[Cinque anni in cucina]

[Cinque anni in cucina. La bocca cucita. Molto male. Bevo con un cucchiaino. Non dal bicchiere. Col cucchiaino. Cinque anni. Primo incidente. Contro lo spiffero del calorigolo. Uff… Contro lo spigolo del calorifero. Corsa in ospedale pronto soccorso massima urgenza. Cinque anni sotto i ferri. Sotto punto. I punto. Ferri punto. 5 punti di sutura alla bocca. Luci al neon pinze fili verdi punture d’ago. Ti farà un po’ male. Molto male.]
Per la prima volta da quando è in ospedale, Maicol pensa a sé stesso, ricorda qualcosa del suo passato. È ripartito da molto lontano, Maicol, dalla sua prima corsa al pronto soccorso, la signora Pedrabissi se la ricorda bene, la prima di una lunga serie, al punto che una volta, i dottori l’avevano avvertita che se fosse successo di nuovo qualcosa al piccolo Maicol, avrebbero dovuto fare denuncia ai servizi sociali. Il ciclo di incidenti fortunatamente invece si era fermato. Anche l’esuberanza di Maicol era andata calmandosi.
[Secondo. Secondo giorno di scuola seconda elementare secondo banco seconda fila. Intervallo. Tutti giocano ridono corrono scherzano. Io resto in disparte. Dispari. Il compagno più vivace ruba uno zainetto. Beppe si chiama. Il mio zaino nuovo. In un secondo. Lo butta in mezzo alla classe fra i bachi. Disperato dispari disperso. Ho tanta voglia di piangere. Resisto. Non vado a riprendere lo zaino. Resisto. Non piango non mi muovo mi siedo al banco aspetto. La maestra! Arriva la maestra! Entra. Saluta. Seduti… Beppe corre in mezzo alla classe. Prende lo zaino. Me lo riporta. Appena in tempo.]
Era timido Maicol da bambino, in presenza di estranei era silenzioso al limite del mutismo. La signora Pedrabissi il pomeriggio lo accompagnava all’oratorio e poi tornava a riprenderlo la sera nella speranza che si abituasse agli altri bambini, per paura che passasse troppo tempo da solo, che rimanesse senza amici.
[Nel giardino di casa sul vialetto di porfido tra il cancello e la scala di fianco alla fontana. Non piccolissimo otto o nove anni grande abbastanza per provare noia in un pomeriggio estivo. Giardino casa vialetto scala. Tutto il mio mondo. Ho un pallone da basket piuttosto pesante. Palleggio pum pum con regolarità sempre nello stesso punto pum pum fermo sui piedi. Proprio sotto di me una carovana di formiche attraversa il vialetto avanti e indietro senza sosta. Il vialetto. Il loro mondo. Bombardato. Io palleggio sopra a questo sentiero di formiche. Pum pum. Faccio una carneficina. Le formiche sembrano non accorgersi. Sembrano non sentire il rumore pum pum del pallone. Continuano imperterrite la loro marcia verso la morte.]
Poi crescendo le cose erano un po’ migliorate. La scuola gli aveva dato l’occasione di farsi qualche amico. Frequentava ancora l’oratorio e giocava nella squadra di calcio della parrocchia. Per un paio di anni aveva fatto persino il chierichetto. La signora Pedrabissi non ci aveva più pensato, non si era più preoccupata.
Adesso però, quel pensiero torna a farle visita. Visite, a ben vedere, Maicol ne ha ricevute poche. Qualche collega, qualche amico, all’inizio, poi più nessuno. Poche ragazze, soprattutto. Non dispiacerebbe alla signora Pedrabissi che ci fosse una fidanzata al suo fianco, a farle compagnia, per poter scambiare due chiacchiere, visto che le infermiere sembravano non aver mai il tempo per niente. Così, per la prima volta, la signora Pedrabissi si sente davvero sola e, come invece sempre più spesso le accade, davvero triste. Nelle ultime settimane sembra invecchiata precocemente: interrotta la tinta, i capelli mostrano una evidente ricrescita grigia e le rughe del volto si sono tanto moltiplicate in numero quanto aumentate di profondità. Ci sarebbe davvero bisogno di una giovane ragazza, pensa la signora Pedrabissi, a ravvivare l’ambiente.
[Dodici anni. Una bambina delle medie come me. Una ragazzina. La più bella. Nel cortile della scuola. Non so come farmi notare. Potrei arrampicarmi fino alla finestra. Su un albero. Sul cancello. E poi? Saltare giù. Pericoloso. Meglio rubare una bici. Fare un giro. Una sgommata. Banale. Capaci tutti. Montare su un’auto. Certo! Quella del custode. È sempre aperta. Accenderla. Farci un giro. Strombazzare. Chiederle se vuol salire. Saltarle addosso baciarla spogliarla abbracciarla…]
In retro, appena partito, Maicol aveva centrato un ragazzo, proprio un suo compagno di classe, rompendogli entrambe le gambe. L’avevano sospeso per una settimana e poi aveva dovuto ripetere l’anno. Anche il custode aveva passato dei guai, per quel suo vizio di tenere l’auto aperta con le chiavi dentro. Era stato un periodo difficile, ma a ben vedere Maicol non era mai andato bene a scuola. Chissà come aveva fatto la signora Pedrabissi a credere che potesse essersi iscritto all’università, che potesse persino essere in pari con gli esami, avere bei voti. Era stata proprio un’ingenua. Non avrebbe più commesso un errore simile, si ripromette ed oggi, alla luce dei fatti, la signora Pedrabissi interpreta tutto come un simbolo e vede persino in quell’incidente un segno premonitore, un messaggio del destino di Maicol. Tutto era scritto sin dall’inizio, a quanto pare, e la storia si ripete ciclica, fino alla fine.
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