Deformati da un sogno

Deformati da un sogno, tutti i paesi sembrano vicini e raggiungibili, tutte le lingue sono comprensibili, tutti i cibi quanto meno commestibili. Visti da questa prospettiva che senso hanno i confini, le dogane, i passaporti. Ovunque è fatto divieto di ammazzare, rubare, far del male. Ovunque la gente deve mangiare, ripararsi dal freddo, riposare. Soltanto nel paradiso terrestre l’uomo poteva vivere nudo: una volta cacciato, ha dovuto vestirsi e da quel momento ogni luogo è diventato accogliente come un altro: la Siberia come il deserto del Sahara, l’Amazzonia come l’Isola di Pasqua.
E viceversa, lontani millenni dall’eden, oggi ci si può sentire estranei anche a casa propria. I ribelli in Siria, asserragliati nei magazzini nella periferia di Aleppo, i fucili mitragliatori imbracciati contro lo stesso regime che li ha governati per trent’anni; i passeggeri del Boing 737 della Lion Air, compagnia aerea indonesiana, intrappolati nella fusoliera in attesa dei soccorsi dopo un atterraggio di fortuna in mare; i membri del partito democratico italiano, sequestrati da un’alleanza che non accontenta nessuno, ma dalla quale non hanno il coraggio elettorale di scappare; gli operai della Fiat di Pomigliano, reintegrati da una sentenza del tribunale, ma ai quali l’azienda non ha voluto affidare alcuna mansione, né quella precedente, né una nuova: tutti costoro sono più a disagio in casa propria che se non fossero in un territorio sconosciuto ed ostile. E così capita anche in molte famiglie, in molte case in cui tornare la sera è per i membri del nucleo peggio che uscirne al mattino per andare al lavoro.
Per non arrivare a questi punti, per paura, per prudenza, per pessimismo, per scaramanzia, per altre mille ragioni Luca e Rebecca non convivono. Certo la scusa ufficiale è che lavorando in due città diverse è più comodo vivere in due città diverse, ma sotto questo velo pietoso si nasconde la banalissima verità che dopo una certa età è difficile disabituarsi all’agio di abitare da soli. Pagata ad un prezzo ragionevole, la solitudine offre innumerevoli comfort che entrambi sanno apprezzare. Perciò la convivenza spaventa Luca e Rebecca, li spaventa la routine, i piccoli screzi, le mutande ed i calzini dell’altro abbandonati sul pavimento (i propri non danno mai fastidio), i compromessi necessari a rendere compatibili due bioritmi tanto diversi, diurno il suo, notturno quello di lei. Soprattutto, a loro piace sentire ancora, dopo quasi dieci anni di rapporto, la mancanza uno dell’altro. Anche in questo sono diversi perché lei la sente più acuta subito dopo alcuni giorni di convivenza, la prima notte da sola, mentre Luca ha bisogno di qualche giorno di solitudine prima di provare quella puntura fastidiosa nella pancia, simile alla fame. Proprio la sensazione che Luca Giovanelli sente questa sera, mentre lava i piatti in cucina, intorno alla mezzanotte di un mercoledì di tensione al lavoro.
In un piatto i cui avanzi erano già stati scaricati nella spazzatura, passando la spugna imbevuta di detersivo, Luca trova un seme di mela. Immediatamente fa per cestinare anche quello, poi pensa che un seme è dopo tutto una vita potenziale e che perciò merita più rispetto delle bucce e dei torsoli. Lava via la schiuma e se lo mette in tasca, deciso a gettarlo in campagna, lungo la riva di un fosso, lontano da altre piante e lontano dai tosaerba, così che abbia qualche chance di germogliare e di crescere.
Se raccontasse questa cosa al lavoro, come minimo lo prenderebbero per omosessuale, oppure per uno stupido ingenuo o chissà cos’altro. Nessuno capirebbe o persino la sua sembrerebbe una posa, un modo per apparire alternativo. Lo standard della conversazione è piuttosto rigido, in azienda, e sempre tra il superficiale ed il volgare. Parlare di coppie di fatto o di emergenza carceri o di testamento biologico sembrerebbe del tutto inappropriato, per un luogo di lavoro, mentre tranquillamente si può scherzare tutti i giorni sulla forma fallica di una banana, commentare culi pacchi e tette dei colleghi e delle colleghe in coda in mensa o fantasticare delle caratteristiche sessuali degli alieni, dovessero un giorno atterrare sulla Terra.
Oggi invece, dopo cinque anni che ci lavora assieme, Luca ha scoperto che il suo collega Camise ha moglie e due figli, già piuttosto grandicelli. Eppure non si può dire che Camise sia timido e riservato, anzi, parla tutto il giorno e tutti sono al corrente dello stato di salute della sua schiena e dei suoi mal di denti e delle emicranie e tutti in ufficio sanno il film, trama compresa, che ha guardato la sera prima e quante vasche ha fatto in piscina in pausa pranzo e se è già andato a cagare oppure no. A parte queste chicche, Luca si accorge di non conoscere altro di Camise: che scuole ha fatto, i suoi lavori precedenti, il suo orientamento politico, se ha viaggiato in gioventù, se è stato all’estero oppure no, se ha un qualsiasi interesse al di là del calcio guardato in TV.
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