Noi siamo un antefatto – parte quinta

Avevano trovato il metano nel sottosuolo della Pianura Padana e da alcuni anni lo estraevano con un sistema simile a quello del petrolio, ma a tenuta stagna, vista la natura volatile del gas. Caso volle che una notte di gennaio, una scintilla innescasse un incendio al pozzo di Bordolano, distante 10 km da Buttano. Si sentì un boato, poi la notte fu illuminata a giorno da una lingua di fuoco alta quasi venti metri.
Il Mau aveva appena chiuso il locale e fu tra i primi ad accorrere. Aveva un appuntamento con Carlo, il suo moroso al tempo, ma quando vide quella colonna di fuoco non seppe resistere alla tentazione di andare a vedere cosa fosse successo. Avrebbe potuto raggiungerlo un po’ più tardi, Carlo l’avrebbe aspettato, era abituato. E se anche non si fossero visti, quella sera, poco importava: nutriva nei confronti dell’amato una sorta di rancore, negli ultimi tempi. Sapeva che un giorno o l’altro Carlo l’avrebbe lasciato e lui avrebbe avuto soltanto la forza necessaria per soffrire. Si stava allenando per questo, un poco alla volta, rimuginando su certe frasi di Carlo, ripensando a quello che sapeva del suo passato. Si poteva essere gelosi anche delle storie passate. Perché forse agli altri compagni era stato concesso quello che a lui era escluso. Perché avevano goduto della giovinezza, dell’ingenuità e degli slanci del suo uomo. Gli altri avevano avuto di più, erano stati amati di più. Arrivava persino a pensare che, durante la guerra, gli omosessuali avessero avuto più occasioni, sfruttando la situazione di confusione, ben sapendo quanto questo fosse in realtà falso, quanto fosse pericoloso in quei giorni farsi vedere in giro, fra uomini. E se questi ex amanti fossero tornati? Se avessero acceso la fiamma passata? Loro erano sicuramente più affascinanti, avevano più carattere, un fisico atletico, un’intelligenza pronta. Gli altri erano stati amati con passione, lui con freddezza. Proprio loro avevano indurito Carlo ed ora il Mau ne pagava le conseguenze. Nell’atteggiamento cinico e sospettoso, nella distanza che si erano imposti, nella mancanza di illusioni della loro storia. Non c’era futuro, per loro, né normalità.
Quando arrivò al pozzo, la fiamma aveva raggiunto un’altezza se possibile ancora maggiore, non ci si poteva avvicinare poi tanto, per via del caldo e bruciavano gli occhi soltanto a guardarla.
Andò avanti per giorni, rischiarando e riscaldando le notti, tanto che i mandorli della zona buttarono i germogli, credendo fosse già primavera.
Dovettero arrivare i tecnici dall’America, ci misero solo trentasei ore per attraversare l’oceano, con l’aereo arrivarono, trentasei ore ed erano già lì. Subito si sparse la voce che avrebbero usato l’esplosivo, la dinamite. Cose che si vedevano solo nei film.
Era radunata la popolazione di almeno quattro paesi, il pomeriggio dell’intervento, attorno al pozzo in fiamme: Quinzano, Cignone, Bordolano e, naturalmente Buttano. Tutti si confrontavano sull’esito dell’intervento, qualcuno più scettico, qualcuno più fiducioso. Peccato che furono fatti tutti sgomberare.
Il Mau, arrivato come gli altri per assistere allo spettacolo, era convinto che i bei ragazzi americani avrebbero risolto la situazione ed in qualche modo si rammaricava di non poter restare a guardare. In quella fiamma c’era qualcosa che lo attraeva, come fosse un monolite o un totem, un simbolo religioso. Quel fuoco, la primavera inattesa, i fiori di mandorlo erano sicuramente presagi della rivoluzione che tanto attendeva.
Egli agognava i cambiamenti sociali come le persone normali attendono le ferie da adulti o babbo natale da bambini. Aveva salutato come una benedizione la caduta del fascismo, il referendum e la vittoria della Repubblica. Eppure nessuna di queste rivoluzioni aveva contribuito alla sua causa. Poi erano arrivati gli anni cinquanta ed il boom economico. Era l’epoca in cui cominciavano ad aprirsi nuove possibilità, ad appianarsi certe differenze sociali. Tutto quello che prima non poteva nemmeno essere immaginato, in quel momento risultava quasi possibile. Il Mau sentiva vicina l’ora della felicità, ma così non era andata: erano cambiate le retribuzioni, ma non i preconcetti.
