“Dobbiamo parlare…”

“Dobbiamo parlare…”, dice Mantovani attirando Alcide nel suo ufficio, una via di mezzo fra uno sgabuzzino molto ordinato ed un ufficio postale in agosto ai tempi delle cartoline.
“Certo che dobbiamo parlare, Mantovani. Cosa cazzo ci fanno quei quattro là fuori? Perché gliel’hai permesso?”
“Io?! Io non ho dato alcun permesso… Cosa potevo farci? Sono fuori dalla nostra proprietà…”
“Nostra un cazzo! Questa è la mia azienda! Tu sei solo un socio di minoranza! Tu sei qui solo perché cinque anni fa mi servivano soldi, capito?! Qui decido tutto io, chiaro?!”
Alcide prende a calci uno scatolone fortunatamente vuoto. La punta della scarpa sfonda il cartone, provocando uno squarcio osceno che a Mantovani fa venire in mente un culo rotto. Il suo.
“Certo Alcide, non ho mai pensato il contrario… però adesso sarebbe meglio mettere da parte questi ragionamenti e decidere il da farsi…”
“C’è poco da decidere… la situazione è chiarissima, purtroppo.”
Alcide sembra essersi calmato incredibilmente in fretta: la preoccupazione a quanto pare ha preso il sopravvento sulla rabbia.
“O ci fanno chiudere per via dell’incidente di Maicol… o ci fanno chiudere per via del Termaflon… Nel primo caso il risarcimento ci taglierà le gambe e saremo costretti al fallimento…”
“E nel secondo caso?” domanda Mantovani come se la prima ipotesi non contasse molto.
“Nel secondo caso si va dritti nel penale…”
“Ma fuori ci accusano di essere noi a voler chiudere, Alcide…”
“È l’unica alternativa, Mantovani… vendere il capannone ed i macchinari, dichiarare fallimento prima della fine del processo, spartirci i soldi e sparire il più lontano possibile… altrimenti si finisce in prigione… tutti e due…”
“Io? Alcide… tu sai che io non mi sono mai interessato molto della produzione… non ho mai messo bocca sui materiali impiegati… e poi il Termaflon che c’entra?”
“È tossico, Mantovani. Lo sanno tutti qui dentro, lo sai anche tu…”
“Io non sapevo niente… e cosa ci facciamo col Termaflon?” butta lì Mantovani con una faccia di bronzo impressionante.
“Mantovani, porco zio! Sono cinque anni che lavori qui, che cazzo di domande fai?”
[Mantovani sta registrando la conversazione] questo pensa Alcide [Mantovani sta registrando quello che diciamo per avere qualcosa da presentare al processo che lo scagioni]
“Ma io mi occupo solo della parte legale e di quella finanziaria… non ne so niente della produzione…”, dice Mantovani con un sorriso sghembo, tremendo.
“Facciamo furgoni che trasportano surgelati, giusto?! Ecco, il Termaflon è l’isolante che mettiamo nelle pareti…”
“E è tossico? Non ne sapevo niente…”
“Porca puttana! Che ne so?! Sembra di sì. L’ASL pensa di sì, ma ci sarà sotto qualche interesse! Lo sai come vanno queste cose. Qualche produttore nazionale avrà fatto delle pressioni…”
“Quanto tossico?”
“Dicono che provochi il cancro, ma che c’entra? Quanti casi di cancro abbiamo avuto in azienda? Se salta fuori lo scandalo ci faranno causa su tutto, anche su quelli che l’anno scorso hanno fatto l’influenza due volte…”
“Non ne sapevo niente…”, continua a ripete come ipnotizzato Mantovani.
“Basta con questo non ne sapevo niente del cazzo. Se affondo io, tu affondi con me!”
Al colmo dell’ira, Alcide si avventa sul piccolo Mantovani e lo afferra prima per le spalle, poi per il collo. Lo scuote un paio di volte, poi gli rovista nelle tasche, prima della giacca, poi dei pantaloni. E lì, proprio come si aspettava, trova il cellulare. Il display è illuminato, come se una funzione fosse attiva. Il registratore vocale, naturalmente, pensa Alcide che getta a terra il telefonino e lo calpesta con il tacco della scarpa fino a vederlo in frantumi.
“Stavi registrando, brutto bastardo! Volevi fottermi, ma io sono più intelligente di te!”, grida Alcide continuando a spingere e a provocare il socio che però non reagisce, incassa gli spintoni senza cadere, ma senza opporre resistenza. Lo spazio è troppo piccolo per sottrarsi o sfuggire: Mantovani è in trappola. Improvvisamente Alcide si volta e pianta un pugno nell’armadio, sfondando l’anta.
Come se il colpo fosse stato sferrato contro di lui, Mantovani, che fino allora aveva retto alle spinte, finisce a terra e li rimane accasciato, floscio come un sacco, in lacrime, distrutto.
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