Kiss Of Love – La redazione del giornale

“Ma questa che cos’è?”, chiede Gio, disorientato.
“Non so se è una redazione di un quotidiano, una fotocopisteria o lo scantinato di un collezionista di vecchie riviste”, risponde Franci, entusiasta del posto, del suo odore di stampe. “Ci sono giornali ovunque… Kabeer, where are we?”
“È la redazione della sezione locale del Times of India!”
“E cosa ci facciamo qui?”
“Siete qui per l’intervista!”
“L’intervista? Che intervista?”, si inserisce nel dialogo Gio, spaventato.
“L’intervista con il capo redattore.”
“Sì, ma su cosa?”
“Su quello che è successo ieri, che domanda!”
“Ma stai scherzando?”
“No.”
Gio, Franci e Kabeer attraversano prima una sorta di magazzino scantinato, poi un paio di corridoi, poi la stanza dei server e finalmente raggiungono un ufficio abbastanza grande da poter assomigliare ad una redazione. Un uomo sulla trentina si avvicina e li saluta e stringe loro la mano.
“Quello che state facendo è molto importante per la nostra causa! Kabeer mi ha raccontato tutto, mi dispiace per la vostra disavventura, ma sono contento che abbiate accettato di rilasciarci un’intervista…”
“Noi veramente non ne sapevamo niente… Vorremmo solo ritrovare i nostri bagagli…”
“Sì, sì, sono qui da noi. Ve li faccio portare immediatamente. Però raccontatemi quello che è successo ieri, nell’attesa.”
“Non abbiamo molto da dire…”, attacca subito Gio che vorrebbe andarsene prima possibile.
“Siamo stati arrestati prima di poter capire cosa stava succedendo!”
Il capo redattore continua a guardarli e sorridere, oscillando il capo da sinistra a destra come sono soliti fare da queste parti per annuire, mentre i due italiani raccontano il trasferimento in commissariato e l’interrogatorio.
“In fondo non ci hanno trattenuto a lungo. È Kabeer che se l’è svignata subito, vero?”, commenta alla fine Gio, con il dente avvelenato nei confronti dell’autista di tuk-tuk di cui si fidava.
“Tell me something about the fight”, li incalza però il caporedattore, insoddisfatto del riassunto sommario ricevuto.
“Che dici? Al commissariato abbiamo dichiarato di non aver visto nulla, ricordi?”, si consulta Franci con Gio in italiano.
“Possiamo sempre dire di non aver visto nulla anche a lui…”
“Sì però non è esattamente la verità… Qualche manganellata l’abbiamo vista… ed era gente che non stava facendo nulla di male…”
“What are you going to write? Metterai i nostri nomi? Accenni che l’intervista è a due italiani?”
“Sì, se siete d’accordo sì. È importantissimo il parere dell’occidente su queste questioni. Voi siete un esempio per i giovani…”
“Sì ma potresti metterci nei guai con l’autorità locale…”
“Stai scherzando? Perché secondo te quelli leggono il nostro giornale? No guarda, potete stare tranquilli, nessuno vi darà noia, qualunque cosa diciate…”
È Franci la prima a sbottonarsi, a raccontare le manganellate, il sangue, i ragazzi caricati a calci sulle camionette.
“È stata tutta questione di pochi minuti. I ragazzi non hanno opposto resistenza e questo ha limitato i danni. Però è stata violenza gratuita. I manifestanti non stavano facendo niente di male, non avrebbero mai attaccato i poliziotti”, conclude Franci, rossa in viso, accaldata dalla foga del racconto.
“Grazie ragazzi, state dando una grossa mano ai giovani di questo Stato, grazie davvero.”
“Let’s go!”, rovina il momento Gio, preda della sua solita fretta.
“E i nostri zaini?”, ricorda a tutti Franci.
“Eh già. Kabeer, li ho messi di sopra, per favore valli a prendere.”
I tre restano in ufficio, scambiando ancora qualche parola. Il caporedattore si informa delle tappe successive del viaggio ed augura ai due turisti un proseguimento di vacanza più tranquillo, più riposante.
Di nuovo sul tuk-tuk, Gio si sporge verso Kabeer.
“Kabeer, toglimi una curiosità, tu cosa ci guadagni da questa intervista?”
“Io… Nulla!”
“Non è che il giornale ti paga vero?”
“No, no.”
“E allora perché l’hai fatto?”
“Dovete sapere che le proteste dei KOL non riguardano soltanto potersi baciare in pubblico, ma servono a mettere in discussione la pratica dei matrimoni combinati…”
“Sono ancora molti in India?”
“In Kerala sono l’ottanta percento. Questi giovani vogliono una vita normale, come la vostra, vogliono poter scegliere.”
“E tu Kabeer? Sei sposato?”
“Sì.”
“È stato un matrimonio combinato, il tuo?”
“Sì.”
“Sei felice?”
“Non posso dire che sia un matrimonio infelice, il mio. Soltanto alle volte mi domando come sarebbe andata se avessi potuto scegliere. Magari sarei sposato con la stessa donna, ma non avrei questi dubbi.”
“Per questo appoggi i KOL?”
“Per questo appoggio i KOL…”
Gio mette una mano sulla spalla di Kabeer, in segno di incoraggiamento. Poi il serpente occidentale, la serpe del sospetto lo punge dietro un orecchio.
“Kabeer, non è che per caso hai organizzato tutto questo: accompagnarci alla spiaggia, farci scendere dal tuk-tuk al passaggio a livello, nella speranza che ci trovassimo in mezzo a questo grosso casino?

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