Fra una attesa e l’altra, il Mau aveva superato i cinquant’anni, erano comparse le rughe ed i capelli bianchi, era notevolmente ingrassato e, proprio adesso che stava ormai diventando vecchio, ecco che un nuovo stravolgimento si stava avvicinando. L’avrebbero chiamata la rivoluzione sessuale, sarebbe stato per sempre il Sessantotto, ma il Mau, a quell’appuntamento, era arrivato con troppo anticipo, tutta quell’anticamera l’aveva sfiancato ed ora era quasi tentato di lasciar perdere tutto e tornarsene metaforicamente a casa.

Dopo alcune ore di preparativi, alla fine i tecnici avevano piantato a terra dei binari, fin quasi sotto al fuoco, avevano riempito di esplosivo un carrello e, semplicemente, lo avevano fatto scivolare verso la fiamma. L’esplosione avrebbe provocato uno spostamento d’aria sufficiente a tagliare i rifornimenti di ossigeno al fuoco, a tagliargli le gambe.
Così avvenne ed in un secondo il fuoco si spense. Gli americani, tornando ai furgoni, trovarono un corpo gravemente ustionato, probabilmente investito dall’aria calda sprigionata dall’esplosione, agonizzante. Trasportarlo d’urgenza in ospedale fu un doveroso, ma inutile tentativo. Due giorni dopo lo spegnimento della fiamma, i fiori di mandorlo, prematuramente sbocciati, erano già appassiti.
Nessuno riuscì a capire cosa ci facesse il Mau ancora lì, attratto come una falena dal fuoco, né perché non fosse stato fatto evacuare dai carabinieri. Perché si fosse cacciato in quella situazione di estremo pericolo, lui sempre così prudente, rimase una delle tante contraddizioni legate alla sua figura. Il Mau, paladino dell’amore libero, non aveva mai davvero creduto nell’amore. Era sempre stato convinto che, in una coppia, uno solo dei due fosse innamorato, mentre l’altro, o l’altra naturalmente, brillasse per così dire di luce riflessa. Non che per questo il sentimento dovesse per forza essere meno intenso, così come l’immagine nello specchio non è meno a fuoco di quella reale. Solo che uno, la fonte, avrebbe provato quel sentimento anche non ricambiato, mentre l’altro, il bacino, aveva bisogno di sentirsi amato per poter provare a sua volta qualcosa. Così, il Mau nella vita era stato soggetto e specchio, sorgente e vasca, uomo e donna. Un’ambiguità che egli stesso preferiva definire completezza, piuttosto che incertezza.

Quando sentì squillare il campanello e vide la sorella correre verso la porta per aprire, a don Peppino venne in mente da bambino quando veniva a trovarli lo zio Leone. Quanti anni erano passati e quanti anni erano cambiati. Erano rimasti solo lui e sua sorella, e lui solo al cinquanta per cento, dopo l’operazione che gli aveva aperto un varco nella gola per permettergli di respirare, ma gli aveva praticamente impedito di parlare. Quel giorno erano Antonia e Angiolino, parenti generici, gente gentile, che passava ogni tanto a salutare, a sentire come stavano ed a raccontarlo. Lui non poteva far altro che soffiare qualche sillaba fuori dal taglio, che solo sua sorella era in grado di interpretare ed amplificare. Dal giorno dell’operazione si esprimeva più facilmente con le lettere di auguri e con gli acquerelli che allegava alle stesse. Scrivere e dipingere gli dava una gran pace, come non aveva mai provato.
Era la bella Lai l’attrazione del salotto. Portava ancora il soprannome da ragazza nonostante l’età, forse perché era sempre cordiale come da signorina. Per la verità, aveva mantenuto anche la sfrontatezza dei suoi primi anni, ma adesso le veniva perdonata. Toglieva qualsiasi imbarazzo negli ospiti, qualsiasi tentativo di pelosa compassione nei confronti del fratello sopravvissuto alla malattia.
