Noi siamo un antefatto – parte seconda

La Lina lavorava da Favalli, una delle osterie sul piacentino dove era capitato allo zio Leone di entrare, suonare, ubriacarsi. Lui non l’aveva notata subito, ma solo in tarda serata, finito il suo lavoro, quando lei stava togliendo i bicchieri sporchi dal tavolo e rimettendo a posto le sedie. Subito gli era sembrata meravigliosamente bella. Erano stati soprattutto lo sguardo ed i suoi capelli arruffati ad attrarlo. Soltanto osservandola meglio, si era accorto della sua magrezza. Dalla sua pelle nuda, sporgevano il bacino e le spalle, le clavicole subito sotto il collo, le scapole in mezzo alla schiena. Anche dai polsi e dalle caviglie spuntavano dei globi simili ai bulbi dei fiori, come se la crescita delle ossa si fosse arrestata qualche minuto dopo lo sviluppo della carne e la struttura portante fosse rimasta in qualche modo imprigionata all’interno del corpo. Messa a nudo, l’impalcatura si ergeva con una certa volontà, ma questo lo zio Leone l’avrebbe scoperto solo in un secondo momento. Al primo sguardo e vestita, la Lina sembrava un po’ rachitica e soprattutto molto pallida. Evidenziato dal pallore della carnagione, l’azzurro delle vene spiccava come lo snodarsi di un fiume con i suoi affluenti, osservato dall’alto di una collina. Dove portavano quelle vene? Dritto al cuore, le aveva detto lo zio Leone, anni dopo. “
Mi farò iniettare nelle tue vene, per arrivare dritto al cuore.” aveva detto per l’esattezza, perché a quel tempo lui era dedito alla morfina per placare il dolore. La Lina si era messa a piangere, in quell’occasione.
Dal canto suo, lo zio Leone non poteva essere bello: le gambe morte, il resto del corpo sformato dalla posizione e dal grasso, il collo e le spalle gonfi dallo sforzo per la deambulazione. Il volto era espressivo, con un naso piccolo proprio al centro e le due labbra larghe e carnose. Aveva tanti capelli in testa, sempre arruffati, che cercava di sistemare con dei fulminei passaggi delle dita. Ma lo zio Leone non era soltanto un corpo con due arti atrofizzati, due braccia grosse ed una testa calda, egli era anche la sua fisarmonica, i cani, la carrozzella, la bottiglia. Lo zio Leone era anche la sua voce e quello che alle volte aveva voglia di dire, una voce calda e morbida, persino nei momenti di rabbia, di fame, di frustrazione, una voce che si era salvata dalla sorte riservata al resto del corpo e che sembrava essere l’espressione del fuoco che lo teneva vivo.
Per la Lina, il fascino dello zio Leone stava nel suo essere arrivato da chissà dove e nell’aver chiesto ospitalità solo per un paio di notti. Così le aveva detto dopo che lei aveva finito di mettere in ordine la sala, che sarebbe rimasto una, due notti al massimo. Per andare dove, poi? Per incontrare chi? Lui che non poteva muoversi aveva visto di sicuro più posti di lei con le sue gambe sane.
“Mi avete dato una camera al secondo piano… Ho bisogno di due persone che mi aiutino a far le scale. Anche domani mattina, se volete che vi liberi la stanza…”
“E dopo dove andrà?” aveva chiesto la Lina, mordendosi la lingua per quella spontanea mancanza di discrezione.
“Non lo so. Vedrò.” aveva risposto col suo solito fare brusco, ma non scortese, lo zio Leone.
“In base al tempo, alla voglia, alle mance che riesco a raccogliere. Mi suggerisca qualche posto.”
Essendo sempre costretto a chiedere, lo zio Leone aveva tolto i punti di domanda dalla sua inflessione e sembrava sempre dare ordini.
“Temo di essere uscita da questo maledetto paese molte meno volte di lei…”
“Lei vorrebbe venire con me. Le dico subito che non c’è niente di bello nella vita che faccio. E neanche di comodo.”
