Grandoge entra nell’ufficio

Grandoge entra nell’ufficio della sua segretaria spalancando la porta con un calcio. Loredana stava guardando un sito di scarpe on-line e impallidisce per lo spavento, ma Grandoge non ci fa caso e si fionda in quello che è il suo ufficio vero e proprio, nella stanza adiacente.
“Loredana, non voglio rotture di coglioni stamattina, vero?”
Poi digita tre volte un numero sul cellulare, sbagliando tre volte una cifra. Ciascun tentativo è accompagnato da una serie di bestemmie, una diversa dall’altra. Alla fine, l’apparecchio prende la linea.
Scutellaro, dobbiamo fare qualcosa! Le sue minacce non hanno sortito alcun effetto, lo sa? Sono ancora tutti lì. C’è persino l’ammalata di tubercolosi quest’anno in classe con mia figlia, ma siamo matti, zio can?”
“È già tutto organizzato, Grandoge, non si agiti e non urli con me! Se deve dirmi qualcosa ci vediamo da lei e me lo dice di persona, ci siamo intesi…? Questo vale anche per le prossime volte… Non voglio più sentire certi discorsi per telefono. Ha capito?”
“Io ho fatto tutto quello che mi è stato richiesto e adesso pretendo di vedere dei risultati, va bene? Se mi sono rivolto a voi è perché ero convinto che sareste stati in grado di mettere a posto la cosa. Altrimenti potevo continuare a lamentarmi con la preside della scuola, no?”
“Gliel’ho già detto, basta parlare di queste cose al telefono! Posso essere lì fra un paio d’ore, ma attenzione. Se lei non si fida di me, io smetto subito di fidarmi di lei… sinceramente non so se le conviene…”
“Non lo so, mi dica lei… Al telefono non possiamo parlarne, di persona è un atto di sfiducia… io so solo che domani inizia la scuola e nella classe di mia figlia ci sono più marocchini e negher dell’anno scorso… Bell’affare ho fatto! E bella figura ha fatto lei… Comunque! Dovesse ammalarsi mia figlia, la riterrò direttamente responsabile!”
Grandoge è fuori di sé e non basta più nemmeno la paura nei confronti del boss mafioso a moderare la sua lingua. L’esposizione della composizione delle classi per il nuovo anno e soprattutto il trattamento ricevuto dalla moglie, una sorta di presa per il culo dell’uomo faber che avrebbe dovuto risolvere i problemi, gli ha fatto andare di volta il cervello. Scutellaro se ne rende conto e si rende conto anche del divario fra il suo mondo e quello di Grandoge. Questo, il direttore, il borghese, non ha nessun’altra arma a parte la sfuriata. I suoi impiegati non può nemmeno licenziarli, tanto sono tutelati dal punto di vista sindacale e l’unico in azienda che rischia qualcosa è proprio lui, l’unico che può essere licenziato senza preavviso. Anche a casa, la solfa è la stessa: dovesse divorziare, verrebbe sopraffatto dagli alimenti dovuti alla moglie e alla figlia. Non gli resta altro che sbraitare, nella speranza di incutere così timore nei più deboli. Scutellaro non ha nessun bisogno di alzare la voce, invece. Dalla sua parte ha mille armi e mille modi per imporre la propria volontà. E di questo dovrà ben presto accorgersi anche quel fesso di Grandoge.
“Io voglio vedere i risultati, zio can!” ha concluso la sua sfuriata Grandoge, prima di buttare giù il telefono.
Così adesso Scutellaro deve occuparsi anche di come mettere a posto questo veronese borioso e fanfarone.
Qualche ora dopo, Giovanelli entra nell’ufficio della Loredana e la vede che scuote la testa vistosamente.
“Cosa c’è?”, chiede Giovanelli, immaginando già di cosa si tratta.
“C’è il capo che dorme…”, dice lei allibita. “Sono due giorni che è così… alle volte russa, persino!”
Effettivamente Marzio Grandoge è praticamente riverso sulla sedia con la bocca aperta. Da vedere non è un bello spettacolo ed anche Giovanelli è in qualche modo turbato: va bene tutto, ma non si aspettava certo una cosa del genere.
“Il bello è che nemmeno due ore fa è passato Corbella degli acquisti dal mio ufficio dicendo: c’è tensione in questo periodo, da voi, vero?”, ragiona ad alta voce Giovanelli, pensando a come la percezione delle persone sia spesso scollata dalla realtà e faccia riferimento solo a quello che si sente dire in giro.
“Porca miseria! Proprio una gran tensione!”, esclama a tutta voce Loredana, nella speranza di svegliare finalmente il capo. Ma questo non dà alcun segno di essere disturbato dai rumori dell’ufficio.
“Ma prende sedativi?”, chiede Giovanelli, giusto per darsi una spiegazione.
“Macchè! Sta benone! Ha persino ricominciato a fumare!”, insinua Loredana, maligna.
“Perché, aveva smesso?”
“Ma sì, quando eri in ferie… avrà resistito due settimane! Ma se chiedi a lui ti dice davvero che è sotto pressione… che è un brutto momento…”
“Si vede che la notte non dorme perché è preoccupato! Poi di giorno, boh, si rilassa…”, conclude Giovanelli scuotendo il capo.
Contemporaneamente, Valeria Tognon dell’amministrazione indossa una parrucca fucsia, comprata ad una bancarella di cinesi per la festa in programma in serata, mentre il collega Mattia Terri la fotografa con lo smartphone; Paolo Camise, il collega d’ufficio di Giovanelli, sta guardando su Youtube a tutto volume un comico molto in voga che fa l’imitazione di un politico fuori moda e dietro di lui altri tre impiegati osservano il video esilarati; Carlo Paolo Gentili, analista vendite, racconta una barzelletta sconcia in un ascensore affollato, che annovera fra i presenti un attonito amministratore delegato. In un’azienda che probabilmente chiuderà l’anno in forte perdita, nei diversi uffici si respira un’aria di decadenza e di fatalità, di disperazione fasulla e ridanciana, si ostenta una sessualità sfrenata e morbosa da crollo dell’impero, si esercita una comicità sguaiata da ultimo baccanale fra aristocratici falliti. Nessuno sembra essere in grado di risollevarsi da questa crisi, ma neppure di averne la voglia.
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