“Habib, cosa ne dici se…”

“Habid, cosa ne dici se oggi vengo con te al Centro?”
Khaled chiama per nome suo padre, più o meno da quando aveva dodici anni, per dimostrare la sua indipendenza e la sua sfacciataggine.
Sarei onorati…”, risponde dopo un attimo Habib, un sorriso come se avesse visto rientrare dalla porta dopo anni di assenza il figliol prodigo. Gli sembra incredibile che finalmente il suo Khaled abbia deciso di avvicinarsi alla vera fede e che abbia scelto di percorrere il cammino con lui, frequentando il luogo più adatto, quello a lui più caro. Per Habib questo è già il segno del Profeta: anni di insistenza coronati con il successo più bello, l’abbraccio di suo figlio all’Islam attraverso il contatto con i fratelli.
Sarei onorati…”, ripete Habib, sfregandosi le mani e battendole sulle gambe, quella vera e quella falsa.
Il moncherino di legno, Habib se l’è guadagnato in un incidente sul lavoro. Appena arrivato in Italia, aveva trovato un posto da operaio nella fonderia di Bagnolo Mella. Lavorava in fabbrica di giorno e sbarazzava i tavoli in un grande ristorante in città la sera. Sgobbava in pratica diciotto ore al giorno. Una volta, una trave di acciaio scivolata dal carroponte gli tranciò una gamba, la destra. Non tutto il male vien per nuocere, perché con i soldi dell’assicurazione, Habib ha aperto il minimarket Tènèrè, nella Contrada del Carmine. Per il resto, Habib è un cinquantenne di bell’aspetto, magro e nel complesso ancora in forma, considerando l’amputazione subita.
Andiamo metà pomerigio, va beni?”, domanda Habib per accertarsi non tanto dell’orario, quanto della effettiva determinazione del figlio. Ancora teme di aver capito male, di essersi lasciato confondere dalla speranza, di aver sentito quello che da sempre vorrebbe sentire.
“Quando vuoi tu, per me fa lo stesso…”, dice Khaled, mantenendo un atteggiamento distaccato. Sa quali enormi aspettative sta alimentando nel padre, ma sa anche che, dopo un paio di visite, non si farà mai più vedere al Centro. Questa delusione sarà un duro colpo per il padre, colpo che lui stesso pagherà con le ripetitive richieste del vecchio, con i suoi patetici attacchi e con le sue insistenze. Ma è un prezzo che è disposto a pagare fino all’ultimo centesimo, se in cambio c’è la stima, ma soprattutto la moto di Carmine.
Mama, ai sentito…?
È Habib a rivolgersi in questo modo a sua moglie, così come lei chiama lui papà, probabilmente per reazione al vizio del figlio di chiamarli per nome.
Voi dirlo anchi tua fidansata…”, accenna poi subito Habib, timidamente.
“Ma stai scherzando? Te l’ho detto che è italiana, no…?”, urla Khaled con voce acutissima, pentitosi, in un colpo ,solo mille volte di aver rivelato il suo stato sentimentale oltre che su facebook anche ai suoi genitori.
Cosa vol dire? Potrebe essere esperiensa interesanti anche per lei… Come che si chiama?
Habib con Khaled può usare solo l’italiano, visto che il figlio si rifiuta di parlare in tunisino. Questo lo limita un po’ nelle espressioni e spesso sente di non riuscire ad essere convincente come vorrebbe. Ha fatto un po’ fatica ad impararlo ed ha ancora qualche difetto di pronuncia, ma soprattutto gli riesce difficile ricordare i nomi italiani e quello della ragazza di Khaled più di tutti non vuole rimanergli in testa.
“Selina… e cento di volte! Comunque no, non ci penso nemmeno ad invitarla.”
“Va beh, fa come voi. Magari prosima volta, eh…?!”, insiste Habib, paziente e un po’ stupido.
Per Khaled è ormai chiaro quale sarebbe il successivo motivo di conflitto con il padre, il giorno in cui dovesse decidersi ad abbracciare l’Islam. A quel punto diventerebbe fondamentale che anche Selina si convertisse alla fede rivelata dal profeta Maometto. Ottenuta la conversione di Selina, sarebbe il turno dei suoi amici, compreso naturalmente Carmine, poi di tutti i frequentatori dello skatepark e poi di chissà chi. Tutta Brescia doveva diventare mussulmana perché suo padre smettesse di rompergli i coglioni.
Allora, tanto valeva fermarsi al primo punto, pensa Khaled, farsi massacrare direttamente, per sua propria scelta, e salvare così l’intera umanità dal peso di Habib.
Va beh, importante è che vieni tu. Poi tuto il resto piano piano arriva…”, si rassegna Habib, momentaneamente pacificato. Poi per festeggiare accende lo stereo e mette su uno dei suoi mille dischi di musica araba tutta sitar, sonagli e tamburelli frammisti a voci maschili nasali e lamentose.
[Sempre meglio i sonaglietti e le voci nasali del telepredicatore] pensa Khaled. Poi esce a smaltire il nervoso, definitivamente pentito di aver accettato la proposta di Carmine. Andrà a fare due passi, magari fino a Santa Giulia, a controllare che le rovine romane siano ancora lì al loro posto.
Si assomigliano fisicamente, padre e figlio. Stessi lineamenti eleganti, stessi occhi color miele, stesse spalle dritte, alti all’incirca uguali, entrambi magri. [Ma la somiglianza finisce qui] pensa Khaled. [Io non ho preso da nessuno dei miei genitori. Ho preso tutto dalla strada e dai miei amici. È da loro che ho imparato quello che so ed è dalla strada che ho capito come comportarmi per essere accettato. Tutto il resto non conta. Conta solo l’integrazione ed il centro culturale è il contrario dell’integrazione. Come fanno a non capirlo?]
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