“Però sembra molto avventurosa, la sua vita…”
In quelle condizioni di cattività, nessuno dei due aveva tempo da perdere. La Lina aveva aiutato Favalli, il padrone della locanda, a portare lo zio Leone su per le scale poi, con una scusa qualsiasi, era rimasta nel corridoio finché i passi di Favalli sulle scale non si erano allontanati abbastanza. Allora aveva bussato alla porta del nuovo ospite e, senza attendere una risposta, era entrata. Lo zio Leone era già a letto; lei, in silenzio, si era spogliata e si era infilata sotto le coperte. Restarono vicini tutta la notte, sfiorandosi appena senza toccarsi. Ci voleva del coraggio per toccare un corpo tanto diverso dalla normalità e la Lina non sapeva se ne avrebbe avuto a sufficienza. Lo stesso fegato era necessario per abbandonare quel paese e quella stupida osteria. Anche di questa ulteriore dose di coraggio non poteva avere garanzia, quella notte.
In effetti, la mattina dopo, lui era ripartito e lei l’aveva seguito, quasi senza dare spiegazioni. La faccia dell’oste quando lei gli aveva detto che avrebbe dovuto trovarsi un’altra cameriera era stata sufficiente a dissipare ogni dubbio. Era la faccia di un padrone abbandonato dal cane che aveva maltrattato fino al minuto prima.
L’uomo col quale stava scappando aveva reagito a colpi ben più duri con maggiore dignità, ne era sicura, l’aveva capito al primo sguardo: quando lo zio Leone era entrato nel locale, lei aveva visto nel nuovo venuto un rivoluzionario, un condottiero, un re.
“Che progetti hai per il futuro?” aveva chiesto ad un certo punto della notte la Lina. Non si era ancora addormentata e probabilmente stava pensando a questa cosa da un po’.
Lo zio Leone si era svegliato di soprassalto, come da un incubo e se n’era uscito con questa risposa:
“Io sono come gli zingari, vivo e basta, non costruisco, non faccio progetti. Non mi interessa che la gente mi capisca, non mi interessa che approvi quello che faccio.”
Lo zio Leone, in uno stato di dormiveglia, aveva poi continuato a rimuginare intorno all’argomento, allontanandosi dal punto di partenza, imbastendo un discorso tutto suo.
“Non mi interessa quello che pensano di me: vogliono che sia rosso, sarò rosso, vogliono che sia nero, ebbene sì, sono nero. Se a loro fa comodo, per me è del tutto indifferente, quindi perché non farli felici, per così poco? Dov’è il problema? Tanto non appartengo a loro, né loro appartengono a me…”
La Lina, tranquillizzata dal suono delle parole più che dal loro contenuto, finalmente era riuscita ad addormentarsi. Lo zio Leone probabilmente non se n’era accorto ed aveva continuato il suo ragionamento.
“Sono padrone di me stesso. Di più: del mio regno, io sono il re. Un re perdente ed emarginato, ma pur sempre un re. Con un trono e con una corte al seguito, con un esercito di fiere come quello del cartaginese che attraversò le Alpi. Ci fu un tempo Riccardo Cuor di Leone e Giovanni Senza Terra, io posso essere Leone Senza Terra. Tutto qui.”
Stavolta fu lui a svegliarla. Così, di punto in bianco. La Lina lo guardò con un occhio solo, disse sì sì due volte, poi si girò dall’altra parte, addormentata.

“Certo che doveva essere una mezza matta anche la Lina, no? Lo zio Leone non aveva davvero niente da offrire!”
Antonia interruppe il racconto per alzarsi a prendere un biscotto sul tavolo e per esprimere i suoi dubbi.
“Si sono trovati in due, bisogna proprio dirlo… il simile cerca il proprio simile,”
Angiolino interruppe Antonia, come accadeva spesso, onde evitare che partisse con una delle sue tirate sul buon senso. Tanto non c’erano figli da educare, nei dintorni, quindi perché sprecare fiato?
“Però guardate che si sono voluti bene tutta la vita… la parte che hanno passato insieme, almeno.” disse la bella Lai. Stava ancora difendendo lo zio, come aveva fatto tante volte in passato.
“Non lo metto in dubbio. Dico solo che è stata un’unione fondata sull’incertezza.” Antonia ci teneva a spiegare bene il suo punto di vista.
“Che alternative avevano?”
Fu il primo intervento diretto di don Peppino, soffiato attraverso la tracheotomia che l’aveva reso afono cinque anni prima. Non partecipava molto alle conversazioni, perciò, ma gli piaceva stare in compagnia ed ascoltare le vecchie storie di famiglia.

