Condoglianze signora Pedrabissi

Condoglianze Signora Pedrabissi, abbiamo saputo, le siamo vicini, non meritava, era tanto buono. Condoglianze Luigina, ci dispiace davvero, ma alla fine ha smesso di soffrire, se n’è andato, quieto quieto.
Il signor Pedrabissi è morto. L’ictus giorno per giorno l’ha paralizzato dentro, rallentando le sue funzioni sino a fermarle. L’agonia in ultimo è durata solo poche ore ed il vecchio non deve aver provato alcun dolore. La Signora Pedrabissi ha trovato il marito senza vita nel letto, il pomeriggio di due giorni fa. Ha pianto un po’, ha detto una preghiera, poi ha predisposto tutto per la sepoltura ed ha aspettato di ricevere i parenti nella camera ardente, organizzata per l’occasione nel soggiorno della loro vecchia casa. L’odore di fiori le ha dato abbastanza fastidio tutto il tempo, ma nel complesso non è stata una veglia sgradevole, soltanto un po’ stancante. Adesso che è finita la cerimonia funebre e la salma è stata accompagnata al cimitero, la signora Pedrabissi vorrebbe poter tornare a casa e riposarsi un po’. Invece i parenti la trattengono ancora, con chiacchiere futili e di circostanza.
“Guarda che comunque è un bene… Non era più quello, oramai… Passava tutto il giorno seduto in cucina… Chissà che peso anche per te…”, così commentano i più, fuori dai cancelli del cimitero, all’ombra dei cipressi che circondano il piazzale del parcheggio.
La giornata è limpida e caldissima, niente a che vedere con quello che uno si aspetterebbe per il proprio ultimo saluto, ma per questo bisognerebbe nascere tutti a maggio e morire tutti a novembre.
“E Maicol? Qualche miglioramento? Vorremmo tanto venirlo a trovare… Ci sono dei giorni… degli orari?”
Tutti i parenti chiedono di Maicol, domandano quando possono passare e la Signora Pedrabissi è imbarazzata e infastidita. Per mesi non si è fatto vivo nessuno, tranne un paio di volte la sorella del marito, capitata lì per caso, in concomitanza con qualche altra visita e adesso che lei non vuole più avere niente a che fare con lui, ecco che questi si svegliano e le chiedono di accompagnarli in ospedale a trovare il povero parente in stato comatoso.
“Potete andare tutti i giorni, io, se non ho altre urgenze, sono sempre lì…”, risponde a tutti, mentendo consapevolmente e con un discreto calcolo, avendo già in mente una decina di scuse pronte per quando la chiameranno dicendole di essere passati e di non averla trovata. Tanto poi non si farà vivo nessuno e comunque, se pensano di convincerla a tornare al capezzale di quel disgraziato, si sbagliano di grosso.
“Comunque adesso è meglio se vado…”
Così la Signora Pedrabissi riesce a stringere la mano a tutti, a baciare le guance dei parenti più stretti e ad andarsene, le spalle strette, gli angoli della bocca rivolti verso il basso, lo sguardo spento. Finalmente sola, a casa propria, si sente troppo sola. Senza Maicol, senza il marito, tenuti a distanza i parenti con le menzogne, la signora Pedrabissi non ha più nessuno intorno. Non ha nemmeno voglia di cucinare, perciò non ha nulla da fare. E le torna alla memoria l’ultima volta in cui sono usciti tutti e tre insieme a cena. In occasione del diploma, Maicol aveva voluto a tutti i costi scegliere il ristorante, portando mamma e papà in un locale alla moda, molto chiassoso, sul lago di Garda.
“Tanto valeva andare in discoteca…”, era stato il commento del Signor Pedrabissi. Poi però la scelta si era rivelata azzeccata perché il rumore del posto aveva evitato ai tre di sentire il loro silenzio.
La Signora Pedrabissi ricorda infatti che solo ogni tanto il marito se ne usciva con qualche battuta, anche spiritosa, ma per lo più senza successo. Gran parte del tempo ciascuno aveva guardato nel proprio piatto.
“Quest’estate vorrei venire qui a lavorare… come cameriere…”, aveva detto Maicol ad un certo punto.
“Cameriere vuol dire apparecchiare e sparecchiare i tavoli… sei sicuro di sapere come si fa? A casa non ti ho mai visto…”, aveva ironizzato suo padre.
“Mi sembra buona l’idea… però poi quando cominci l’università…”, aveva subito messo le mani avanti lei.
“Beh Luigina, non faranno lezione la sera… né Maicol studierà di notte… ho l’impressione…”
Questa era la maniera del signor Pedrabissi di dare il suo avvallo. Senza sbilanciarsi, ma con humor. Poi però, al momento di pagare, aveva fatto un passo falso.
“Lei lo prenderebbe uno uscito con 38 dall’ITIS?”, aveva chiesto il signor Pedrabissi a quello che poteva essere il proprietario del locale.
“Papà…!”, aveva cercato di fermarlo Maicol.
“Dipende…”, aveva replicato subito l’uomo alla cassa. “…a mettermi a posto l’impianto elettrico, no!”
Poi il presunto proprietario aveva rincarato la dose.
“Un ragazzo che ha bisogno dei genitori per chiedere lavoro non fa per me, né per il mio locale. Qui servono giovani dinamici, un po’ matti e un po’ guasconi… Giovani intraprendenti… niente bamboccioni!”
Lo sguardo di Maicol uscendo era furente, la Signora Pedrabissi lo ricorda bene.
“Adesso me lo trovi tu un altro posto dove andare…”, erano state le ultime parole di Maicol, per quella sera. Poi fra padre e figlio tutto si era aggiustato e Maicol aveva trovato un lavoretto presso un officina meccanica in provincia di Brescia. Che forse, le viene solo ora da pensare, era già la Forex. E allora, se suo marito quella volta fosse stato zitto, tutto sarebbe potuto andare diversamente e Maicol sarebbe lì con lei, adesso, a farle compagnia.
Solo tre anni sono passati da quella sera e tutto sembra esserle crollato addosso come se avesse pescato la carta della Torre nei Tarocchi.
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