e tutti quelli che solo tre giorni prima avevano allestito il gazebo per protestare contro una eventuale chiusura. Chi raduna in un angolo il materiale carbonizzato, chi fa l’inventario di quello che si è salvato, chi semplicemente è fermo a guardare, a disposizione nell’eventualità.
In mezzo a quella baraonda pochi si accorgono dell’arrivo di un giovane in motocicletta, neppure quando, sceso dal mezzo, percorre quasi tutto lo spazio tenendosi il casco in testa.
Il primo a riconoscerlo è Antonini mentre è lì che parla con Bellisari e con il resto della ciurma.
“Guarda guarda chi si vede… Calafrica…” dice Antonini indicando col mento un punto alle spalle del gruppo.
“Chi?” fa Bellisari, incerto se girarsi oppure no. Fosse sicuro si tratta di una donna, si girerebbe, ma non lo è.
“Ma sì, dai, Calafrica… Calabria Saudita… Carmine o come diavolo si fa chiamare… Che cazzo è venuto a fare qui oggi?”, prosegue astioso Antonini, poi però, visto che Carmine si dirige proprio in quella direzione, sfodera un ampio sorriso e cambia drasticamente tono di voce.
“Carmine che piacere vederti qui? Peccato che la giornata non sia delle migliori, altrimenti ti avrei offerto un caffè! Oggi temo che i chicchi siano un po’ troppo tostati…”
“Antonini, ‘un cuntare fernazze. Dov’è Alcide?” Carmine non lo sopporta e può permettersi di dimostrarlo. Quell’uscita risulta però troppo brusca e Antonini se ne risente. Gli indica la palazzina degli uffici e poi a mezza voce commenta con un cercatelo terrone che suscita immediatamente l’approvazione del gruppo.
Carmine sente il commento, o comunque se lo immagina. Non gli importa gran ché, ma alla prima occasione gliela farà pagare. Non l’hanno mandato lì per litigare con quell’omm ‘e mmerda.
“No senti Marco, non oggi, ok?! Lo vedi il casino? Stanotte… l’inferno! Adesso c’ho altri cazz…”
“Alcide, m’ha ruttu i cujjuni! Mi chiami Carmine anche tu, come tutti, capito?”
“Ma piantala con queste stronzate. Il tuo accento è ridicolo. Lo sanno tutti che sei di Brescia…”
“Attento Alcide, ‘un cacciare a capu fore do saccu. Questo modo di fare comincia a stancare anche i miei amici…” Carmine si accende una canna, tira una boccata e la porge ad Alcide, quasi infilandogliela in bocca.
“Che cazzo vuoi?” dice Alcide dopo due o tre boccate, calmato dalla nicotina e dall’hashish.
“Fare affari. Ci sono dei patti e tu devi rispettarli. I cugini cinesi spingono. È un mese che non fai ordini. Quando comperi il prossimo carico? Quello che si è bruciato dovrai pur ripristinarlo… cosa usi altrimenti?”
“Ma stai scherzando? Quest’incendio è stata una botta di culo. Adesso se vengono i controlli non trovano più niente…” Alcide persino sorride al pensiero. Quando è arrivato stamattina quasi si metteva a piangere dalla gioia. Per non parlare poi del premio dell’assicurazione. Mai incidente è stato più propizio.
“Alcide, t’appappi na ghiocca! Sei bravo a fare l’ingenuo… Una botta di culo, dici? Io direi un miracolo della Madonna. Salvo che la Madonna questa volta, sono gli amici miei…”
“Fin dove volete arrivare…”
“Bravo Alcide, questo è l’atteggiamento giusto. Io lo so, ti capisco, è un brutto momento, non c’è nemmeno Maicol a darti una mano… ma queste voci di fallimento… no, no, no, meglio non metterle in giro…”
“Io non ho più una lira, porco zio! Mi avete succhiato tutto. Siete stati voi! Cosa volete di più da me? Vi ho pagato per quattro anni il materiale il quadruplo del suo valore…”
“Sempre la metà del prezzo del poliuretano espanso… Alcide, parlo a te come ad un amico… come avrei fatto con Maicol… tu sei uno di noi, un cumpare, ma se ti tiri fuori dal gioco, ci impieghiamo un minuto a pigliare un sostituto… io l’avrei già trovato… poi però dovrai saldare in fretta i tuoi debiti…”
“Lo sai che vi ho sempre pagato… tutte le scadenze. Finchè le cose sono andate bene… adesso non ce li ho i soldi, ma quelli vanno e vengono, porco zio, lo sai anche tu. Non li ho oggi, li avrò domani. Ci metterò un po’ a pagarvi, ma puoi stare tranquillo che…”
“A vucca è ‘na ricchezza, Alcide. A parole sono buoni tutti. Attento però a non tirare troppo la corda…”
Carmine si volta senza salutare e senza stringere la mano ad Alcide e si dirige verso il cancello. Passato davanti al gazebo che non aveva notato all’entrata per via del casco, dà un’occhiata dentro e vede la Giusi, entrata a prendere qualcosa.
“Cosa state facendo qui?” dice Carmine col suo solito accento fintamente calabrese.
“Cerchiamo di tenere aperta la fabbrica…” risponde la Giusi che ha già visto quel tipo girare in azienda, ma non ha mai capito a far che.
“Bene… mi sembra una cosa buona. Ho degli amici che potrebbero darvi una mano…”
“Ah davvero? E come, se posso chiedere?”, dice la Giusi a cui quel bel giovanotto sta già simpatico.
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