Chidambaran – Chennai, 16.01.2015

strada chennaiIn campagna il paesaggio è fatto da foreste di palme e risaie, principalmente. Solo alcuni campi sono lasciati al pascolo. Finalmente vediamo delle vacche che non stanno sedute fra merda e rifiuti! Qui e lì ci sono dei cactus arrivati da chissà dove, parecchi villaggi fatti con case di paglia e costruzioni squadrate e colorate tipiche del Tamil Nadu ed alcuni tempietti con strane sculture di cavalli o di tori in pietra che fino ad oggi non abbiamo mai incontrato. Poi iniziano i campi di canna da zucchero, di banani e di altri alberelli a medio fusto simili ai pini che non siamo in grado di riconoscere. I pittori romantici qui sarebbero in estasi. Le rovine del passato e tutti questi verdi di tonalità diverse: chiaro del riso, acceso dei banani, scuro della canna da zucchero e quasi oliva dei pini formano una tavolozza completa che non stanca mai l’osservatore. Purtroppo, incrociamo un paio di discariche a cielo aperto, la seconda di dimensioni enormi. Il problema dei rifiuti è comune a molte delle nostre vacanze: Calabria, Sicilia, India.
Alla stazione di Villupuram, Franci si accorge di uno strano cartello: Learn one day one hindi word. Da quando siamo arrivati, la questione delle lingue ci è sembrata molto sentita dagli indiani: in molti ci confessano di parlare con noi anche per esercitare l’inglese e chi conosce una parola di italiano, ma anche di spagnolo, ce la dice con molto orgoglio. Adesso questo cartello che probabilmente si riferisce agli indiani che parlano solo tamil. In India si usano correntemente una ventina di lingue e probabilmente la nazione sta facendo un grande sforzo per portare tutti a parlare, oltre all’idioma del proprio stato, anche l’hindi, in modo che tutti possano capirsi. E poi naturalmente c’è l’inglese, necessario per uscire dall’isolamento culturale in cui il subcontinente rischia sempre di relegarsi, viste le dimensioni, la particolare geografia della regione, l’autosufficienza al limite dell’autarchia che un miliardo e mezzo di persone in qualche modo garantiscono.
Una venditrice ambulante che ha già affrontato l’intero treno chissà quante volte, ci offre da un contenitore metallico un sacchettino con della frutta sbucciata. Assaggiamo. Si tratta del frutto dell’albero del pane, una specie di melograno giallo e rugoso, grosso come un pallone da rugby con all’interno pezzi di polpa grandi come spicchi d’arancia dal sapore simile all’ananas.
Stacco un pisolino di un’ora e quando mi risveglio costeggiamo un lago con alle spalle delle montagne.
Da qui in poi però comincia una zona tutta in costruzione che sfocia in un’area tutta urbanizzata che, senza soluzione di continuità, ci porta fino a Chennai, quarta città dell’India in termini di grandezza, dopo Mumbai, Delhi, Calcutta. Subito dal primo sguardo, la città ci appare molto diversa da quello che ci ha offerto fino ad ora questo immenso paese.

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