“Quando penso che mi sono sposata a ventun’anni, candida, vergine, illibata. Che oca! Con tutti quelli in paese che mi correvano dietro. E io niente. Parlavo con tutti e non l’ho mai data via e allora tutti mi parlavano alle spalle! Bisogna proprio essere un’oca a farsi considerare da tutti una puttana ed a tenersela stretta! Con tutte quelle che l’hanno data in giro e sembravano santarelline!”
“Dai, dici che a quel tempo c’era chi lo faceva con disinvoltura come si fa adesso?”
Soltanto la Antonia poteva uscirsene con una frase del genere.
“Eccone un’altra come me! Cara, pura, ingenua anche tu! Anche tu ad andare dalle suore e a credere a quello che dicevano! Ma c’erano eccome quelle che si erano infilate in più di un letto prima di scegliere. Solo che lo facevano bene, di nascosto!”
Il sorriso di don Peppino a quei discorsi chiariva che non era la prima volta che li sentiva, che non sarebbe stata l’ultima. Chiariva anche che non gli davano minimamente fastidio.
“Ricordo che ce n’era uno che mi piaceva, il Lucio, te lo ricordi te, Angelino?”
“Altro che, andavamo sempre a fare il bagno nei fossi, d’estate, col Lucio. Adesso è già morto, poverino.”
“Ma cosa poverino, che non sei nemmeno andato al suo funerale…”
“Cosa vuol dire? Tanto nemmeno lui verrà al mio…”
“Questa è saggezza! Il Lucio mi piaceva: era alto, elegante, la domenica ricordo portava sempre una giacca scura e pantaloni con la riga in mezzo. Non c’era vento evidentemente a quel tempo, perché la ricordo sempre dritta, perfetta, questa riga. Beh, una volta mi decido e vado a parlargli, effettivamente ero un po’ sfrontata per i tempi. Aspetto che esca da messa e gli faccio:
-Mi accompagni che devo andare al cimitero a portare i fiori a mio padre?”
E lui mi guarda sorridendo e mi fa:
-Non credo che tuo padre sarebbe contento, se tutte le domeniche gli porti i fiori con uno diverso a farti compagnia…”
“Ma capite che razza di reputazione avevo? Tutto falso, d’altronde. Sapete cos’ho risposto? Che a mio padre certo non dava fastidio, sapeva che mi serviva soltanto qualcuno che portasse il secchio d’acqua dalla fontana al vaso. Beh si è offeso al punto che si è girato e se n’è andato!”
Come facesse a ricordare tutto con tanta precisione era per gli ospiti un mistero. Forse aveva raccontato gli stessi aneddoti milioni di volte imprimendoli nella memoria. Se non li avesse ripetuti così tante volte, però, sarebbero scomparsi.
“Credo di essermi sposata con Piero perché era il primo che riusciva a farmi ridere. Era anche l’unico che capiva le mie battute! Non era proprio un marcantonio, il mio Piero, gli davo almeno un paio di centimetri, ma davvero aveva un senso dell’umorismo micidiale. E poi io ero cresciuta avendo in mente lo zio Leone e la Lina, non potevo certo soffermarmi troppo sulla prestanza fisica, nella scelta. Difatti non mi sono mai annoiata. Peccato che ci abbia lasciato così presto, vero don Peppino?”
Sibilò un sì, sorridendo. Un po’ come se si aspettasse l’attacco di Angelino, inesorabile.
“Ma come, se l’hai fatto morire te, di crepacuore. Tutte le donne fanno morire i loro mariti! Ci state addosso finché non cediamo! Don Peppino, tu sì hai trovato l’America a non sposarti.”
La bella Lai scosse il capo senza convinzione, forse nemmeno in disaccordo con quell’affermazione, poi ricominciò il suo ragionamento.
“Non so cosa stessi cercando a quel tempo, cosa volessi dimostrare. Forse mi stava stretto quel mondo, quello schema così rigido nei rapporti, lui che fa il primo passo, lei che sceglie il migliore dei pretendenti. Volevo avere la possibilità di esprimermi, di dire la mia. Ma Buttano non era ancora pronto per questo genere di cose, sarebbero diventate la norma vent’anni dopo, passata la guerra e passati gli Americani! Che belli che erano, te li ricordi, Antonia? Peccato che da noi non se ne siano quasi visti… più belli dei tedeschi, di sicuro! E ve le ricordate le due sorelle Paloschi?”
