Noi siamo un antefatto – parte prima

“Allora Gina, com’è che va? Cosa ci fai in quel cantone? È un’ora che te ne stai ferma lì da sola a far niente…”
“Aspetto la Enrica…”
Erano le tre del pomeriggio e la Gina, come ogni giorno, appoggiata al muro di fronte alla stazione ferroviaria, aspettava sua figlia, la Enrica, che andava al lavoro in treno e che sarebbe tornata soltanto alle sei di sera. La Gina rimaneva lì tutto il giorno, estate ed inverno, ad aspettarla in piedi, guardandosi un po’ attorno, ma più spesso studiandosi la punta dei piedi, assorta in chissà quali pensieri. Nessuno aveva mai capito il perché, cosa la spingesse ad un’attesa tanto inutile. Forse sentiva così fortemente la mancanza della figlia da non riuscire a fare nient’altro, né tenere la casa, né trovarsi un lavoro, per cui tanto valeva attenderla e vederne finalmente l’arrivo, ritrovando la sua compagnia prima possibile.
“Me la ricordo bene, la Gina, noi eravamo sempre sulla spalletta del naviglio, d’estate, quando non c’era la scuola. La prendevamo in giro, se c’era niente di meglio da fare. Era considerata un po’ matta.”
Angelino ritornava sempre volentieri alle storie di gioventù, quando andava a trovare i parenti con la Antonia, più o meno una volta al mese. Dopo così tanti anni di vita coniugale, non aveva più alcuna differenza se fossero parenti di lei o di lui. Le loro storie si erano così mischiate, era tutto così confuso, che non sarebbero stati in grado di fare dei distinguo.
“Perché, invece il Pino Guarneri, l’elettricista, quello era normale? Non potete immaginare quante ne ha combinate… Per Natale andava ad attaccare le luminarie fin sulla cima del campanile, arrampicandosi senza nessuna protezione… ”
“Ma il Gino non era matto, era solo un po’ eccentrico. Se vi ricordate, a quei tempi i matti e gli handicappati erano tenuti nascosti dalle famiglie. Era considerato un vero scandalo al punto che, per la vergogna, non li lasciavano nemmeno uscire di casa.”
La bella Lai però parlava di un passato ancora più remoto, parlava della fine del 1800. Allora, essere in qualunque modo diverso era fonte di grave imbarazzo, in paese. I casi di pazzia o di forte menomazione erano tenuti nascosti all’interno delle quattro mura, nella speranza che nessuno lo venisse a sapere, nel tentativo di non compromettere il matrimonio delle fanciulle della famiglia.
Lo zio Leone, invece, era stato capace di rendersi indipendente, nonostante la gravissima invalidità. Paralizzato, forse la polio da bambino, forse un incidente, non aveva mai saputo la causa, non l’aveva mai chiesta, ma non aveva neppure mai smesso di cercarla, viveva come uno zingaro, spostandosi da un paese all’altro su una carrozzella trainata dai suoi due cani, portando con sé tutti i suoi averi e cioè quasi niente. Un paio di vestiti di ricambio, una spazzola, un rasoio, un coltello e naturalmente la sua fisarmonica. La carrozzina era una specie di carretto di legno con quattro ruote, ma senza una panca su cui sedere, senza schienale, soltanto due assi sulle quali lo zio Leone stava a gambe incrociate, sempre col rischio di cadere, tenendo in mano le redini dei cani, due bastardi piuttosto grandi, muscolosi e magri, poco avvezzi alle moine, aggressivamente fedeli al padrone, dal quale difficilmente si staccavano, anche slegati.
Lo zio Leone era tutt’uno col suo mezzo, sembrava che avesse messo radici nel legno e che fossero cresciuti insieme, come un fungo alla base di un tronco. Alle volte, persino, lo si vedeva galoppare trainato dai due lupi sulle strade di campagna, in preda alla furia, come dovesse smaltire una sbornia o un’incazzatura, sovente sotto la pioggia. Per mezzora incitava i suoi cani con un rauco ululato, trattenendo i due guinzagli come redini, del tutto privo di controllo, poi finalmente si stancava, ritrovava la calma, chiamava a sé i due animali e li ammansiva trattenendoli per il collare e parlandogli con calma come fossero stati loro la causa della sfuriata.
“Basta correre cani, è finita. La rabbia è uscita, torniamo a casa adesso.”
