A disposizione tutto il necessario

A disposizione tutto il necessario: gazebo, carte da gioco, acqua in abbondanza e qualche birra, alimentari e generi di prima necessità, un vecchio televisore di quelli con l’antenna in fil di ferro. Un picchetto aziendale è l’equivalente moderno di un assedio medievale. Se finiscono le vettovaglie, o se le persone si annoiano il borgo viene espugnato. Se invece si riesce a creare un ambiente gradevole, se il freddo d’inverno o il caldo in estate restano entro livelli accettabili, se infine le persone hanno chiaro in testa cosa stanno a fare lì, allora ci sono buone probabilità che la protesta sfoci in un accordo vantaggioso per i lavoratori. Quello che forse non era così importante nel medioevo è un adeguato ufficio stampa.
“Ha telefonato Loredana Lollo del Giornale di Brescia. Dice che questa settimana non può passare. Ci sentiamo la prossima per decidere una data…”, urla Niccolai del sindacato di base.
“Senza fretta, mi raccomando! Qui danno tutti per scontato che ci rimaniamo dei mesi…”, replica Lazzari, più tetro che mai. Da quando è iniziato il presidio ha deciso di lasciarsi crescere la barba e adesso dimostra dieci anni di più. Gli altri, alla notizia scrollano le spalle, il quotidiano locale si è dimostrato il meno interessato di tutti ai loro problemi, fino ad oggi.
“Sì, ma non è che c’è solo il Giornale di Brescia, ragazzi. Ci sono centomila altre testate in Italia, di partito e non, e poi ci sono i blog, anche lì dobbiamo essere presenti… qualcuno ha dato un’occhiata su internet?”
La Giusy ha il sospetto che questi non capiscono, non hanno idea di quello che sta succedendo.
“Io sono disposta ad arrivare allo sciopero della fame se la situazione non si sblocca… gliel’avete detto alla Lollo?” La Giusy sarà anche una bella donna, ma con i suoi cinquant’anni suonati il ruolo della rivoluzionaria le riesce difficile. Poi forse alle volte manca di senso critico e, se messa alle strette, tende a ripetere una cosa qualunque fra le tante che ha sentito in televisione
Alcide dal canto suo tiene un comportamento contraddittorio: alle volte è in prima fila con i suoi operai, pronto a difendere il suo lavoro con le unghie e con i denti, altri giorni arriva quasi a sfondare il presidio con il SUV. È abituato a lottare sin da quando aveva quattordici anni, ma adesso non è chiaro contro cosa combattere. Sempre più spesso, perciò, nei suoi ragionamenti ricorre la minaccia di prendere il fucile e fare una strage, anche quando il discorso non verte esattamente sulle sorti della sua azienda. La sua faccia tonda è solcata da rughe profonde che partono dagli occhi e arrivano fino alle tempie e così anche la fronte sembra un campo arato in profondità e poi lasciato al sole a seccare. In mezzo a tutte queste rughe, i suoi occhi azzurri si sono fatti piccoli ed anche la bocca è un po’ scomparsa a favore del naso e del mento. Sopra tutto una rasatura pressoché completa del capo che gli conferisce un’espressione definitivamente fascista.
“Guarda qui, mi arrivano delle richieste per acquistare un tornio, una fresa e io non posso nemmeno rispondere…”, ringhia Alcide al telefono, guardando in faccia Mantovani, come se la colpa di tutto fosse sua. Quello non prova nemmeno a replicare, abbassa gli occhi e aspetta che la furia e la telefonata sbolliscano. Poi Alcide, con ancora in mano la cornetta, spalanca la finestra e sbraita.
“Cosa cazzo volete da me, eh? Volete vedermi sul lastrico!”
“Vogliamo vederti ricco sfondato, asino! Ma deve restare qualcosa anche a noi…”, risponde la Giusy dal gazebo, perso ormai ogni rispetto per il capo.
Alcide contemporaneamente sbatte finestra e telefonata in faccia al commercialista, causa anche lui del suo male. Il picchetto serve su per giù a bloccare il cancello di uscita, ad ostruirlo quel tanto che basta per impedire che vengano portate via le grandi macchine a controllo numerico necessarie al taglio dell’isolante e dei pannelli. Quelle macchine sono il cuore pulsante dell’azienda e sono anche gli unici oggetti di valore che Alcide può vendere per cercare di recuperare il denaro necessario a saldare i conti in sospeso.
“Chiama Bellisari, Antonini, qualcuno dei commerciali…”, ordina Alcide e Mantovani, ben contento, scatta.
Rimasto solo, Alcide molla una scoreggia che allenta la tensione del suo intestino, ma rende l’aria irrespirabile. Se ne vergogna, perché sa che se ne accorgeranno tutti, entrando, ma non se ne pente. Anche questo fa parte del gioco. E quando arrivano i commerciali non se ne ricorda nemmeno più.
“Ragazzi, siamo circondati. Da un lato le aziende concorrenti cercano di comprare i nostri macchinari per quattro soldi. Dall’altro quegli sciagurati lì fuori non hanno capito niente e vogliono solo vedermi in mutande. È in questi momenti che si capisce chi ha le palle e chi no!” Alcide guarda tutti negli occhi, per capire cosa stanno pensando, ma solo Antonini ricambia lo sguardo, esaltato.
“Perché altrimenti lo sapete io che cosa faccio? Prendo su baracca e burattini e vado a dare lavoro ai rumeni! Agli zingari! Perché no? Oppure ai negri! Perché gli italiani non se lo meritano più il lavoro! Non hanno voglia di fare un cazzo, gli italiani! Ai cinesi vado a dare lavoro!”
Bellisari ribalta gli occhi all’indietro. È la quinta volta che sente un ragionamento di questo tipo. Lui con i rumeni non ci va a lavorare. E nemmeno con i negri, i pigmei, gli indiani d’America o i maori. Lui sta bene dove sta.
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