“?Leh Allah ?Leh”

“?Leh Allah ?Leh…”, perché Allah! Perché, ripete Massoud, sotto shock, in ginocchio di fianco al corpo di Fatima. “Mish mumkin, mish mumkin”, non è possibile, non è possibile. Non si dispererebbe di più se si trattasse di sua figlia. Habib è suo amico, Fatima una delle compagne di classe di Yasmina, sua moglie e la moglie di Habib si conoscono e si frequentano. In più la responsabilità del centro è sua, sua la scelta di radunare lì i bambini di pomeriggio, per proteggerli.
Massoud continua a ripetere la stessa domanda al suo dio, inginocchiato come se stesse pregando. Yasmina, miracolosamente illesa, dopo la visita dei dottori ha chiesto di poter stare con suo papà, ed ora un infermiere la sta accompagnando un po’ titubante, visto che la bambina gli indica proprio l’uomo inginocchiato di fianco ai cadaveri. Lei, che potrebbe staccarsi e raggiungere da sola suo padre, non se la sente di lasciare la mano dell’infermiere e lo sta letteralmente tirando, indicando con il braccio libero suo padre. Raggiuntolo, la piccola gli tocca la spalla, lui si gira e la guarda come se vedesse un fantasma, tanto aveva accomunato Fatima e sua figlia in un unico olocausto, poi la abbraccia, restando in ginocchio.
“Non preoccuparti papà”, dice Yasmina, fingendo di non aver capito l’accaduto. “Fatima è già stata in ospedale una volta, sa come si fa ad uscirne. Vero Fatì?”, dice toccando con una mano il lenzuolo. Poi si volta, il viso rigato da lunghe lacrime, aiuta il padre a sollevarsi e insieme con il paramedico si allontanano.
Fatima è morta e insieme a lei altri tre bambini, due maschietti e una femminuccia, e poi anche i due insegnanti che li stavano aiutando a fare i compiti, tutti vittime del fato che li ha spinti a sedersi troppo vicini alla sacca con l’esplosivo, della stupidità che ce l’ha portata, quella sacca e quell’esplosivo, lì in quel centro di cultura, e della crudeltà umana che ha architettato l’attentato.
È Khaled ad averli uccisi, inconsapevolmente, certo, ma non senza colpa. Lui l’ha capito immediatamente, nel momento stesso in cui ha sentito una mano sulla spalla, ha sollevato la testa ed ha chiesto cosa fosse successo, ma da quel momento ha fatto di tutto per rimuovere quel pensiero e quella consapevolezza. Prova un dolore ancora sordo, ovattato, confuso dalla paura, dal fischio nelle orecchie e dal fumo nei polmoni e il pensiero di sua sorella sembra affiorare solo saltuariamente alla sua mente, ogni volta respinto dall’incapacità di affrontare nell’immediato un trauma così sconvolgente. Questo continuo impegno del cervello di Khaled in un’estenuante autodifesa si traduce in un’espressione del volto idiota ed in un comportamento esteriore demente. Khaled si guarda intorno nella confusione e nel via vai di persone fuori e dentro il centro senza inquadrare alcun oggetto, cammina ora da una parte ora dall’altra, sempre con suo padre attaccato alle costole, senza alcuna meta, incapace di aprire bocca, di fermarsi un secondo, anche solo a riposare e prendere fiato, almeno fino a quando un poliziotto non acchiappa entrambi e non li accompagna nel punto di raccolta all’esterno, dove sono radunati anche gli altri: Massoud, Alì Assam, i pochi musulmani presenti a pregare nella sala adibita a moschea ed anche un paio di filippini che passavano da quelle parti per caso. Il punto di raccolta è subito fuori dall’ingresso, nel piccolo cortile che separa il centro dalla strada, all’ombra di una pianta minuscola, incapace di dare sollievo nonostante un sole al tramonto.
“Qualcuno di voi parla italiano?” ha cominciato chiedendo il poliziotto più anziano. Khaled si è fatto avanti, ma senza aprire bocca e senza guardare i poliziotti in faccia.
“Riuscite a dirci se avete visto qualcuno sospetto, oggi, qualcuno che non avevate mai visto prima nel centro, che potrebbe aver portato dentro l’esplosivo?”, comincia a domandare l’altro poliziotto, più giovane e piuttosto alto e robusto.
Khaled potrebbe rispondere sì a tutte queste domande, indicando sé stesso sia come qualcuno che non si era mai visto prima, o quasi, nel centro, sia come quello che ha introdotto la bomba, ma si limita a tradurre, come se lui non fosse altro che un collaboratore della polizia. Gli altri scuotono il capo o rispondono a gesti, abbruttiti dallo shock, i vestiti ancora coperti di polvere, gli occhi arrossati dal fumo e dalle lacrime, i capelli arruffati. Poi si voltano tutti perché dalla strada arriva il suono di due sirene.
“Arrivano i magistrati…”, “…arrivano i magistrati…”, si sente dire dai poliziotti più distanti.
Due auto di grossa cilindrata con i lampeggianti accesi si sono fermate nei pressi del centro. In tutto sono scese sei persone.
“Signori, se volete seguirci… avremmo alcune domande da farvi…”
I poliziotti stanno radunando di nuovo tutti i presenti in punto diverso, nei pressi delle auto parcheggiate sul marciapiede, a disposizione per le domande dei magistrati. È la terza volta che il gruppo viene spostato, prima da una sala all’altra dell’edificio e adesso fuori lungo il marciapiede adiacente all’edificio. È evidente che nessuno sa esattamente cosa fare.
Gli inquirenti vengono prima aggiornati dai poliziotti e poi ripetono più o meno quanto già chiesto pochi minuti prima dai poliziotti stessi. Il modo di fare è più diretto, più sicuro, persino più aggressivo, così adesso tutte le domande mettono in allarme Khaled, tutte le sue risposte gli appaiono come confessioni, tutti gli sguardi delle persone lì attorno gli sembrano atti di accusa. La sua responsabilità gli risulta così evidente che ritiene impossibile che gli altri non vedano la cosa con altrettanta chiarezza.
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