Da quando avevano trovato una bicicletta per la Lina, i due viaggiavano più spediti, ma la strada verso Buttano, la strada per tornare a casa, era sempre lunga e faticosa, piena di caldo e di freddo a seconda della stagione. Trovata, per la storia della bicicletta, non era di certo il termine più adatto, ma lo zio Leone si vergognava a raccontare come era andata in realtà e, onde evitare malintesi, aveva fatto cambiare la sella e riverniciare le parti arrugginite. Lo zio Leone coi cani e la Lina in bicicletta adesso percorrevano le distanze in metà tempo così, arrivati a destinazione, avevano tutti un po’ di agio per riposare, prima della serata. Lo zio Leone passava quelle poche ore facendosi la barba e cercando di pettinarsi. Ribadiva sempre quanto fosse importante, nonostante l’esigua materia prima, cercare di tirarne fuori il meglio. L’Italia avrebbe dovuto fare lo stesso, era l’immancabile commento finale. La Lina lavava e stendeva la biancheria, poi si appisolava su una poltrona, se a disposizione, o su una sedia, faceva lo stesso, però, vista la stanchezza. Per quasi un’ora sembrava una famiglia normale, intenta in normali occupazioni.
“Leone, attacca una polka che qui c’è voglio di ballare stasera!”
Lucio aveva ricominciato a battere il tasto della baldoria, appena rientrato alla Marzocca, dopo essere passato da casa per la cena.
“Certo, ma va’ a ballare con le mani lontane dalla Lina, capito?”
“Dai, Leone, non prendertela, dovrà divertirsi anche lei, qualche volta, no? Tu pensi sempre al lavoro…”
Era un altro dei compagni del Lucio a dargli man forte. Lo zio Leone non ricordava neppure il nome di quel fesso.
“Va bene, va bene… signori, a grande richiesta, uno dei miei pezzi preferiti, la polka del condannato…”
“Leone, bada che sia qualcosa di allegro, sennò metto il peperoncino nella pappa dei tuoi cani! Col fuoco al culo, vedrai come ti fanno viaggiare veloce! Meglio dei cavalli dei padroni… e appena sei un po’ lontano, lo sai cosa succede?”
Lo zio Leone prese la Lina per un braccio e la tirò verso di sé, dietro il suo carretto, all’interno di quel cerchio magico che lo divideva dal resto del locale. Lei si lasciò guidare, cercando in tal modo di consolarlo un po’. Nel momento stesso in cui attaccò il primo accordo, lei gli sussurrò una frase nell’orecchio.
“Dai Leone, non farci caso, lo sai che scherzano…”
Lui si girò, non aveva certo bisogno di guardare i tasti per improvvisare sulla solita scala maggiore, ed attaccò una vera discussione con la Lina, per marcare le distanze rispetto al resto dei presenti.
“L’ho sempre odiato, Lina, questo paese. Se non fosse che ci vive mia sorella…”
“È che ci sei nato, Leone. Non sarà per quello, piuttosto? Bevi qualcosa, dai, e suona il pezzo più allegro che conosci!”
“È domani sera che siamo invitati da mia sorella, vero?”
“Sì…”
“Finita la cena si riparte. Qui non resto un minuto di più, in questo paese di merda…”
Con una pausa ad effetto si prese il tempo di tracannare d’un fiato il bicchiere di rosso che teneva da un lato, poi ricominciò a suonare ed il pezzo era effettivamente allegro, ma non l’espressione del suo volto. Era come se due anime fossero coinquiline, quella del viso e quella delle mani, una infuriata e l’altra felice e dovessero condividere l’appartamento, ma non la stessa stanza. Erano due fantasmi in un edificio in rovina, che nessuno avrebbe potuto restaurare perché nessuno era in grado di disinfestare.
Il resto dei clienti era indifferente: l’importante era che qualcuno suonasse qualcosa e che ci fosse sufficiente spazio per muoversi. L’osteria era abbastanza grande e per questo faceva anche da balera, quando il resto del paese non aveva niente da offrire. Anna la barista era sufficientemente grassa ed anche lei avrebbe compensato la scarsa disponibilità femminile, se non ci fosse stato suo marito a tenerla d’occhio. Comunque la padrona del posto era lei e se le passava per la testa di accompagnare qualcuno in un valzer, lui non doveva permettersi di aprire bocca. A meno di non voler trovare un’altra con cui aprire un bar tutto suo, subito dopo.
