Della gente è morta

Della gente è morta. Sono state pubblicate le analisi dell’ARPA e improvvisamente tutti in città sono diventati consapevoli del danno causato dalla Forex in 20 anni di attività. Tumori, leucemie, casi di asma e semplici polmoniti, tutti i dati segnano percentuali spaventose rispetto alla media nazionale. Prima, a quanto pare, nessuno se n’era accorto.
Anche Alcide se ne rende conto solo adesso, in cella. Fermo provvisorio di natura cautelare, è stata la giustificazione dell’avvocato De Regibus durante l’incontro avvenuto dopo l’incarcerazione. Temono l’inquinamento delle prove. Per questo è in isolamento -[evidentemente il termaflon è responsabile ormai di qualsiasi tipo di inquinamento] pensa Alcide con discutibile ironia- e poi perché l’alternativa era una cella da condividere con altre cinque persone, vista la situazione di sovraffollamento delle carceri italiane. [Meglio l’isolamento, allora] pensa Alcide. [Piuttosto che finire in stanza con zingari e terroni…] Alcide non la chiama cella, la chiama stanza, di proposito.
Le indagini preliminari dovrebbero terminare in un paio di settimane, ha detto l’avvocato, poi Alcide dovrebbe tornare in libertà in attesa della prima udienza del processo. La giustizia italiana è un’attesa continua.
Alcide s’è lasciato crescere la barba e adesso la sua espressione è diversa. Dopo un primo periodo tipo notte insonne, adesso è in quella fase in cui la barba ha una lunghezza che smagrisce il volto. A seconda dei gusti si può dire che gli dona o che lo fa sembrare un clochard. Alcide non ci fa più caso. Prima avrebbe tenuto la cosa molto in considerazione, adesso invece non si guarda più nemmeno allo specchio.
Ogni tanto sente degli urli, dei lamenti, ma non sa se sono incubi notturni o violenze diurne a provocarli. L’isolamento ti porta immediatamente fuori dalla società, e fuori dalla storia. Se non hai contatti con gli altri esseri umani, che ti frega se è lunedì o giovedì, se è giorno o notte. Qualcuno ti porta i pasti, per il resto passi il tempo a letto a pensare o a dormire o entrambe le cose insieme.
“Secondino! Secondino!”, si mette a urlare Alcide con sempre più forza ad ogni tentativo. Finché finalmente non sente dei passi arrivare.
“Che c’è…?”, dice la guardia carceraria, sospettosa.
“È così che devo chiamarla? Secondino?”, chiede Alcide, timoroso. Ha paura dell’autorità e in quelle condizioni, chiuso in gabbia, sa di non avere scampo. Se volessero fargli del male, potrebbero farlo tranquillamente. Non sarebbe la prima volta che si sente una cosa del genere, Alcide lo sa bene. Da fuori non gli dava molto fastidio, ma adesso ha tutto un altro approccio al problema.
“Chiamami un po’ come ti pare… Va bene secondino, ma anche signor Rossi, al limite pure ispettore Derrick. Se ti sento, vengo, altrimenti…”
“Volevo sapere se posso avere qualcosa da leggere… che so, un giornale, una rivista…”
“È vietato. E se anche non lo fosse, non avrei nulla da portarti…”, dice il secondino che effettivamente un po’ gli somiglia all’ispettore Derrick. Forse è così che lo chiamano i colleghi e allora questo avergli rivelato il suo soprannome sarebbe un atto di estrema confidenza, da parte sua, nonostante i metodi bruschi.
“E… il cellulare? Non potrei almeno riavere quello?”, butta lì Alcide, senza pensarci due volte.
“Sta scherzando…? In isolamento…? Non si è mai sentita una…”, improvvisamente il secondino è passato al lei, forse per marcare quella distanza che Alcide cercava di accorciare.
“No! Lo dico per i giochi… anche senza SIM. La tolga la SIM, ci mancherebbe! Ho molti giochi sul cellulare…”
“Non funziona senza la SIM… il cellulare. Mi pare… e comunque non li ho io in custodia i vostri effetti personali… e non mi aprono la cassaforte perché lei si annoia…”, conclude il secondino, sprezzante.
“Al massimo le posso portare un foglio e una biro…”, propone dal nulla, dopo averci pensato un secondo.
“E poi…”, chiede Alcide nella speranza che il secondino gli suggerisca qualcosa, che so, un solitario, magari addirittura una partita in due a tris.
“La maggior parte scrive il memoriale sulla base del quale l’avvocato imposta la difesa… Magari fa comodo anche al suo, avere ben chiaro come si sono svolti i fatti secondo lei…”, suggerisce il secondino il quale dallo scortese che c’è iniziale si è fatto via via più professionale.
Alcide si rassegna, accetta carta e penna e comincia a ragionare su quello che è successo. Ma davvero non ha capito se è dentro per l’incidente occorso a Maicol o per le intossicazioni da termaflon. Questa confusione è sufficiente a farlo scoraggiare e a distrarlo. Gli è più facile scrivere qualcosa sulla sua vita in genere, dove è nato (Rodengo), come andava a scuola (male), quando ha cominciato a lavorare (presto). Piano piano, Alcide ripassa tutta la sua vita, l’arrivo della prima moglie, i litigi, il divorzio, gli anni da single passati a sedici ore al giorno in officina, l’arrivo della seconda moglie, o meglio, il viaggio in Romania per andarsela a prendere, la nascita del figlio Landj.
C’è qualcosa che non va nella sua vita, Alcide lo sente, ma non sa dire cosa. Ha tirato su un’azienda, ha fatto i soldi, ha fatto un figlio, cosa ci può essere di sbagliato in tutto questo? Forse l’invidia degli altri? Di quelli che non ci sono riusciti? È questo che vogliono i magistrati? Fargliela pagare? Sicuramente! I comunisti sono sempre invidiosi di chi ha fatto successo e i magistrati in Italia sono tutti comunisti. Tutti gli impiegati statali lo sono. Altrimenti lavorerebbero nel privato. In azienda si lavora, in comune si cazzeggia tutto il giorno, fra un caffè e l’altro. Lo sa bene lui! Alcide scaglia la penna contro il muro, infuriato, poi da un pugno alla parete. Non ha scritto nulla, non è così che aiuterà il suo avvocato e si è fatto pure male.
C’è dell’altro e Alcide lo sa. Il fatto è che lui voleva bene a Maicol e a tutti i Quadri, le Brambilla e i Nuvolera con cui ha lavorato e che sono morti, adesso se ne rende conto, a causa sua.
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