Alcide ha appena dichiarato fallimento

Alcide ha appena dichiarato fallimento, depositando i libri contabili in tribunale. L’esperienza della Forex può dirsi conclusa e lui può finalmente dedicarsi ad altro: farsi un viaggio, aprire una nuova azienda, dedicarsi alla cartomanzia. Sono tutte cose che ha visto fare da alcuni suoi colleghi imprenditori in questi ultimi anni di crisi e adesso non ci trova più niente di strano. Anche lui, ora che è tutto finito, non sente nulla ed il fallimento gli è del tutto indifferente. Cosa penserà la gente, cosa ne sarà del suo nome, della sua famiglia, tutte preoccupazioni che ancora fino ad una settimana fa lo attanagliavano come le ganasce di una morsa, adesso sono solo futili pensieri che gli scivolano addosso. Come appena uscito dal carcere, tutto quello che desidera ora Alcide è scappare da qualche parte e ricominciare daccapo.
Dopo la visita del politico Cartelli, Alcide non ha più incontrato nessuno dell’azienda, non ha più parlato con nessuno ad eccezione di Mantovani, presente anche lui questa mattina in tribunale, per firmare le carte. Alcide gli ha comunicato la sua decisione la sera prima, con un SMS e quell’altro non ha nemmeno avuto il coraggio di chiamarlo. Quando si sono visti in tribunale, Alcide gli ha fatto un cenno con il capo, dal basso in alto, come a dire “e allora?” e Mantovani ha detto solo “quanti soldi…” intendendo persi o forse buttati.
Al momento delle firme, controllando per non sbagliare riga, Alcide ha notato per la prima volta il nome di battesimo del suo socio. Forse anni fa lo sapeva, ma non avendolo mai usato, l’ha dimenticato o forse non l’ha proprio mai saputo. Mantovani era solo un assegno circolare mandato alla Forex da qualche politico socialista per toglierselo di torno in giunta e per tappare i buchi di bilancio dell’azienda. Uscendo dal tribunale, Alcide a malapena l’ha salutato, convinto e contento di non ritrovarselo mai più fra i piedi.
Poi Alcide se n’è andato al bar a farsi un aperitivo. “Un campari col bianco”, ha ordinato ed è rimasto al bancone a ingozzarsi di patatine e olive e trancetti di pizza appena sbrinati.
“Saranno necessarie altre udienze con i vostri fornitori e, nel caso ci siano, con i clienti insolventi…”, diceva il giudice di pace, cercando di tenere un tono consolatorio. “Ci saranno di sicuro delle responsabilità anche esterne da accertare…”, insisteva nel giustificarsi, ma in pratica parlava da solo.
Alcide ha conti in sospeso soltanto con la ‘ndrangheta e quelli di sicuro non si presentano in tribunale per riscuotere, gliel’hanno già dimostrato una volta.
Dopo un bicchiere, il barista è diventato il suo più grande amico, il suo psicologo ed il suo padre confessore.
“Mi sono anche portato dietro l’avvocato…”, si lamenta Alcide, senza però alcuna veemenza. “Pota non è servito a niente… ha dato sempre ragione al giudice di pace… Allora, dico io, cosa lo pago a fare?”
“Madon’ parlem gna…”, attacca il barista, saturo di furor sacro. “Ho divorziato tre mesi fa. Sembrava di avere due avvocati contro: il suo e il mio!”
“Ecco proprio così…”, ritorna Alcide, a sua volta, al suo, di divorzio.
“No, no, ma il mio peggio…”, sentenzia il barista, convinto, servendosi un bianco alla spina in un palloncino.
Non sa il barista che Alcide ha sentito pronunciare al suo avvocato frasi tipo “Giudice, come verrà valutato l’uso di materiale altamente nocivo da parte del mio cliente?”, oppure “… e per quel che riguarda il gravissimo incidente sul lavoro occorso al Signor Maicol Pedrabissi, non è forse un’aggravante?”, frasi che hanno lasciato interdetto persino il giudice di pace. De Regibus invece sa il fatto suo ed ha delle ottime motivazioni. Incontrato Alcide Foresti in tribunale, ha sentito immediatamente puzza di morto ed ha pensato che quello fosse il tipico cliente che era meglio perdere che trovare. De Regibus è al corrente delle collusioni di Alcide con la ‘ndrangheta e sa del trattamento che gli è stato riservato di recente e conosce fin troppo bene le noie a cui va incontro l’avvocato di un morto di mafia. Perciò, al momento, ha in mente un’unica strategia difensiva per il suo cliente: farlo condannare ad un paio di anni di carcere per toglierlo così dalle grinfie delle ‘ndrine. Cosa comunque non facile, visto il diritto fallimentare vigente attualmente in Italia. Alcide, inconsciamente, si deve essere reso conto delle buone intenzioni di De Regibus, oppure è talmente rassegnato al peggio che persino la defezione del suo avvocato lo lascia indifferente.
Finito il quinto campari, venuto il momento di pagare ed andarsene, Alcide si accorge di avere soltanto cinque euro in contanti nel portafoglio.
Casso ho solo cinque euro…”, dice con un espressione di sincero stupore in volto.
Casso, fa ‘l bancomat… io non ce l’ho la macchinetta… il POS”, risponde il barista.
“Eh…, non ce le ho con me, la tessera del bancomat…”, mente Alcide, convinto che le carte di credito gli siano già state bloccate dal tribunale fallimentare.
Alura cuma fom?”, chiede il barista, già incazzato per aver dato confidenza all’ennesimo scroccone. “Dammi i cinque euro, poi torni questo pomeriggio a saldare…”, conclude rassegnato a non vederlo più.
“Aspetta!, provo a giocarli… se vinco ti pago tutto!”, dice Alcide, muovendosi fiducioso verso una delle slot accese nella sala attigua. Inserisce la banconota e nel giro di un minuto di bestemmie ha perso anche quelli.
“Ecco, brao, così adesso non hai più nemmeno quei cinque, da darmi. Proprio furbo”, conclude il barista, che però inizialmente non si era opposto a quella proposta azzardata.
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