Chennai, 17.01.2015 – continuazione

folla chennaiAffollata è dire poco! Questa è Woodstock durante il concerto che ne so, dei Greatful Dead! Di più! Ci sarà almeno un milione di persone riversate tra la spiaggia ed il lungo mare. E a radunare qui tutta questa gente il nulla più assoluto: niente musica, niente cibo, alcol, stupefacenti o sesso. Senza ombra o quasi, persino. Gli indiani sono così, senza pretese, in un certo senso autentici giocherelloni. Si radunano, si siedono per terra, mangiano con le mani, guardano il mare senza fare il bagno e si scattano foto. Tante foto. E ne scattano a noi. Soprattutto a noi. Anche oggi il quarto d’ora di notorietà è assicurato. Gruppi interi di ragazzi si fermano, ci abbracciano e ci immortalano con i loro smartphone. Mi verrebbe da chiedere se non c’è un posto in cui lasciare il calco delle nostre mani sul lungomare come ad Hollywood, ma ho paura che dicano di sì ed andiamo ad infilarci in chissà quale peripezia. Alle 16 ci posizioniamo sul luogo dell’appuntamento e capiamo che sarà impossibile trovarsi. Troppe persone, auto, tuk-tuk, poliziotti, bus, tutti intruppati in quei cinquanta metri di slargo della strada. Dopo mezzora di paziente attesa, ripartiamo, consci che questo debito di 200 IR ci tirerà addosso la maledizione dei tuk-tuk e nessuno sarà più disposto a darci un passaggio. Camminiamo parecchi chilometri lungo la marina, finalmente lontani dal traffico, in mezzo a tanti altri che come noi passeggiano. Sono io il primo a stancarsi. Di nuovo in rickshaw raggiungiamo come da programma il tempio di Kapaleeshwar. E lì chi troviamo? Il nostro autista! Sapeva i nostri programmi ed intelligentemente è venuto lì ad aspettarci. Gli allunghiamo subito le sue 200 rupie, ma lui ci tiene molto ad accompagnarci in hotel, a fare business con noi. Nuovo accordo: visitiamo il tempio e poi in albergo. Accetta anche stavolta. Dopo dieci minuti però ce lo ritroviamo fra i piedi. Di architettura indiana ne sa meno di noi, ci dice il nome di qualche divinità e chiaramente cerca di affrettare la partenza. La mia pancia sta peggio di prima ed alla fine consideriamo il ritorno come una ritirata molto onorevole.
Né io né Franci abbiamo voglia di tornare in centro per la cena e ci fermiamo nel locale di fianco a quello di ieri. Più lontano di così non riusciamo ad andare. Stavolta il sofficino fritto sta tra due fette di pane e lo chiamano New Yorker Burger! Stupido io che mi ostino a voler ordinare carne in uno stato quasi completamente vegetariano…

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