Anche la Lina sarebbe scesa volentieri in pista, e lo faceva spesso, soprattutto nei posti dove non conosceva nessuno. Quella sera, invece, era rimasta sempre a fianco del suo uomo perché era consapevole di quanto l’avrebbe infastidito vederla ballare con qualcuno dei suoi compaesani. E lo zio Leone sapeva essere convincente, a modo suo. Gli bastava un’occhiata, uno sguardo.
Toccò ad Anna animare la serata alla Marzocca, con i suoi bicchieri di vino, il suo corpo trasbordante da tutte le parti ed i suoi modi schietti da ragazza di campagna. Lì infatti, nel bel mezzo della Val Padana, era precipitato Buttano nella notte dei tempi e da lì nessuno era più riuscito a muoverlo. Ogni volta che ripassava dal suo paese natale, lo zio Leone lo trovava sempre uguale: mai una bottega nuova, mai una faccia nuova. Il tempo scorreva più lento che in qualsiasi altro posto lui avesse mai visitato, perciò difficilmente sentiva la nostalgia di quel posto e la curiosità necessaria per tornarci. Ma questa volta era diverso.
Era passato quasi un anno dal funerale del cognato ed aveva voglia di rivedere sua sorella, sentire come se la stava cavando, da sola e con tre figli. In occasione dell’ultima visita aveva provato a fermarsi un po’, ma non era stato minimamente di aiuto. Maria, già presa fra il funerale, le normali faccende ed i bambini, doveva inevitabilmente badare anche a lui ed ogni volta che passava da casa il fratello Enrico, a salutare, a chiedere se poteva fare qualcosa, c’era sempre il rischio che i due cominciassero a litigare. Alla fine, d’accordo con Maria, lo zio Leone era ripartito e da allora non aveva avuto più sue notizie.
Nel frattempo aveva conosciuto la Lina e questa era anche l’occasione per presentarla alla sorella. Sapeva che tutti già ne parlavano in paese. Ultimamente, la sua condotta era considerata persino più scandalosa che in passato: non più soltanto la vita raminga, l’abitudine al bere, le elemosina e le notti di baldoria, quello che più suscitava la disapprovazione generale era che avesse un’amante, una donna che stava sempre con lui, che l’aveva accettato, ma non l’aveva sposato. Oltretutto se l’era scelta forestiera quindi nessuno la conosceva e questo era naturalmente un’ulteriore fonte di sospetto. C’era persino dell’invidia in qualcuno ed una sorta di curiosità morbosa circa le loro abitudini, in altri.
Il risultato era che nell’Ostaria Giardini ed al Bar della Stazione non avevano più voluto dare loro un posto per la notte e lui perciò aveva smesso di suonarci e quelli avevano messo in giro voci da far vergognare uno scaricatore di porto, alla faccia della pietà cristiana.
Lo zio Leone non ci avrebbe fatto alcun caso, fosse stato solo per lui, ma sapeva che tali voci avrebbero fatto soffrire sua sorella e sperava che non fossero ancora giunte alle sue orecchie, o che lei avesse avuto la saggezza di dargli il giusto peso. Non ne era sicuro, però, e voleva comunque avere l’occasione di spiegarsi o almeno di parlarne.

“Lei, in casa mia, non ce la voglio!”
Negli anni, Maria era arrivata ad assomigliare molto alla madre, nella fisionomia come nel carattere, tanto da mettere lo zio Leone a disagio, da farlo sentire ancora un bambino. Ma restava l’unico familiare con il quale lui aveva mantenuto i rapporti e non intendeva tagliarli, nonostante la distanza delle loro vite fosse aumentata.
“Ma cosa dici, Maria?”
“No, lei non entra…”
“Maria, stammi a sentire. La Lina è sempre con me, nelle osterie, a letto, sotto la pioggia, in viaggio, in casa o sotto un ponte. Io te ti vedo una volta all’anno, ma con lei ci sto tutti i giorni…”
“E allora perché non te la sposi?”
“Perché con i preti non vado d’accordo. E poi che c’entra con la tua ospitalità? Dacci almeno il tempo di conoscerci, maledizione!”
Lo zio Leone aveva avuto la pazienza di aspettare un altro secondo, prima di insistere.
