Bellisari, il commerciale della Forex

Bellisari, il commerciale della Forex, passando sotto la torre dell’orologio si accorge di quanto sia già tardi e lancia una semplice imprecazione al tempo e alla pioggia. Pensa spesso che chrónos e metéōros siano demoni avversi all’umanità intera ed è convinto che tutti, nell’arco della giornata, si lasceranno andare ad imprecazioni simili, per gli stessi motivi. Per la verità, raramente Bellisari bada alle persone ed è questo a renderlo superficialmente qualunquista. Un uomo ed una donna, per esempio, stanno chiacchierando da un po’ sotto quel poco di riparo che può offrire una grondaia. Bellisari passa loro di fianco, quasi senza notarli, senza accorgersi che per loro non è affatto tardi e la pioggia non rappresenta un cattivo tempo. Hanno una scusa per restare così, soli, vicini, senza distrazioni. Lei è carina e indossa jeans e grosse scarpe da ginnastica, lui ha un completo, una cravatta ed una valigetta pronti per l’ufficio.
Bellisari invece è il tipico ingegnere: camicia nera fuori dai pantaloni, maniche arrotolate, uno zaino giallo tenuto su una sola spalla, gli occhietti furbi e stretti, il pizzetto folto, il corpo largo. Potrebbe avere quarant’anni come sessanta, era già così all’università, quattro lustri prima.
“Sì, senti, sono in ritardo. Come chi, sono io! C’era traffico, poi quando piove la gente sembra non capire più niente, ho rischiato di fare tre incidenti…”
Bellisari parla al telefono alla ricerca delle solite scuse. Un giorno forse dirà la verità: ho fatto un salto dalla mia amante, ci passo sempre quando vengo a visitarvi, anzi è l’unico motivo per cui insisto a venire qui, anche se non mi comprate mai niente ed io non ci provo nemmeno a farvi un po’ di sconto. Un giorno dirà la verità ai clienti, alla moglie, al capo, ai suoi amici. Poi si toglierà la vita in maniera vigliacca, collegando con un tubo di gomma lo scappamento dell’auto all’abitacolo.
Ester, la ragazza in jeans e scarpe sportive, vede tutto questo in una camicia fuori dai pantaloni, in una manica arrotolata, in uno zaino giallo su una spalla sola e riconosce suo padre, vent’anni prima, a fine carriera.
Si rabbuia, Ester, ma Bobo sembra non accorgersene e continua a chiacchierare. Ester si stacca da lui e incurante della pioggia comincia a correre. Raggiunge Bellisari e lo ferma mettendogli una mano sulla spalla. Lui si volta sorpreso, non ha mai smesso di parlare al cellulare in tutto questo tempo. Il volto di Ester gli dice qualcosa: ha avuto un’amica, alle elementari che le assomigliava. Una volta avevano fatto insieme un enorme pupazzo di neve, l’anno della grande nevicata. Poi lei era partita insieme con i suoi genitori verso un’altra città che a quel tempo sembrava lontanissima. Oggi Bellisari percorre per lavoro il doppio di quella distanza quasi tutti i giorni. Quella bambina si chiamava Tania e forse non era proprio così piccola se lui ne ricorda ancora la curva del naso e le labbra che ritrova in quel volto dagli occhi spalancati.
“Mi scusi…. Credo di aver sbagliato persona… non volevo darle disturbo… e nemmeno colpirla…”
“Carlo aspetta un momento, c’è una persona che mi conosce, metto giù, tanto arrivo tra un secondo…”
“No, no, no, mi sono sbagliata, credevo di aver riconosciuto un altro…”
Anche Bobo si sta avvicinando, per non restare sotto la grondai da solo a far niente. Vorrebbe almeno salutare Ester, prima di andarsene, anche se ormai sa che non sarà più lui l’ultima immagine stampata nelle pupille della donna.
“Ester, io devo andare… Ci vediamo.”
“Ciao Bobo, mi ha fatto piacere…”
Bellisari resta lì fermo, nella sua tipica posa con i pollici nelle tasche, tutto storto, le spalle sbilenche e la bocca tirata dalla sigaretta spenta che ci ha appena infilato per togliersi la voglia di fumare. L’orologio del campanile suona la mezza,nella piazza, e per ogni auto che lascia un parcheggio ce ne sono tre a litigarselo. Il bar sull’altro angolo è chiuso, il barista ha mollato tutto e se n’è andato da almeno tre quarti d’ora, stanco di aspettare clienti che mai arrivano. Prima o poi metterà anche lui un paio di quelle macchinette che chiamano videopoker, anche se non ne sopporta il rumore.
“Mio padre teneva in bocca il sigaro, senza accenderlo, sa?”, riprende Ester, appena salutato Bobo.
“Ah sì? Ma io è un caso se non l’ho accesa. È solo che non ho l’accendino, stamattina…”, risponde Bellisari, sorridente. Non sa dove andrà a parare la ragazza, ma non gli dispiace la piega del discorso.
“Spento non fa male, diceva…”
“Quasi vero… Secondo me gli scienziati prima o poi scopriranno che spento fa venire il cancro alle labbra… e comunque ingiallisce i denti!”
“E fa puzzare il fiato! Mi sembra ancora di sentirlo, quando mi dava il bacio della buonanotte…”
Quando Bellisari aveva baciato Tania, il suo fiato non sapeva di tabacco. Forse di Big Bubble, ma di sicuro non di sigaro. Il suo cellulare suona ancora, lui controlla sul display per vedere se può evitare di rispondere, ma si tratta di Mantovani, uno dei suoi due capi. Fa un cenno della mano, come a mostrare alla donna chi sta chiamando, come se lei sapesse di chi si tratta, come a scusarsi dell’inopportunità del suo titolare.
“Non la trattengo più, mi scusi ancora!”, dice Ester, ormai completamente fradicia. La giornata sarà un fiume molto difficile da guadare, sempre che non torni a casa spacciandosi per malata.
Bellisari, sentendo quello che Mantovani ha da dirgli, già non ricorda più Tania, né la donna che ha appena incontrato. Deve tornare immediatamente in azienda. Tre o quattrocento metri più indietro, la sbadata manovra di una vecchietta al volante gli ha appena portato via uno specchietto retrovisore elettrico riscaldabile. Il guadagno della giornata potrebbe non bastare a pagare il danno. Tanto valeva starsene a casa, penserà Bellisari quando si renderà conto dell’accaduto.
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