L’ambulanza arriva in venti minuti

L’ambulanza arriva in venti minuti e Maicol è ancora a terra privo di sensi. Un medico ed un infermiere, ma potrebbero anche essere due infermieri, scendono da dietro e per prima cosa sentono il polso ed il fiato al giovane. Poi si guardano intorno per capire la dinamica dell’incidente. Le facce che vedono non promettono niente di buono.
“Perché l’avete spostato?”, dice il più anziano dei due.
“Era incastrato nel muletto…”, bofonchia Alcide, a disagio. Poi però si gira a guardare gli altri con un’espressione di rimprovero. Sono stati loro a farla, quella cazzata.
“Potreste aver provocato danni irreparabili, se ne rende conto?”
“Cosa dovevamo fare? Lasciarlo lì? Voi non arrivavate mai!”
Alcide fa per avvicinarsi, ma si trova di fronte il guidatore dell’ambulanza, un ragazzotto corpulento almeno quanto lui, ma vent’anni più giovane.
“Premesso che ci avete chiamati alle 8.06”, dice l’autista con voce impostata “Sono quindi passati solo 18 minuti. La nostra media di intervento si attesta attorno ai 22 minuti, quindi siamo arrivati abbondantemente in anticipo…”
L’autista evidentemente si è piazzato in quella posizione per occultare la vista di Alcide, che preferirebbe controllare le manovre degli infermieri. Questi, nel frattempo, hanno caricato Maicol sulla spinale e da lì sulla barella. L’autoambulanza ha un’evidente ammaccatura sulla fiancata, segno che nessun luogo è sicuro, su questa terra. Alcide si immagina per un attimo di essere centrato da un’auto ad un incrocio mentre lo stanno portando all’ospedale dopo un infarto. Rabbrividisce al pensiero, poi gli sorge un dubbio.
“Dove lo portate, adesso?”
“Al Civile, che domanda”, dice il ragazzotto rimettendosi alla guida. L’autoambulanza parte a sirene spiegate. Poco ci manca che non inciampi nel cancello d’ingresso, aperto il minimo indispensabile come al solito. Forse allora non è stato causato da un incidente, il segno sulla fiancata, ma solo da distrazione.
“È troppo lontano il Civile, santo Dio! Ci arrivate che è già morto!”, sbraita Alcide poi si volta alla ricerca di consensi. Sono tutti lì fuori che guardano, i suoi dipendenti e lui ancora una volta ha dimostrato di essere un duro.
“E adesso, che facciamo?”, chiede Mantovani, incerto. Sa già come andrà a finire: Alcide urlerà a tutti di tornare al lavoro, poi però nessuno riuscirà più a combinare nulla, per quel giorno.
“Mettete a posto questo casino! Fate le foto al muletto e toglietelo di mezzo. Portate via tutti i rottami dal cortile, anche. Fai dare una ripulita all’officina e in magazzino, già che ci sei. E poi manda tutti a casa. Oggi si chiude. Io vado all’INPS. Qui salta fuori un macello.”
Mantovani è sorpreso, ma non vuole darlo a vedere. Come se gli altri non fossero stati lì fino a quel momento, si gira e ripete esattamente le stesse parole del capo. Tutti però a quel punto si aspettano qualche ordine in più, qualche chiarimento che invece non arriva. Passa qualche secondo, poi Mantovani sbotta.
“Avete sentito? Sbrighiamoci che poi si va tutti a casa.”
Gli uomini si mettono al lavoro mentre le donne, Giusi la segretaria e le due ragazze dell’amministrazione, rimangono ferme in mezzo al cortile. Giusi ha un figlio dell’età di Maicol, le altre due potrebbero avere un fratello o un moroso col quale immedesimarlo. I rottami vanno spostati con le macchine, officina e magazzino sono off limits, per le donne: non possono far niente, quindi.
A tutti è capitato di perdere un parente, un amico, ma un incidente di quella gravità sul lavoro non era mai successo loro. Potrebbero tornare in ufficio e rispondere almeno alle telefonate. Invece non ci riescono, non sono in grado di muoversi. Restano lì, sotto la pioggia che nel frattempo ha cominciato a scendere, impassibili.
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