Trichy, 12.01.2015 –pomeriggio

rockfortL’appartamento è in una zona apparentemente povera. Il tuktukista ci molla in mezzo alla strada e riparte dopo averci fregato 20 rupie sul prezzo pattuito con la scusa di non avere il resto. Fa niente. Facciamo un paio di tentativi di capirci con il venditore di verdura ambulante che insiste si possa proseguire in una strada che la nostra esperienza diretta dice senza uscita e poi telefoniamo.
La padrona di casa arriva a prenderci dopo cinque minuti. Eravamo praticamente di fronte al cancello. La casa è nuovissima, molto grande, ben arredata, a parte camera nostra. Li sembrano aver accumulato tutto quello che non sapevano dove mettere. Il letto stona con l’armadio che fa a pugni con la scrivania che non c’entra niente col divano. La signora Leo, la padrona di casa, però, è molto premurosa, ci spiega come raggiungere il centro e cosa vedere. Seguiamo i suoi consigli. Il fiuto di Franci come al solito sceglie il lato giusto della strada in cui prendere il bus ed io mi faccio capire quando arriva il controllore. Siamo di nuovo in movimento! Una signora ci prende in simpatia e ci promette che ci dirà lei dove scendere per raggiungere Rockfort, il tempio sulla cima di una collina rocciosa che spunta dal nulla nel bel mezzo della città. I tragitto in bus ci fa attraversare intere vie di officine meccaniche o di commercianti di cipolle: mai viste così tante in vita mia!cipolle
Al segnale della signora scendiamo e siamo subito immersi nella folla. Il centro è pieno di negozi e di gente. Tutti come al solito ci salutano, qualcuno persino ci stringe la mano. Sembra di essere in campagna elettorale. Sonia Gandhi, italianissima al di là del cognome, non deve aver fatto fatica a farsi eleggere da questa gente.
Il tempio si raggiunge abbandonando le scarpe in una scarpiera improvvisata ed attraversando la porta, un architrave distante sempre alcuni metri dall’edificio di culto vero e proprio. Qui i templi sono in pratica tre: quello ipogeo, in cui accediamo immediatamente, e due superiori, uno dal quale si gode di un’ottima vista della città ed uno che si osserva solo dall’esterno perché proibito ai non indu. Dall’alto, vediamo un’infilzata di gopuram, le torri di accesso dei templi maggiori, di colore azzurro/verde, di là dal fiume Kaveri: quella è la destinazione per domani.
Percorriamo a ritroso i gradini e ce ne torniamo giù, in mezzo alle vie affollate del centro. Colpiscono la nostra attenzione i negozi di libri universitari usati: pile e pile di volumi in inglese coprono praticamente tutto lo scibile umano. Ma è impossibile soffermarsi troppo fra i manuali, è il flusso stesso di gente che cattura la nostra attenzione e ci trascina avanti. Troviamo il primo giardino pubblico di tutta la vacanza, un luogo tranquillo in cui il cinguettio degli uccelli farebbe da scudo ai maledetti clacson che qui usano di continuo, ma un altoparlante al centro del giardino rovina l’atmosfera emettendo musica discutibile a tutto volume. Scappiamo anche dal giardino e ci rifugiamo nel primo ristorante fuori dal centro storico. Ci accolgono con mille attenzioni, indicandoci dove lavarci le mani, portando immediatamente una bottiglia d’acqua, suggerendoci le specialità della casa. Scegliamo a caso, ma per una volta siamo fortunati: il cibo non è né troppo speziato né completamente insipido come solitamente in Kerala.
Facciamo amicizia con i ragazzi che lavorano lì e ci facciamo suggerire i posti da visitare in città. Si consultano fra loro parecchi minuti, chiamano anche altra gente per essere sicuri di rispondere bene ed alla fine ci stilano un elenco completo. Lo trascrivono persino sul nostro taccuino dato che non potremmo mai ricordare quei nomi fino a domani.
Il bus che ci riporta a Subramaniapuram, il quartiere in cui pernottiamo, è il primo di quelli così affollati che la gente deve aggrapparsi alle porte non trovando posto all’interno. Anche noi siamo in piedi, schiacciati dagli altri passeggeri. Fra loro non si fanno molti riguardi e quando è tempo di scendere si scavalcano strattonandosi per prodursi un varco. Con noi invece, quando il controllore ci segnala che siamo arrivati, cominciano a darsi delle voci ed in molti persino scendono per permetterci di passare. Se lo facessero con tutti, il bus ci impiegherebbe una vita a completare il suo giro.

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