È festa grande in casa Soliman

È festa grande in casa Soliman per il ritorno di Fatima! Finalmente, dopo quattro mesi di ricovero, oggi è stata dimessa dall’ospedale ed è tornata a casa da papà Habib e da mamma Amina. Inspiegabilmente manca Khaled, uscito di casa tre giorni prima senza dir niente a nessuno. Eppure lo sapeva che sarebbe tornata sua sorella!
Per festeggiare, sulla tavola sono servite tutte le specialità tunisine, per far contento papà e tutte le schifezze americane, per far contenta Fatima. Così si susseguono mechouia, l’insalata di peperoni, brik, il piatto tradizionale dei giorni di ramadan, baid bi-timatin, le uova al pomodoro da mangiare con le mani e patatine fritte, wurstel e coca cola: le tradizioni e le novità vengono mescolate e ricombinate in un mix di sapori improbabile e fantasioso.
Mamma Amina da quando Fatima è tornata a casa, non ha smesso un secondo di guardarla, come se dovesse recuperare il tempo perso in quei quattro mesi. La vede dimagrita, persino rimpicciolita, la carnagione pallida. Anche i capelli hanno perso forza e sembrano meno ricci del solito. Mancano persino tre dentini in bocca, ma quello è più normale, per una bambina di otto anni nient’affatto precoce nello sviluppo. Solo gli occhi sono quelli di sempre: limpidi e gioiosi, non hanno mai perso quel colore, nemmeno in ospedale, per quanto pesanti fossero le cure.
Quattro mesi, per una bambina di otto anni, sono un’eternità e adesso Fatima non ricorda bene nemmeno la disposizione della casa: si muove curiosa e incerta, dal salotto alla cucina e poi dal salotto alla camera dei suoi genitori. Dopo la lunga permanenza nella sala bianca del sanatorio, tutto le sembra bello e colorato: la carta da parati alle pareti, piena di fiori e di uccellini disegnati, i tubi di rame dell’acqua calda che corrono lungo i muri, le decorazioni delle mattonelle, i quadri. Come un coniglio che studia un territorio tornando sempre indietro al punto riparato che ha scelto come base, Fatima torna continuamente al divano in sala, dove si butta e lascia rimbalzare le gambe, sbattendole come se stesse nuotando. Questo solleva un mucchio di polvere che esce a sbuffi dai cuscini, ma stasera le è tutto concesso e nessuno se la sente di chiederle di smettere.
Basta un colpo di tosse per far tornare la paura, però. Per un attimo tutto si ferma e anche Fatima rimane immobile a scrutare la faccia dei genitori, per capire come deve interpretare questo sintomo. Ma non c’è sangue nel catarro e poi i dottori hanno detto che le radiografie sono perfette e la cura ha funzionato sorprendentemente bene ed in tempi rapidissimi.
“Non è niente… solo un po’ di polvere in gola!”, si giustifica Fatima in tunisino.
“Scendi da lì, allora. Fai un giretto, così respiri meglio…”, dice mamma Amina, una volta ripresasi dallo spavento.
Fatima fa tre passi di corsa, ma si stanca subito e rallenta il passo. Arrivata in camera sua, comincia a ripetere “Che bello!”, riferendosi ai suoi giocattoli ritrovati con sorpresa “Uh, il cavalluccio!”, “Sinbad e la principessa!”, “la pallina rimbalzina” ed alle volte l’emozione per una scoperta è tale che le si drizzano le braccia e le gambe ed il corpo è percorso da un piccolo brivido e gli occhi e la bocca si spalancano senza che esca alcun suono.
“Non torno più all’ospedale, vero?”, domanda a sua madre Fatima, tornata in sala, le braccia cariche di giocattoli, con un’espressione che commuoverebbe un orco. E Amina è raggiante di poterle dire “No, no, no” senza dover mentire. Ancora una volta la signora Moussa si ripete nella testa quello che hanno detto i medici e cioè che Fatima è completamente guarita e che adesso serviranno solo un paio di settimane per rimettersi in forze: giusto il tempo che rimane prima dell’inizio della scuola.
“Tra due settimani inizia scola… sei contenta?”, dice in italiano mamma Amina.
“Sì, sì…”, si sforza di rispondere Fatima, indecisa.
La scuola sarà un ostacolo enorme per Fatima, quest’anno, lei già di per sé sempre in difficoltà, un po’ per la lingua che, nata in Italia, a differenza del fratello, nato in Tunisia, non padroneggia ancora, un po’ per il carattere stesso di Fatima, distratto e svagato. Ma stasera nessuno vuole pensare ai problemi di domani.
“Vieni a mangiare, Fatima, che è pronto?”, si intromette nei pensieri di Amina e nei giochi di Fatima Habib.
“Ancora un minuto, per favore… Non ho fame!”, dice la bambina senza voltarsi, impegnata a servire il the a Sinbad e ad un orsetto di peluche e ad una figurina di Puffetta targata Esselunga con le tazze tolte dal tavolo.
“Tu non hai mai fame… non ti ho mai sentito dire una volta che hai fame… ma i dottori dicono che devi mangiare! Come fai a crescere sennò?”, dice Habib, che invece stasera sente di avere un appetito da fiera.
“Adesso servo il the ai miei amici e poi arrivo…”
Effettivamente il comitato di accoglienza di Fatima è ridotto all’osso: non pervenuto Khaled, in giro non si sa dove, nonni e nonne superstiti rimasti nella patria lontana, amici di famiglia e di Fatima non contattati per timidezza e un po’ per pudore e un po’ anche per la voglia di rimanere soli a coccolarsi la marmocchietta, a Fatima non resta che inventarsi degli ospiti se vuole avere l’impressione di una vera festa. Rassegnato, anche papà Habib si siede di fianco ai tre invitati immaginari.
“Lo servi anche a me un bel the bollente?”
“Certo papà! Come lo vuoi: con zucchero, latte, limone, vino…”
“Vino…?!”, esclama Habib che non ha mai toccato un goccio d’alcol in tutta la sua vita.
“In ospedale c’era un signore che lo beveva così il the, col vino! Diceva che gli faceva bene al cuore…”
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