“Allora cosa dici? Possiamo anche andarcene se non ci vuoi far entrare…”
“Va bene, dai, accomodatevi… Ah no, eh! I cani, quelli restano fuori, non si discute! Non li voglio animali in giro per casa!”
Non che la casa di Maria fosse così lussuosa da non ammettere l’accesso dei cani, era piuttosto una forma di insofferenza agli animali, tipica di chi, cresciuto in cascina, si era trovato spesso a dormire nella stessa stanza col maiale o con l’asino, sviluppando una sorta di ribrezzo per le bestie in generale.
“Quelli entrano anche quelli, invece! Stessa storia! Questa è la mia famiglia! Tu andresti a cena da uno che ti dice: però i tuoi figli non ce li voglio in casa? Andiamo Maria, che discorsi. Vedrai che sono meglio educati dei tuoi marmocchi!”
“Ciao Zio!”
“Lai, amoremio! Come sei cresciuta! E tu, Peppino? Come stai? Mauro, cosa aspetti? Vieni a scuotermi un po’, dai, fammi cadere da questo maledetto trabiccolo. Che grandi che siete diventati. Salutate la Lina, da bravi!”
“Ciao Lina,” dissero poco convinti, praticamente in coro.
“…e questi sono i miei cani!”
“Uah!”
L’accoglienza ai cani fu decisamente più calorosa. Nonostante questo, le bestie dovettero fermarsi in corridoio. Lo zio Leone non voleva tirare troppo la corda portandoseli fino in cucina. Avrebbero conquistato il loro spazio a poco a poco, unitamente con la confidenza da parte di Maria. In cucina, la Lina si prese da parte i bambini, per lasciare ai due fratelli un minuto di tranquillità. Avevano sicuramente molte cose da dirsi e lei avrebbe poi avuto tutta la serata per fare la conoscenza di Maria.
“Allora come va?” chiese lo zio Leone.
“È dura… e per fortuna che loro sono degli angeli…” e benché fossero angeli, non li aveva persi di vista un secondo, fino a quel momento.
“Lo sai che vorrei poterti dare una mano, vero?”
“Lo so. Ma già non riesci a badare a te stesso… figuriamoci a noi. Girano brutte voci sul tuo conto, sai?”
“Ne parliamo dopo, va bene? Raccontami un po’ di te, prima.
Maria fece un confuso resoconto sulla sua vita, infarcendo di particolari insignificanti l’ammissione che la situazione economica era a dir poco drammatica. Nonostante questo, aveva preparato la tavola come nelle grandi occasioni ed avrebbe servito a minuti qualcuna delle sue specialità. Il fratello amava mangiare e lei aveva sempre avuto il sospetto che lui tornasse attirato più dalla sua cucina che dalla sua compagnia.
“Leone, perché non ti fermi da qualche parte? Non ti dico di prendere casa qui a Buttano, se questo posto non ti piace, anche se ci sarei io e potrei darti una mano, ma lasciamo stare. Scegli un altro paese, ma fermati da qualche parte. Non puoi continuare così per sempre, non sei più un ragazzino, hai venticinque anni… e poi adesso c’è la Lina, pensa anche a lei…”
“Ma io non voglio che lui si fermi. Non voglio dover tornare a servire in un bar, con gli ubriachi che cercano di toccarmi il sedere tutte le volte che mi giro. E poi io sono ancora giovane… non ho nemmeno vent’anni!”
“Volete andare avanti a vivere come vagabondi per tutta la vita?”
“Perché no?!” disse la Lina, ridendo.
“Siete proprio dei senza Dio, tutti e due!”
“E non ne sentiamo la mancanza!”
“Contenti voi.”
Maria aveva chiuso la discussione e si era alzata per andare a prendere il secondo, pensando che fosse troppo comodo da parte della Lina adattarsi ad una vita così scomoda. Poteva sembrare una contraddizione, ma intanto lei aveva dovuto cucinare tutto il giorno e l’indomani avrebbe lavato piatti e stoviglie tutta la mattina. Loro avrebbero dormito fino a tardi, con la scusa di avere finalmente un buon letto su cui riposare e poi sarebbero ripartiti, per arrivare in serata chissà dove, a scroccare un’altra cena e suonare tutta sera.
