Due uomini a bordo

Due uomini a bordo di un auto si aggirano lentamente all’interno di una Zona Industriale all’estrema periferia di Brescia. La zona è molto grande e la segnaletica del tutto inadeguata. I cartelli riportano ancora le indicazioni delle strade che si percorrevano prima dell’arrivo della tangenziale. Non è mai stata aggiornata, da allora.
Uno dei due uomini, il passeggero, sta parlando quasi ininterrottamente da quando è salito a bordo. L’altro appare piuttosto distratto. Le poche volte che interviene, lo fa solo per chiedere spiegazioni riguardo alla visita che devono fare, ma non ottiene risposta.
“Sì, perché io ho iniziato a lavorare a tredici anni…”, dice il passeggero convinto che questo sia fonte di interesse per l’altro o per l’universo in genere.
“Vendevo biancheria intima al mercato. Biancheria intima femminile, ci tengo a precisare. Le tette che non ho visto in quel periodo! Mai più una cosa simile in vita mia!”
Il guidatore sorride e strizza gli occhi nel tentativo di leggere il nome della strada, ma si tratta sempre della stessa via dell’artigianato imboccata almeno venti minuti prima.
“Le signore salivano nel retro del furgone per provare i capi. Allora io facevo finta di non sapere che lo sgabuzzino era occupato e con la scusa di dover prendere qualcosa aprivo la porta proprio quando erano praticamente nude…”
Il guidatore di fronte ad una birra si godrebbe anche quei ricordi piccanti di gioventù, ma lì in mezzo proprio non riesce a seguire il discorso. Intorno vede solo avanzi di capannoni, carcasse di macchinari, cartelli arrugginiti indicanti aziende fallite già da una decina d’anni. Quel posto gli ricorda un cimitero monumentale, vede sfilare le tombe dell’industria italiana, con tanto di lapidi marmoree a sempiterna memoria e per giunta non è in grado di ritrovare la strada verso la città dei vivi.
“Dimostravo persino meno dei miei tredici anni. Qualcuna non si copriva neanche, vedendomi, quasi non si voltava. Mi credevano così innocente che continuavano a spogliarsi… e io potevo persino stare lì a guardare!”
Il guidatore si guarda intorno sconsolato. Lui, a differenza del passeggero chiacchierone, nel mondo del lavoro ci sta entrando solo adesso e lo fa con la sensazione di chi arriva ad una festa quando l’alcol è già finito. Intere dinastie e le loro fortune giacciono sepolte in questa Z.I. denominata a suo tempo Lingua D’Oro. Molte di queste cappelle di famiglia hanno statue in marmo nel cortile d’accesso, hanno i nomi dei fondatori e dei loro eredi sulle insegne. Lungo i viali, al posto dei cipressi, ci stanno fila e fila di silos di acciaio inox 310, sempre lucidi (come dire sempreverdi), a dare al luogo una parvenza di eternità. [Qui verrebbe ad ispirarsi oggi il Foscolo per scrivere la sua I sepolcri], pensa il guidatore.
“Quando mi spuntò il primo pelo sul labbro, la pacchia finì. Il titolare della bancarella mi minacciò di prendermi a pedate nel culo se non cominciavo a bussare prima di entrare nel furgone…”
E proprio come sulle tombe di cui nessuno si occupa, che nessuno pulisce, anche sulle pareti di alcuni capannoni già sta crescendo il muschio e l’erba. Il guidatore si immagina il giorno in cui tutta l’area tornerà coperta dalla vegetazione, abitata dagli animali selvatici.
“Comunque lo faccio ancora oggi, il mercato…”, persevera nel dare risposte a domande mai poste, il passeggero. Il guidatore invece continua ad immaginarsi i muri degli edifici coperti di piante rampicanti, i tetti sfondati dai rami degli alberi, le strade divelte dalle radici. È sicuro che un giorno la foresta tornerà ad occupare quegli spazi al punto che…
“Attento!”
Il guidatore torna a guardare la strada e butta un piede sul freno un attimo prima di centrare la cosa che gli stava davanti.
“Cos’era? Un daino?”, dice guardandosi intorno il guidatore.
“Ma quale daino! Non siamo mica in val Camonica! Sarà stato un cane, che ne so!”
“Dovrebbe essere andato di là… lo vedi?”
Il guidatore finalmente si decide ad accostare. Si sono persi. Non passa un’auto, un camion, un’anima viva da mezz’ora, a parte il cervo cane. C’è qualcosa di sinistro, in quel posto. Una sorta di maledizione grava sugli edifici: sono stati abbandonati non tanto dagli umani, quanto dal denaro. Come se un fiume avesse improvvisamente cambiato corso, condannando alla siccità un’intera area prima fertile. L’autista aveva tutta l’attrezzatura per risalire quel fiume, ma adesso servirebbe piuttosto la bacchetta del rabdomante.
scarica il pdf

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...