Il Carmine

Il Carmine è il quartiere di Brescia che meglio di ogni altro potrebbe far incontrare studenti universitari ed immigrati. Qualche volta lo fa, ma più spesso gli uni stanno al di qua e gli altri al di là di via San Faustino, spartiacque etnico della città. È un peccato, perché gli studenti di economia avrebbero molto da imparare su come gestire un commercio, un mercatino, un money transfert, un parrucchiere low cost, una rivendita di DVD made in Bollywood. Per non parlare dei vantaggi di chi frequenta lingue orientali.
Khaled invece ha smesso presto di studiare, subito dopo la scuola dell’obbligo. Figlio di immigrati tunisini, vive in città dall’età di sette anni. È uscito a far due passi, questa sera, dopo cena. Venerdì è il giorno di chiusura, perciò non deve restare in negozio ad aiutare la madre. In famiglia hanno un minimarket aperto fino alle 22. Solo così si sbaraglia la concorrenza dell’Esselunga, del Conad, del Freccia Rossa. Per chi sta in centro, poi, il minimarket Ténéré è l’unico che si raggiunge a piedi, senza rischiare di perdere il parcheggio conquistato con fatica di ritorno dal lavoro: un’ancora di salvezza se ci si accorge dopo cena di non avere il caffè per la colazione del mattino.
Oggi comunque Khaled è libero di uscire e non ha nessuna intenzione di restare in casa: si respira un’aria pesante ultimamente. Quando qualcosa non va, Khaled di solito cammina verso piazza Loggia e da lì si sposta in via dei Musei per raggiungere Santa Giulia ed i suoi resti romani. Si sente a casa, fra quei ruderi. Anche nella sua città in Tunisia c’erano le vestigia di un teatro romano. Ci andava a giocare da piccolo, con una squadra infinita di coetanei.
Nello spiazzo dietro a Piazza Loggia c’è una novità: hanno installato una pedana di legno e noleggiano i rollerblade a chi vuole cimentarsi. Come fare pattinaggio sul ghiaccio a New York d’inverno in Central Park, ma più alla buona. Khaled si ferma a guardare curioso. Sono tutti stranieri, in pista. I diversi gruppi etnici creano la propria identità davvero con poco: i neri hanno tutti l’orecchino con brillante, gli slavi hanno la maglietta infilata nelle braghe stretta da una cintura nera, gli asiatici hanno almeno un tatuaggio sul braccio. Basta questo per riconoscersi come parte di un gruppo. Sulla pista da pattinaggio tutti questi immigrati sembrano proprio a loro agio. Costa poco, si può rimanere quanto si vuole, si fa movimento e ci si fa notare dalle ragazze che stanno a bordo pista a ridere e a chiacchierare. Si può fare a gara a chi va più veloce, o cade meno, o fa l’evoluzione più stramba. Ci si può persino spingere e tendere agguati a vicenda, dopo un po’, quando si ha più confidenza con gli altri. Le ragazze sono molto belle, pensa Khaled. Potrebbero essere indiane o pakistane, ma anche zingare, purtroppo. Hanno già le gonne leggere dell’estate, anche se non fa ancora così caldo. Hanno delle camicie strette, con sopra dei golfini scuri, aderenti. E sorridono. Qualunque cosa succede, le ragazze sorridono. Niente di meglio per distrarsi dai cattivi pensieri.
“Vorresti vedermi cadere?”, dice Khaled alla più vicina di un gruppetto di tre, uscendo un sorriso gigante da quella faccia a punta. Lei lo guarda sorpresa e lui teme di non essere stato capito. Non ha tempo da perdere, si gira dall’altra parte, indica un’altra ragazza forse un po’ più vecchia di questa, sicuramente altrettanto carina e comincia a gridare: “Bellissima! Bellissima!”
Lei resta impietrita, come fosse stata colpita da un proiettile, e si indica incredula.
“No, intendevo la piroetta che ha fatto quel tipo. Dietro di te… Perfetta! So farla anch’io, con lo skate.”
Khaled se la cava bene sulla tavola, potrebbe fare persino bella figura, ma per mettersi in mostra ha bisogno di discese e salti. Su quella pista da pattinaggio non si possono fare, perciò continua a importunare le ragazze. Ma spesso anche i ragazzi, usando espressioni tipicamente bresciane che risultano assolutamente ridicole sulla quella pelle africana. Scherzare da sempre è il suo modo per reagire alla tensione, per farsi passare il cattivo umore.
“Casso ‘nculat vai piano neh…!”, dice ad uno slavo che quasi si stampa contro la transenna per la smania di competere con gli altri. Quello lo guarda con due occhi cattivi e Khaled, onde evitare, immediatamente si toglie. Non ha certo voglia di finire in mezzo ad una rissa, non c’è nessuno dei suoi amici, in giro.
Anche gli italiani sembrano esclusi da questo divertimento, nota adesso Khaled: se ne stanno nei bar 50 metri più in là a fare il solito aperitivo e non si sono neppure accorti della novità. Nei bar, viceversa, sono gli stranieri a mancare. A molti l’alcol è vietato e nei locali italiani, se non bevi, non c’è altro da fare. E poi le consumazioni costano troppo e soprattutto a molti non piace come ti guardano gli italiani. Khaled non beve. Non perché sia vietato dalla sua religione, ma perché fa ingrassare. Fuma, in compenso, parecchio e non disdegna hashish e altre droghe leggere. Un vizio un uomo dovrà pure concederselo. Una donna no, non sta bene, non è elegante. Le donne non dovrebbero né bere, né fumare: è un peccato che le ragazze italiane facciano entrambe le cose, spesso contemporaneamente. Restano comunque le sue preferite, sotto ogni punto di vista. Le immigrate hanno sempre troppi problemi e qualcuna, quando conosce un uomo, ha anche troppe pretese. Le italiane sono più libere, più emancipate e, almeno in teoria, più facili. Khaled è bello e sa di esserlo, occhi color miele, lineamenti persiani, carnagione scura, un misto tra Sinbad e Sandokan, ma, a conti fatti, i suoi 19 anni restano sprecati, illibati. Forse non con queste parole, ma più o meno così pensa Khaled, mentre raggiunge Santa Giulia e le rovine romane che ama.
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