Alle volte cadeva durante queste scorrerie. Restava per terra immobile per riprendere fiato qualche minuto, poi si trascinava con le braccia fino al carretto, lo raddrizzava e ci si issava sopra con molta fatica, si sistemava le gambe, incrociandole, e richiamava i cani che avevano imparato a restargli lontano, in quei momenti.
In estate spesso era inseguito dai marmocchi e dai randagi del paese. Lui attirava i bambini, mentre i randagi si accanivano contro i due lupi, sentendo minacciato il proprio territorio. Sembrava una carovana del circo o una processione di monatti al tempo della peste. Se era di buon umore, si faceva raggiungere dai bambini per raccontargli qualche storia. Difficilmente invece i due lupi si facevano prendere dai randagi.
Da quando c’era la Lina, però, sia le sfuriate che le parate di marmocchi e randagi accadevano sempre più raramente. Lei non aveva nessuna intenzione di inseguirlo, rincorrendolo per le campagne e lui se la sentiva sempre meno di rimanere da solo.
La Lina non era la sua prima donna: altre erano state sue amanti prima di lei, ma si erano stancate presto di quella vita non certo facile e del suo carattere, se possibile persino più spigoloso dello stile di vita. Lui stesso, in alcuni casi, aveva dato prova di impazienza, come se la presenza costante di una persona al suo fianco fosse già l’inizio di una cattività.
La Lina invece sembrava resistere: alta, magra come una zingara, un naso leggermente gobbo su di un viso in cui solo gli zigomi sembravano trovare posto, non poteva essere detta bella, ma il suo modo di muoversi e l’abitudine di guardare gli uomini dritto negli occhi faceva avvampare più d’uno di desiderio. Lo zio Leone era rimasto incantato da quel fascino selvatico al punto da abbassare le difese e permetterle di rompere il guscio. C’era un tesoro, all’interno, ma l’inespugnabilità della protezione aveva reso fino a quel momento il tesoro inutile. La Lina si era accorta di quella ricchezza e ne era rimasta attratta, o forse era stato il guscio stesso ad attrarla, una delle due cose insomma, una delle tante contraddizioni di quell’uomo: la sua invalidità e la sua libertà, la sua impossibilità di muoversi ed il suo essere sempre in viaggio, la sua vita senza certezze e la sua indifferenza al futuro.
Tutte cose che erano evidentemente fonte di scandalo, in paese: lo zio Leone campava di elemosina e di sbronze suonando la fisarmonica nelle osterie, di sera, quelle stesse dove avrebbe poi trovato un posto per dormire, la notte. Sembrava non voler rispettare nessuno dei limiti che affliggevano i suoi simili, senza infrangere in definitiva alcuna legge degli uomini. Conosceva tutti e con tutti scambiava due parole, anche se difficilmente approfondiva le sue conoscenze, come per evitare di stringere legami con le persone e coi posti. Naturalmente, questi conoscenti occasionali lo trovavano un vero fenomeno, ma, in generale, molti pensavano che lo zio Leone fosse simpaticissimo soltanto da lontano. Non in senso spaziale, ovviamente, ma dal punto di vista della confidenza. Con gli sconosciuti, con le persone con le quali aveva raramente contatti, come i gestori dei locali che di tanto in tanto lo ospitavano, con tutti coloro che in nessun modo avrebbero potuto influenzare la sua vita, sprizzava buon umore e battute sagaci. Una volta stretti i rapporti, si sentiva invece come una sensazione strana stando con lui, come se camminando si fosse ad un certo punto passati attraverso una grossa ragnatela e da quel momento sembrasse di avere una ragno fra i capelli o nel colletto della giacca. Più una persona acquistava influenza nelle sue scelte, più lo zio Leone sembrava dimostrarsi ostile, aggressivo, intrattabile. Una sorta di diffidenza al contrario, non nei confronti degli estranei, ma delle persone più vicine, più care, che venivano sistematicamente tenute a distanza e, ad un certo punto, allontanate.
Facilmente, lo zio Leone infatti si sentiva in gabbia ed anche stare in mezzo alla gente gli risultava difficile. I luoghi affollati poi gli erano preclusi: con la carrozzina non poteva muoversi ed, essendo così basso, difficilmente riusciva a farsi notare. Spesso le persone inciampavano o andavano letteralmente a sbattergli addosso. Qualcuno si infuriava persino e dava dei calci al suo trabiccolo, come per toglierlo di mezzo. Soltanto suonare sembrava metterlo a proprio agio. Era il miglior modo per segnalare la sua presenza, per ottenere attenzione ed uno spazio vitale attorno: lo zio Leone lo chiamava il cerchio magico.

