Trichy, 13.01.2015 – continuazione

MatrimonioSamayapuram è il capolinea, a quanto pare. Noi credevamo che fosse in città, è invece sull’altra sponda del Kaveri. Scesi dall’autobus, come già accaduto altre volte, ci indicano la direzione senza nemmeno dover chiedere. Il templio si trova subito dietro ad un enorme silo di latta. Molliamo le scarpe in un negozietto e percorriamo il tratto di strada che ci separa dall’ingresso cercando di evitare i rifiuti liquidi e solidi disseminati ovunque. Varcata la soglia, una sorta di porticato con negozietti di doni votivi e paccottiglia varia ci accompagna al templio. Raggiungiamo quella che di solito è la biglietteria ed un uomo in uniforme ci chiama e ci chiede se vogliamo visitare il templio. Rispondiamo di sì, pronti a scucire le solite venti rupie. Ci fa invece segno di parlare con un suo collega poco distante. Ripetiamo che vorremmo entrare, questo chiama un collega, si spiega e ci indica di seguirlo. Entriamo effettivamente nel templio, percorrendo uno spazio transennato. Poco più in là, inizia la coda di fedeli in attesa di poter fare le loro offerte nel sancta sanctorum a noi vietato già vista in tante altre occasioni. Il ragazzo che stiamo seguendo ci fa segno di fermarci e si allontana. Aspettiamo. Torna dopo due minuti. Ci indica di seguirlo. Entriamo in uno sgabuzzino dove ci accolgono un uomo seduto di fronte allo schermo delle telecamere a circuito chiuso ed un bramino. Mi fanno sedere. Poi fanno sedere Franci. Poi mi chiedono (in tamil? In inglese incomprensibile?) qualcosa. Non capisco. Stavolta l’uomo di fronte al teleschermo parla in inglese e mi chiede da dove veniamo. Rispondo. Mi chiede se siamo turisti. Rispondo. Mi chiede cosa vorremmo fare. Rispondo che vorremmo solo vedere il tempio. Ci spiega qual è la divinità principale e ci chiede ancora cosa vogliamo fare. Ripeto che vorremmo solo visitare il tempio. Mi fa altre domande che non capisco. Si consulta col bramino il quale scuote il capo in segno di assenso (noi beccheggiamo il capo per dire di sì e lo imbardiamo per dire no, loro lo rollano per il sì e non so cosa facciano per il no e questo spesso ci confonde nell’interpretazione delle loro risposte). Forse ripeto ancora che siamo turisti e che vorremmo solo vedere il tempio, ma non ne sono sicuro, ho perso il conto delle volte in cui l’ho detto. Ci danno l’autorizzazione. Il ragazzo ci accompagna fuori, ci fa superare tutta la coda e inaspettatamente ci ritroviamo proprio di fronte alla casa del dio, nell’inaccessibile sancta sanctorum, uno spazio chiuso, stretto, con una porta d’accesso e la statua dorata della divinità all’interno, presidiato da un bramino che officia il rito. All’esterno, proprio di fianco a noi, un secondo bramino raccoglie le offerte dei fedeli, le benedice e le restituisce insieme alla polvere necessaria per farsi il segno del terzo occhio in fronte. I fedeli si fanno ore di attesa per questa “comunione”. Noi siamo davanti a tutti, di fronte al primo bramino. Ci dice il nome della divinità, Samayapuram, stavolta capisco, ci chiede i nostri nomi, inizia una litania, suona una campana, benedice delle corone di fiori e ritorna. Vorrebbe darci la polvere con cui segnarci la fronte, ma abbiamo le mani impegnate dalla bottiglietta d’acqua, dal cappello, dalla borsa e dall’agendina perciò ci segna lui, poi ci consegna un mazzetto di fiori ed un frutto, poi cinge me con una corona di fiori larga come un braccio e lunga fino alle cosce e me ne consegna una seconda con cui cingere Franci. Eccoci sposati con rito indu. Usciamo ringraziando, confusi.

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