“Ciao caro…”

“Ciao caro…”, dice la signora Pedrabissi a Khaled toccandogli un braccio, non ricordandosi il nome. “Come sta la tua sorellina?”, domanda subito dopo, apprensiva.
Si sono incontrati in uno dei corridoi che dall’ingresso portano ai padiglioni dell’ospedale, quei corridoi fitti di manifesti e di cartelloni pubblicitari e di messaggi di speranza tipici dei luoghi dove la gente soffre.
“Un po’ meglio. Comincia a riprendersi… sembra che le cure facciano effetto!”, dice Khaled.
“Sono contenta… mi fa davvero piacere…”, dice la Signora Pedrabissi, annuendo vistosamente, convinta che la sorte di suo figlio e quella della sorellina del ragazzo siano in qualche modo legate da un filo invisibile.
“Vuoi venire a trovare Maicol? Gli farebbe bene la compagnia di un ragazzo della sua età, sono sicura…”
Chissà perché Khaled si lascia convincere a quella strana proposta. La sua intenzione era salutare Fatima, restare con lei un’oretta al massimo, giocare un po’, fare un disegno, un puzzle, giusto il tempo perché la madre potesse tornare e dargli di nuovo il cambio. E invece dopo un paio di piani fatti in ascensore ed un lungo corridoio con le piastrelle gialle alle pareti, ecco che Khaled si trova di fronte un giovane pallido dai capelli neri che lui conosce. Maicol, certo! Gliel’aveva detto la signora Pedrabissi, la prima volta che si erano incontrati. Come aveva fatto a non pensarci?
“Come è successo?”, chiede Khaled, che fino a quel momento non aveva fatto caso alle parole della signora.
“Sul lavoro, un paio di mesi fa… guidava un muletto ed è stato investito da un camion…”
“… e i medici cosa dicono?”
“Non dicono molto…, purtroppo! Ma almeno non dicono nulla di male…”, dice con rassegnata speranza la signora Pedrabissi. Poi improvvisamente cambia argomento: “Mi parla, alle volte, Maicol, sai ?”
“Parla? Ma allora non è in coma…”, dice allargando le braccia Khaled, fin quasi a colpire il palo delle flebo.
“Non parla, no. Sono io che lo sento… lui non apre bocca, ma a una mamma basta poco per capire quello che vuole dire un figlio… non serve nemmeno il labbiale!”
“E cosa le racconta?”
“Mi parla di sé. Ma spesso mi dice cose che non capisco…”
“Tipo?”, prosegue Khaled che subito si chiede il perché della sua stessa curiosità.
“Non so, parla di patti col diavolo, di lavoro nero, di clan della ‘ndrangheta…”, elenca la signora Pedrabissi. “…ho persino il sospetto che abbia commesso qualcosa di grave…”
“Sa che io conoscevo Maicol… Frequentavamo la stessa compagnia, alle volte… le stesse persone…”, dice Khaled, come se si stesse confessando. “So che faceva affari con certa gente… però non so che tipo di affari. Penso c’entrasse la sua azienda… comprava materiale… così avevo sentito dire…”
“Mio figlio… un criminale…”, scuote la testa la signora Pedrabissi, già al corrente degli affari illeciti del figlio dopo la visita di Alcide.
“Insomma… non esattamente un crimine…”, dice Khaled incerto se proseguire o no. “Comprare materiale nocivo non è proprio come rubare o ammazzare o stuprare una ragazza…”
Tutto il tempo Khaled ha cercato di dimenticare quella notte, aiutato dal fatto di non avere ricordi particolarmente chiari, annebbiato dall’alcol e dalla droga com’era, tutto il tempo ha cercato di comportarsi come se niente fosse, tenendosi lontano da Carmine per quanto possibile e adesso il caso l’ha riportato a trovare il compagno di una notte maledetta. Khaled guarda Maicol come se questo dovesse rispondere ad un richiamo, come se un campanello d’allarme dovesse squillare anche nelle orecchie del ragazzo in coma. Maicol invece resta immobile, impassibile. Riesce difficile a Khaled credere che quel tronco morto, quel sacco di stracci buttato in un letto di ospedale riesca a comunicare qualcosa a sua madre, mentre lui stesso con sua madre non ci parla quasi mai. Forse anche Maicol parla di più adesso di prima, a ben vedere.
“Non si rende conto di quello che ha fatto…”, dice la signora Pedrabissi, sempre più convinta che attraverso Khaled lei oggi può scoprire oggi il segreto del figlio.
“Chi, Maicol?”, chiede Khaled, indeciso se la signora si riferisce al figlio o a lui medesimo.
“Sì, no, non lo so. È lui che lo dice, continuamente. Non ho neanche la minima idea a cosa o a chi si riferisca…”
“E poi cos’altro dice?”, chiede khaled a bassa voce, bianco in viso.
“Dice abbiamo esagerato, dice dovevamo smettere prima, dice lei non voleva…”
Khaled sta zitto un minuto, guardando il volto bianco dell’amico. Non sa cosa fare perché da un certo punto di vista vorrebbe parlare, spiegare, giustificarsi.
“So quello a cui si riferisce. Un fatto spiacevole. Non una tragedia, no, ma insomma… una cosa brutta. C’ero anch’io… una notte di follia… ci siamo incontrati per caso…”
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One thought on ““Ciao caro…”

  1. Khaled comincia a raccontare alla Signora Pedrabissi quello che ricorda dell’ultima volta che ha incontrato Maicol. La donna lo ascolta con attenzione, alle volte riprende in mano i suoi appunti, specialmente quelli degli ultimi giorni, e verifica alcuni passaggi, alla ricerca di conferme. Khaled parla tenendo i suoi occhi dal taglio orientale rivolti verso il basso, senza il coraggio di guardarla in faccia. La storia risale a qualche mese prima, sembra di capire alla Signora Pedrabissi, forse proprio la notte prima dell’incidente sul muletto.

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