Folco non è interessato

Folco però non è interessato alla vicina che ama farsi guardare, che questa decida un giorno di spogliarsi completamente oppure no. Spesso non si accorge nemmeno della sua presenza. Donne può averne quante ne vuole, per sua fortuna o a pagamento. Sono le parole che gli mancano e, dalla finestra proprio sotto a quella della signora, di parole ne arrivano a secchiate, dopo una certa ora. È incredibile però che chi ha un dono simile ne faccia un uso tanto scellerato.
“Porca puttana, ma che cazzo fai?!”
Ecco che iniziano, Marco deve essere finalmente rincasato.
“Scusa, scusa, non ho fatto apposta!”
Risponde una voce stridula, non da adulto, né da bambino, la voce di Luca.
“Ehi, ehi, ehi! Calma neh?! Si cambia. Si lava e si fa asciugare. Altrimenti si cambia…”
Un padre e due figli, venticinque e vent’anni. Uno con problemi sociali, l’altro motori. Quando il primo torna a casa ubriaco, l’unica cosa che riesce a fare è trovare una scusa per litigare col fratello. Succede quasi tutte le sere, per la disperazione degli altri condomini. Hanno scritto all’amministratore, telefonato all’assistente sociale, denunciato le aggressioni alla polizia. Niente da fare: quello che accade fra le quattro mura domestiche evidentemente non viene considerato un reato, ma tutt’al più un peccato che la società, cristianamente, finge di ignorare, o di tollerare. Finché naturalmente non capita la tragedia, non ci scappa il morto.
“Questo coglione… non sa nemmeno camminare!”
“Nemmeno tu, quando sei sbronzo come adesso, stronzo!”
“Ehi! Ehi! Ho detto calma! Tutte le sere la stessa storia! Marco, vattene da lì! Luca non ha fatto apposta. Cambiati la camicia e fatti una doccia, che puzzi di alcol…”
“Puzzo perché questo scemo mi ha rovesciato il vino addosso, scienziato!”
Il rumore di una porta sbattuta secco come una fucilata fa rabbrividire persino Folco dall’altro lato della strada.
“Ti odio, pezzo di merda! Ti ammazzerei se ne fossi in grado!”
Marco, come una furia, spalanca la porta e si avventa sul fratello maggiore, afferrandolo per la gola.
“Non è vero che non sei in grado, scemo. Tu non mi ammazzi perché non hai il coraggio! Potresti farlo di notte, mentre dormo. Non serve la forza, basta un coltello…”
“Basta! Basta! Basta! Basta! Basta! Basta! Basta!”
Il padre, come spesso accade, comincia a urlare come un pazzo, poi il grido si trasforma in pianto ed il vecchio rimane lì, accasciato sulla sedia, ripetendo la stessa parola infinite volte. Marco lascia andare Luca che finisce a terra, senza forza.
Folco prova una pena immensa per quella famiglia e contemporaneamente detesta la maniera in cui i due figli, entrambi i figli, rendono impossibile la vita al padre, eppure c’è qualcosa che lo inchioda alla sedia tutte le sere. Le parole che sente hanno una forza immensa e Folco non può impedirsi di invidiare quelle parole, perché lui non potrà mai pronunciarle e quindi è convinto che non potrà mai provare sentimenti tanto intensi. Non soltanto l’odio, ma anche l’amore, la speranza, la giustizia, la solidarietà: soltanto chi è in grado di dire certe cose è in grado di dare vita dentro di sé ai relativi sentimenti, pensa Folco. Lui non ci riesce e per questo crede di essere vuoto, inutile, spento.
Vorrebbe mettere per iscritto anche quello che sente di là dalla strada, ma quelle non sono parole sue e scriverle sarebbe solo scimmiottare le vite degli altri.
Dal condominio di fronte non arrivano più altre voci, altre discussioni: tutto tace. Non dovrebbe succedere più niente per stanotte, perciò forse è arrivato il momento anche per Folco di andare a letto. La signora in camicia da notte è ancora alla finestra, forse mangia un frutto e comunque per un attimo sembra guardarlo. Quando Folco accende nuovamente la luce lei si sposta, si ritira, in maniera persino brusca.
Folco riprende in mano il taccuino e la biro e aggiunge un ultima riga agli appunti del giorno:
Baci capo buona speranza.
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