Buttano era, negli ultimi anni del 1800, famosa per le sue filande, grandi industrie manifatturiere dedicate alla lavorazione della seta, per il laghetto artificiale, per la Torre della Norma, all’ombra della quale il Bellini aveva composto la celebre opera, e per gli almeno trentacinque bar, locande ed osterie che tenevano allegri i diecimila abitanti della piccola Manchester.
“Questa storia della piccola Manchester mi è sempre sembrata sospetta. Secondo te davvero qualcuno sapeva dove fosse Manchester ed a cosa assomigliasse? Noi eravamo così poveri che mia madre deve essere andata una volta sola in vita sua a Cremona, per di più a piedi…”
La famiglia di Angelino era molto povera, quando lui era bambino. Angelino raccontava spesso di un solo uovo diviso in quattro persone, per cena. Doveva essere capitato più di una volta, quindi.
“Se è stato dato quel soprannome, qualcuno ci sarà pur andato a Manchester… magari per commercio!”
La bella Lai sentì che il caffè era pronto e si spostò per un minuto in cucina. Ricomparve con quattro tazzine piene. Don Peppino non poteva far loro compagnia, ma siccome amava molto l’aroma della bevanda, si teneva la tazzina sotto al naso, finché era fumante.
A Buttano aveva passato la propria infanzia anche lo zio Leone e la sua famiglia, in una cascina chiamata Monasterolo, proprio all’ingresso del paese e qui alle volte faceva ritorno, nonostante tutti i ricordi che gli scatenava quel posto. Benché non conoscesse la causa della sua paresi, ricordava perfettamente le lacrime della madre e la faccia scura del padre, la sua debolezza, da non riuscire più ad alzarsi ed il fatto che gliene facessero una colpa. Cosa aveva combinato per meritare una disgrazia simile?
“Pensavano davvero così a quel tempo, sapete? Mi ricordo ancora, a mia madre morì un figlio di polmonite, qualche anno prima che nascessi io. Insomma, una volta, una suora venuta in visita, aveva detto che quella tragedia non poteva che essere un castigo del Signore, per qualche colpa grave, o tutt’al più una prova. Ma si può? Credo che mia madre non abbia dormito per giorni, dal rimorso.”
Antonia si vergognava un po’a raccontare quella storia davanti a don Peppino, come se stesse accusando di crudeltà tutta la categoria. Perciò guardava fuori dalla finestra, mentre parlava. Ma l’aneddoto le era rimasto così impresso, e le era così odioso, che non riusciva a non raccontarlo, quando capitava che le tornasse in mente.
Lo zio Leone era caduto e poi si era ammalato? O era accaduto il contrario? Lui ricordava una specie di influenza grave, con febbre e dolori diffusi, ma forse era già ammalato e l’indebolimento gli aveva fatto cedere le gambe. Di sicuro suo fratello l’aveva spinto. Aveva battuto la testa? E gli stati confusionali erano stati precedenti o successivi alla caduta? Per alcuni giorni sembrò che non avesse più il controllo delle sue azioni. Forse per questo con Enrico erano arrivati a picchiarsi. Lui era il più piccolo e naturalmente aveva avuto la peggio. Dopo quell’episodio, per un po’ al mattino aveva fatto fatica ad alzarsi ed in altri momenti della giornata capitava che non riuscisse a muovere la testa o persino a respirare. Era stato più volte sul punto di soffocare. Poi finalmente la situazione si era stabilizzata, ma le gambe non avevano più dato segni di vita. Suo padre gli aveva costruito il primo dei tanti carretti che avrebbe usato da quel giorno per spostarsi.
La sua vita era cambiata di colpo: improvvisamente non poteva più giocare con gli amici in cortile, aiutare i genitori nel lavoro nei campi, fare dispetti al fratello aspettando l’ora di cena. Tutte le cose belle gli erano precluse. Eppure ciò che non riusciva proprio a sopportare erano gli sguardi dei familiari: sguardi di compassione, di biasimo, di rabbia. Vedeva la delusione del padre, il desiderio di protezione della madre, il senso di colpa del fratello. Cercava di reagire ed otteneva espressioni di rassegnazione, di consolazione, di pentimento. Alla base di tutto c’era la paura nel futuro, da parte dei familiari. Mille sfaccettature, tutte comprensibili, ma mai che qualcuno riuscisse più ad esprimergli amore e soltanto quello. Eppure ciò che aveva dentro era cambiato così poco rispetto a prima. Solo sua sorella sembrava accettare l’accaduto senza farne l’unico argomento di espressione del volto, ovviamente perché era troppo piccola per capire fino in fondo cosa fosse successo e quali sarebbero state le conseguenze. Aveva solo cinque anni, Maria.
