Thanjavur, 14.01.2015 – pomeriggio

soffitto realeIl Palazzo Reale, al di là dell’anomala fortificazione esterna, rivela degli spazi molto interessanti: un androne fresco e buio, un cortile da cui è possibile ammirare la torre con finestre a tutto sesto che assomiglia al palazzo dell’Eur a Roma, un secondo edificio dalla tipica forma piramidale, dei portici decorati con statue di pietra, un colonnato con dei soffitti meravigliosamente affrescati a motivi geometrici ed inserti in lamina d’argento, ed il già citato museo. All’interno, passiamo in rassegna a tutta manetta un’intera collezione di statue in bronzo, soffermandoci solo su una coppia di statue rappresentanti Shiva e Parvati dalle proporzioni e dalla finitura grecheggianti. I profili dei volti sono netti e armoniosi, le curve di Parvati, solitamente così provocanti, sono quasi contenute, il drappeggio del tessuto delle vesti è morbido, i particolari dei gioielli perfetti.
Purtroppo la visita si interrompe per poter andare ad un festival che si rivela peggio delle aspettative. Di fronte ad un palchetto improvvisato, stanno seduti su sedie di plastica turisti occidentali dai sessanta anni in su. Attorno, si assiepa il pubblico indiano, ben più giovane, in piedi. La rappresentazione fortunatamente è già iniziata e noi restiamo in disparte, in mezzo al pubblico locale. I turisti a vederli dal nostro punto di vista fanno pena, ma anche lo spettacolo non è certo elettrizzante: due donne stanno danzando senza convinzione ai fianchi di una terza indiana truccatissima impegnata a strappare coi denti una bottiglia di coca cola tenendo in equilibrio sulla testa un vaso di metallo all’apparenza molto pesante, il tutto naturalmente senza l’ausilio delle mani. Kusturica ci avrebbe fatto un film, ma noi non sappiamo apprezzare. Poi è il turno di un bambino che esegue evoluzioni con un grosso affare a forma di ferro di cavallo, poi danzatrici con legnetti, poi ragazzini con tamburelli, ecc. ecc. il tutto sarebbe sufficiente a darci noia, in più, un paio di sedicenti organizzatori si occupano di cacciare gli spettatori indiani che potrebbero occluderci la vista. La prima volta che succede cacciano i nostri padroni di casa e persino dei bambini, facendo la figura di perfetti imbecilli. Subito mi coglie impreparato, ma la seconda volta che insiste affinché prendiamo posto a sedere fra i turisti ho già i coglioni girati e ci metto un secondo a reagire. Gli spiego in dialetto bresciano che è meglio se si da una calmata e si toglie di torno. Capisce al volo. Ve lo confermerà chiunque, il dialetto bresciano è comprensibile ovunque. Lo spettacolo termina con una rappresentazione danzata delle principali divinità del pantheon indiano, nemmeno sgradevole per dir la verità, poi organizzano un gioco a premi. Va da sé che vengo scelto come primo volontario. Bendato, con una verga di tre metri in mano, devo rompere un vaso a tre metri di altezza. Sbaglio immediatamente, per togliermi dall’impiccio, ma un toscano che si offre dopo di me, con una grande mano da parte della sua comitiva riesce nell’impresa, vincendo ben 10 rupie. Che matti!

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