Alcide si fuma una sigaretta

Alcide si fuma una sigaretta al freddo, tenendo le braccia, grandi come condotti dell’acqua, incrociate sul petto, le mani sotto le ascelle. Se è arrivato alle sei del mattino per aprire i cancelli un motivo ci sarà. Adesso sono quasi le otto, ma del camion nemmeno l’ombra. Così nel frattempo gli operai sono già tutti arrivati. Telefonare è inutile: i rumeni sembrano non avere nessuna cognizione della loro posizione.
“Cinque minuti arrivo!”, dicono soltanto, poi passa mezzora oppure sono già al cancello che strombazzano.
[Bisognerebbe ammazzarli tutti, prima che siano loro ad aprirci uno squarcio nel collo per rubarci quei mille euro che teniamo sotto il mattone…]
Tooo! Tooo!
“Amico?! Hey capo?!”
Una faccia rotonda e abbronzata spunta da un finestrino a due metri di altezza. Non dovrebbe fumare visto il materiale che trasporta, ma lui fa lo stesso. [Si vive una volta sola, pensa Rudian, no?]
Alcide si sveglia finalmente dalle sue riflessioni. Il camion con i pannelli isolanti è finalmente arrivato. È termaflon cinese, gli costa la metà del normale poliuretano espanso, spedizione inclusa. Dopo un anno è già tutto in briciole, adagiato sul fondo delle pareti del furgone, ma chi se ne accorge? Solo chi fa un incidente, ma in quel caso il malcapitato ha ben altri pensieri che l’isolante.
Alcide fa cenno al camion di andare da quella parte, di allargarsi a sinistra e tornare in retromarcia raddrizzandosi fino a centrare il gate di scarico. Tutto questo a gesti e bestemmie che il rumeno sembra non capire.
[Se fosse arrivato quando ancora non c’era nessuno, quel canchero, tutte queste manovre non sarebbero state necessarie…]
Dicono che sia nocivo, il termaflon. Non come l’eternit, ma quasi. Proprio per via del suo ostinato ridursi in una polvere che prima o poi ti entra nei polmoni e te lo mette in culo.
“Alcide?! Ti cercano al telefono!”
È Mantovani, il suo socio di minoranza nella Forex, a richiamarlo in ufficio.
[Mai una volta che prenda una telefonata, quel pirla. Avrà ben visto che sono impegnato…]
Alcide si decide a spostare i suoi centodieci chili in direzione dell’ufficio, maledicendo un mondo così ostinatamente deciso a non farsi sottomettere. Tutto intorno, il cortile è pieno di detriti metallici, rottami, scarti, lavori abbandonati a metà dei quali Alcide non si accorge nemmeno più e che spesso scavalca pur di non toglierli di torno.
È in quel momento che sente il botto. Nemmeno si volta, se lo sentiva, lo sapeva sin dall’inizio che sarebbe successo. Chissà perché lo percepisce sin dal mattino, quando qualcosa andrà storto. Sente un prurito nella pancia, dentro, dove non si può grattare. Sa già tutto al punto che tira dritto e va a rispondere al telefono.
Poi però neanche ascolta quello che gli stanno dicendo all’altro capo e se ne sta lì, affacciato alla finestra con la cornetta in mano, a guardare le operazioni di soccorso.
Il camion, in retromarcia, ha centrato un muletto, ma soprattutto il suo guidatore e adesso stanno cercando di disincastrarlo dalla cabina, privo di sensi. Doveva andare ben forte, visto che il camion era quasi fermo, per ridurre in quello stato la macchina operatrice.
“Chi è il coglione che guidava il muletto in quel modo, dio porco?!”, urla Alcide dalla finestra spalancata, una volta che è riuscito a chiudere la telefonata.
Era il suo pupillo, Maicol Pedrabissi, perito industriale, a guidare il muletto.
L’unico che ci capisce qualcosa lì dentro, a parte Alcide, naturalmente…
scarica il pdf

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...