La cosa migliore che i suoi genitori riuscirono a fare, in fondo erano solo contadini, del tutto impreparati all’accaduto e nemmeno lo zio Leone se la sarebbe sentita di avere pretese in merito, fu acquistargli una fisarmonica. Lui si gettò nello studio anima e corpo. Nel giro di un anno conosceva tutte le canzoni popolari della zona e tutte le ballate del momento e già cominciava ad animare le sere nei bar del paese. Lì, nessuno lo trattava come un bambino, eppure aveva sì e no dodici anni, né come un paralitico, ma solo come quello che suonava la fisarmonica ed al quale bisognava pur dare una mancia, a fine serata, perché nessuno campava d’aria, tanto meno all’inizio del ventesimo secolo.
Dopo i bar del paese, cominciarono ad arrivare le richieste della gente di fuori, magari passata per caso una sera e che l’aveva ascoltato in uno dei suoi solo struggenti, di andare a suonare anche dalle loro parti, che non c’era nessuno in grado di intonare una polka o una mazurka come dio comanda. Come se non ci fosse stata alcuna difficoltà di spostarsi per il povero zio Leone!
Dai e dai, finalmente la trovata, geniale, bestiale, di farsi trainare dai cani.
Questo cambiò di nuovo gli sguardi dei familiari: scherno invidioso del fratello, disgustata disapprovazione della madre, triste sollievo del padre. Soltanto la sorella, che non era ancora diventata donna, manteneva l’ingenua espressione di sempre.
Lo zio Leone cominciò a rimanere fuori casa per giorni e quando tornava, immancabilmente, ricominciavano le discussioni: stando a loro, tutto nella sua vita era sbagliato. La madre era un fiume di rimproveri, malauguri e suggerimenti che il padre, sebbene non fosse forse nemmeno del tutto d’accordo, non voleva né era in grado di arginare. Era invecchiato, non usciva più di casa e, di sicuro, non aveva più messo piede nei bar dove suo figlio era solito suonare. Il fratello era solo invidioso e, senza rendersene conto, nei discorsi e nei commenti, non faceva altro che paragonare la sua condizione di forzato con quella del fratello libero. Lui costretto a lavorare tutto il giorno mentre l’altro poteva dormire per riprendersi dall’ultima sbronza e prepararsi alla successiva. Chi poteva dargli torto?

“Leone, che bello rivederti alla Marzocca, ti posso offrire un bianco?”
“Franco, lo sai che il bianco mi dà acidità di stomaco. Anna servimi un vermouth, per favore! Se poi Franco ci tiene proprio, puoi correggerlo con un po’ di champagne…”
“Tu sì che sei un uomo di mondo, Leone. Non me l’aveva mai chiesto nessuno lo champagne!”
“Sì, ma la correzione non te la pago, capito? Mi costa troppo!”
“Resti qui stasera, Leone? Facciamo un po’ baldoria?”
“Lucio, tu non sai fare baldoria, bevi fino ad ubriacarti e poi ti addormenti sulla sedia. Non ti ho mai nemmeno visto ballare con una donna…”
“Io non ballo con le donne, io le donne le faccio ballare…”
“Ma lascia stare, Lucio!”
In paese, e soprattutto all’osteria Marzocca, tutti facevano mostra di voler bene allo zio Leone, nessuno dava a vedere alcun fastidio per il suo essere sempre in giro e tutti dicevano di ammirare la forza con cui stava cercando di costruirsi una vita normale nonostante la disgrazia.
“Piuttosto tu, Leone, hai la faccia stanca. Era scatenata la Lina, stanotte?”
“Sì, Mario, nel senso che si è liberata dalla catena! Ho dovuto inseguirla per tutto il paese, per convincerla a tornare!”
“Bravo Leone, così si fa! I cani liberi, ma la donna al guinzaglio. Quante cose abbiamo da imparare da te!”
