“Preferirei rimanere anonimo…”

“Preferirei rimanere anonimo…”
“Va bene. Come vuole che la chiami, nell’articolo?”, dice la giornalista sollevando appena la penna dal blocchetto di appunti e ruotando gli occhi verso l’anonimo interlocutore.
“La talpa? No, sembra un libro di Grisham. Meglio la civetta. Lo preferisco, come animale totemico: lo usano anche gli attivisti di Greenpeace per salvare l’Artico…”
“Vada per la civetta. Che cosa l’ha spinta qui?” L’ufficio della giornalista non è nella sede del giornale e neppure in uno dei tanti bar della città, come per qualcun altro della redazione. L’ufficio della giornalista è semplicemente il suo salotto. Elegante, disordinato, foderato di libri.
“La rabbia… e la paura. Perché la gente muore per cose di questo genere…”
“Quali cose?” Loredana Lollo non ama questo approccio. Non è la suspance la base del giornalismo d’inchiesta. La base del giornalismo sono i fatti, specie se coincidono con le sue opinioni.
“Ho fatto qualche ricerca: i primissimi operai della Forex, parliamo di gente che ha lavorato qui negli anni ottanta, andata in pensione più di dieci anni fa, sono morti quasi tutti. Cancro ai polmoni, malattie alle vie respiratori in genere…”
“Non potrebbe essere un caso, una coincidenza?”
“Potrebbe. Molto sfortunata, però. Era gente relativamente giovane, sessantenni. Io ho un amico che lavora all’ARPA. Stiamo raccogliendo dati. Questa zona non è residenziale, ma il vento tira sempre in direzione del quartiere Sant’Eufemia… stiamo valutando anche i casi accertati in quel quartiere…”
“Risultati ce ne sono già?” La giornalista si guarda attorno, di tanto in tanto. E l’arredamento non la convince più come un tempo, i mobili sono tutti da cambiare. Le pareti poi andrebbero ridipinte.
“No, non ancora. È un lavoro molto lungo, molto delicato. Contemporaneamente vorremmo anche vedere l’incidenza nei bambini di malattie a livello respiratorio… ma questo è persino più difficile…”
La giornalista solleva di nuovo lo sguardo dal block notes, ma questa volta guarda in faccia il ragazzo che le sta di fronte. Venticinque anni al massimo, molto alto, molto magro, un volto interessante, che promette bene. [Sarà un bellissimo esemplare di maschio adulto, tra qualche anno] pensa la giornalista, poi si pente: potrebbe essere suo figlio, quel ragazzo.
“Quindi lei ha paura…” La Lollo si sta annoiando. Nei suoi cinquant’anni ha già fatto migliaia di interviste simili. Pone domande meccaniche, registra le risposte, imposta nuove domande. Non gliene importa nulla.
“Sì, ma se fosse solo questo potrei dimettermi e cercarmi un altro lavoro. Sarà anche periodo di crisi, ma qualcuno che assume, a Brescia, c’è ancora. Qualcos’altro da fare posso sempre trovarlo…”
“Cos’è che la trattiene, allora?” Loredana spesso vorrebbe essere altrove ed oggi soprattutto.
“È la rabbia. Lo dicevo anche prima: la paura e la rabbia. La paura mi allontana, la rabbia mi trattiene…”
“In che senso?” Anche Loredana lo dice spesso che vorrebbe andarsene, ma che qualcosa la trattiene.
“Nel senso che non è giusto. Andarsene significa voltare le spalle, significa lasciare che le cose vadano avanti come sono sempre andate: la contrapposizione sarà tra chiudere o tenere aperto. L’aspetto della salute, la tutela dell’ambiente passerà in secondo piano, rispetto alle logiche del profitto e della salvaguardia dei posti di lavoro… l’ipotesi della bonifica non verrà presa in considerazione: tenere aperto a queste condizioni o chiudere…”
“Quindi lei non partecipa al picchetto di protesta? Non condivide le posizioni dei suoi colleghi?”
“Non so, non riesco a stare né di qua né di là…”
“E quindi che fa, al mattino? Entra, resta fuori, resta a casa?”
“Per adesso entro, anche se preferirei stare a casa. Ma mi serve per le mie ricerche.”
“Per questo l’anonimato… Non riuscivo a capire, prima…”
“Sto cercando di recuperare più informazioni possibili: i nomi dei primi dipendenti, chi lavorava in produzione e chi negli uffici, per quanti anni sono rimasti qui…”
“A proposito, lei non me l’ha detto in che reparto lavora…”
“Beh se le dicessi dove lavoro sarebbe come dirle chi sono. L’azienda non è così grande, un ruolo è ricoperto da una sola persona, non da uno staff!”
La giornalista dà un’ultima occhiata al ragazzo, per tenere bene a mente le caratteristiche, l’impressione generale. A parte il bell’aspetto, le è sembrato un po’ vacuo, un po’ superficiale nelle sue affermazioni, nella sua richiesta di anonimato, nelle sue reticenze. [Condotta così, la battaglia non porterà a niente] pensa Loredana Lollo. Congeda la civetta con una stretta di mano, ma già sta archiviando i fogli degli appunti in un cassetto: impossibile tradurre quell’intervista in un articolo di giornale credibile. Se dovessero esserci sviluppi, magari. Oppure all’interno di un servizio più ampio, come una citazione, come se fosse la trascrizione delle voci che girano nello stabilimento, ma niente di più. Non può certo rimetterci la faccia per questo spilungone che non vuole dire il suo nome.
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