Anche il fatto che dormissero insieme proprio non le andava giù. Era peccato e faceva parlare la gente. Alle volte sentiva i commenti, al bar o al mercato e le battute oscene. La curiosità della gente sembrava non avere limiti così come la sfrontatezza: qualcuno le aveva persino fatto delle domande in merito. Si era vergognata tantissimo. Intanto, il pensiero della loro prima volta si era intrufolato tra le pietanze e, per un secondo, Maria non riuscì a scacciarlo. Si fece rossa in volto, poi stabilì che suo fratello meritava un po’ di rispetto e tastò la cottura dell’arrosto per accertarsi che fosse pronto.
Il rapporto della Lina con la deformità, all’inizio, fu difficile, un po’ come un cibo nauseabondo all’occhio che va mangiato per non offendere l’ospite. L’incrocio del busto con le gambe, nello zio Leone, non rappresentavano un bello spettacolo, niente a che vedere con l’arte greca: era come se le ossa da sopra e quelle da sotto si contendessero il poco spazio a disposizione torcendosi, ed il grasso dovesse fare da mediatore, da cuscinetto, appunto, per evitare lo scontro. La prima volta che fecero l’amore, la Lina non sapeva nemmeno se lo zio Leone potesse avere un’erezione. Quello che ottennero fu un ibrido scomodo, a tratti persino imbarazzante, un primo tentativo che vollero a tutti i costi definire un successo. Migliorare, dopo, fu facile. Da quelle unioni non nacquero figli, ma ravvivarono la speranza dando la forza ad entrambi di continuare. Col tempo, la deformità divenne solo difformità, senza nessuna valutazione di merito.
“Dai, zio, raccontaci qualcosa. Dove sei stato ultimamente? Cos’hai visto?”
Peppino, con i suoi sette anni, dimostrava una stupefacente curiosità e lo zio Leone era una fonte di fantastici racconti. Gli altri due fratelli erano ancora troppo piccoli per fare domande e trovavano nello zio solo un compagno di giochi. Li incuriosiva, li metteva a loro agio che fosse un adulto, un grande, come avrebbero detto loro, ma rimasto dell’altezza di un bambino. Sentivano che lo zio Leone guardava il mondo dal loro punto di vista.
“Sono stato molto lontano! Siamo arrivati fino a Crema, vicina a Milano e lì siamo rimasti quasi due settimane. È una grande città, sapete, ci sono un sacco di bar e posti in cui suonare, siamo stati bene. Poi una sera abbiamo conosciuto un commerciante che è stato ancora più lontano, è andato persino in Russia.”
“Dov’è la Russia, zio?”
“Lontano, ad est… non credo di poterci arrivare in carrozzella… ma non si sa mai… Beh, lì, mi diceva, ha incontrato gente che sta organizzando persino una rivoluzione. Pensate che vogliono distribuire la terra ai contadini.”
“Leone, perché ti occupi di queste cose? Cosa ne capisci tu di politica?”
“Me ne occupo perché ho del tempo per informarmi. E per questo ne capisco, sorellina! Non sto sempre con la schiena piegata come te! Se anche tu ti fermassi a pensare, capiresti che non è giusto che qualcuno si arricchisce alle spalle di chi sgobba tutto il giorno…”
“Io devo tirare su tre figli e sono sola. Non mi posso permettere questi lussi!”
“Quando daranno anche a te un fazzoletto di terra, allora li ringrazierai. O forse ci ringrazierai, chissà…”
“E poi il prete ha detto che questa gente non crede in Dio…”
“Allora vedi che ne hai sentito parlare?! A loro quello che interessa è la terra. Il resto sono chiacchiere messe in giro dai padroni e dai preti per spaventare la gente… e comunque, cosa ne sai tu? Può darsi che abbiano ragione, anche secondo me dio non esiste…”
“Dai, Leone, di fronte ai bambini!”
Seguì una pausa di silenzio teso, rotta timidamente dal primo figlio di Maria.
“Zio Leone, ma io credo in Dio…”
“Fai bene, Peppino, io ho solo detto che per me non esiste, non che non esiste per te! Non ascoltarli, gli altri, non parlano per te, ma per sé. Pensa con la tua testa e se sbagli non lamentarti, sarebbe successo lo stesso, succede a tutti, succede sempre…”
“Hai ragione, zio, se sbaglio, voglio sbadigliare con la mia testa…”
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