Normale, però, la vita dello zio Leone non poteva esserlo, nel bene e nel male. Superato il momento iniziale della solidarietà, ecco che cominciavano ad affiorare fastidiosi commenti, allusioni, battute. Certe stranezze dello zio Leone non venivano considerate come un antidoto contro le avversità, ma come licenze, come libertà che lui credeva di potersi permettere in virtù della sua situazione particolare. Qualcuno vedeva soltanto il suo lato sovversivo, altri solo quello dissacrante, così i primi lo trattavano come un reietto, gli altri come un fenomeno da baraccone.
“Ehi Leone, cosa dici al Papa, se lo incontri?”
“Io col papa non ci parlo.”
“E col Re? Col Re ci parli?”
“Al re gli dico che l’Italia è tutta da rifare. E che dobbiamo vendere il papa agli austriaci, in cambio del Triveneto!”
“E perché dovrebbero comprarsi il papa, gli austriaci?”
“Non è amico dell’imperatore Francesco Giuseppe? Che vada a trovarlo, una buona volta. Poi noi non dobbiamo far altro che chiudere i confini.”
“Prima di chiuderli, dovremmo allargarli, i nostri confini. ”
“Non parliamo della guerra adesso!”
Anna smise per un secondo di asciugare i bicchieri appena lavati. Lo sapeva che con lo zio Leone nel bar si sarebbe finiti a parlare di politica. Era una cosa che proprio non riusciva a sopportare. Appena lui ricominciò a parlare, lei si rituffò nei piatti e nelle posate, cercando di non ascoltare.
“E quando ne parliamo, allora? Io non verrò chiamato, ma molti di voi sì. Non voglio pensare che potrei passare dal bar fra un anno e non trovare nessuno perché siete tutti al fronte.”
“Dicono che sarà una guerra di trincea. Cosa vuol dire?”
“Che vi trinceranno le gambe. Tornerete su una carrozzina, come me. Poi ci scanneremo per le elemosina. Chiudetevi in casa, piuttosto. Non fatevi trovare, state lontani dal fronte, sarà un massacro. Il mondo sta cambiando. Dicono che in Russia…”
“Leone, non hai nemmeno la più pallida idea di dove sia la Russia, non parlare di cose più grandi di te!”
Anche il Lucio avrebbe voluto alleggerire il tono della conversazione, ma ormai lo zio Leone era lanciato, fermarlo sarebbe stato impossibile.
“Il mondo sta cambiando, non lo sentite? Si annusa nell’aria, viene da est, dalla Serbia, dalla Croazia, dall’Ungheria e dalla Russia. Ci aspettano momenti terribili, la Rivoluzione Francese in confronto è stata solo un carnevale. Se leggeste i giornali, ve ne accorgereste anche voi. L’Impero Austro Ungarico e la Russia stanno per saltare. Per ragioni diverse, ma vedrete se non succede. Sotto ci sta la lotta sociale o la lotta di classe, chiamatela come volete. Contadini contro industriali, agricoltori contro operai, operai contro contadini, e così via… siete andati a sentire il comizio in teatro due settimane fa?”
“Io lavoro tutto il giorno, Leone! Alla sera sono stanco morto. Sono andato a letto finito di mangiare, due settimane fa, come tutti gli altri giorni dell’anno!”
“Hai fatto male! C’era l’avvocato Giuseppe Cappi ed il direttore dell’Avanti, Benito Mussolini, a confronto. Ti saresti fatto un’idea di dove sta andando il mondo!”
“Quelli non fanno altro che chiacchiere,” bofonchiò Franco, in cerca di scuse per la propria pigrizia.
“Leone, va da qualche altra parte a fare di questi discorsi, va bene? Io ti offro volentieri un pasto, se vieni qui a suonare. Ma se vuoi fare della politica allora non c’è un posto apparecchiato per te e devi andare da un’altra parte. Non voglio noie…”
Era Anna, con le mani sui fianchi, in un atteggiamento da mamma severa, pragmatica, che non ammette più di essere contraddetta.
“Sotto la lotta di classe c’è l’economia ed alla base di tutto sta il denaro… siamo tutti orfani adottati dal denaro… ma qui si butta il fiato…”
“Ciao Lina, finalmente! Sei arrivata giusto in tempo. Il tuo uomo si sta un po’ scaldando!”
Anna salutò la Lina agitando lo strofinaccio che teneva in mano.
“Ecco sì, ciao Lina, benarrivata. Già che ci sei, portami la fisarmonica, per favore, che almeno si mangia anche stasera…”
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