Le cateratte dei ricordi si erano definitivamente infrante ed ora i personaggi e le situazioni piovevano disordinati.
“Quelle sì erano due poco di buono, eppure su di loro non si è mai sentita una critica. Prima erano sempre coi fascisti, si facevano portare in giro in macchina, andavano alle feste, poi, da un giorno con l’altro, si sono messe coi partigiani. E quelli le hanno accolte a braccia aperte! Che vergogna. Gli è andata sempre bene perché erano belle, appariscenti e anche ricche, altrimenti volevo vedere io.”
“Che momenti quelli, ve li ricordate? Non si sapeva più da che parte stare, c’era una tal confusione. Oggi lo sappiamo chi aveva ragione e chi torto, ma allora, non era così scontato.” Disse la Antonia, timidamente.
“Io non ci capivo gran che, a dir la verità! Vedevo solo che il Mau e lo zio Leone li odiavano i fascisti e mi tenevo lontana.” Continuò la bella Lai. Angelino non stava più nella pelle a sentire quelle due dire certe cose.
“Beh, ma almeno tu, Don Peppino, avevi le idee ben chiare, vero? Ti sei fatto anche il carcere… Mi ricordo ancora quella volta che in processione hai buttato in terra il cappello al Piero Munari!”
Era uno degli aneddoti preferiti di Angelino, al quale evidentemente il Piero Munari doveva stare particolarmente antipatico, al tempo. Don Peppino sorrise, forse quel gesto gli sembrava eccessivo, adesso. Ma allora aveva significato molto, in paese.
“Cos’era successo?” chiese l’Antonia.
“Perché, non ti ricordi? Impossibile.”
Angelino e Antonia condividevano gli stessi ricordi, le stesse esperienze al punto che, quando uno dei due raccontava un episodio che l’altro non era in grado di confermare, la cosa sembrava persino un tradimento, o un’invenzione, a seconda dei punti di vista.
“Impossibile! Non la so questa storia! Si vede che quella volta non c’ero…” si difese l’Antonia.
“Possibile che tu non l’abbia visto? Dov’eri? Noi eravamo sulla spalletta del naviglio, come al solito.”
“Ecco, io intanto con voi, a quel tempo, non c’ero mai. Quanti anni avevamo?”
“Era appena finita la guerra, sarà stato il ’46. Insomma, ti ricordi il GAG? Il Gruppo Azione Giovani? Erano dei simpatizzanti del fascismo, diciamo. Ti ricordi che i partigiani, dopo il 25 Aprile, li avevano presi e li avevano rasati tutti a zero? Uomini e donne. Fra quelli c’era anche il Piero Munari. Alcuni giorni dopo c’era stata la processione in paese ed il Piero indossava un cappello, per nascondere la rapata. Era lì sulla strada con altri amici che aspettavano il passaggio della processione. Quando è arrivato il corteo, Don Peppino si è staccato, è andato da lui, si è fermato proprio davanti, l’ha guardato in faccia e gli ha buttato in terra il cappello.”
“Io mi ricordo! Com’eravamo giovani! Nessuno ebbe niente da ridire, però. Insomma, quando passa il Signore si porta rispetto e ci si leva il cappello!” disse la bella Lai.
“Sì, ma voleva dire anche: fai vedere che stavi con i fascisti, visto che prima non te ne vergognavi, anzi, andavi in giro tutto spavaldo… vero don Peppino?”
Il vecchio prete sorrise ancora, buttando acqua sul fuoco.
“Io per me non mi fidavo nemmeno troppo dei partigiani, però, e mi tenevo lontana anche da quelli. Forse è per questo che parlavano tutti male di me, perché non si capiva da che parte stavo. Tutti pensavano che stessi con gli altri e mi davano della puttana per invidia. Io non stavo con nessuno e parlavo con tutti! Non è peccato parlare… infatti fino adesso ho parlato praticamente solo io! Raccontatemi qualcosa voi! I vostri figli, come stanno?”
“In viaggio da qualche parte, come sempre… combattono le loro battaglie. Tocca a loro, adesso. Come hai detto tu, prima? Noi siamo l’antefatto, ormai.”
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