Thiruvananthapuram – Tiruchirapalli 11.1.2015

alba trenoOre 2.30. Suona la sveglia. Mi sciacquo la bocca e prendo il telefono per chiamare Morgen. Tre squilli, quattro. Risponde “Ai”. Gli chiedo se ha capito nel frattempo dove abitiamo. “Ai ai”, risponde solo. Gli credo, dico ok e metto giù. Quando mezz’ora dopo scendiamo con gli zaini in spalla, sentiamo un auto frenare: è il nostro taxi.
La stazione è piena di gente: quasi tutti dormono in terra sopra una stuoia o un lenzuolo. Il nostro treno arriva al primo binario, ma il veicolo al momento presente non sembra in servizio. Vorremmo sederci, ma le poche sedie disponibili sono irraggiungibili senza scavalcare qualche dormiente. Non ce la sentiamo e ci mettiamo per terra. All’arrivo del treno temiamo di essere travolti da un gran numero di viaggiatori, ma la maggior parte dei dormienti resta al proprio posto, forse attende un altro treno, forse semplicemente dorme lì tutte le notti.
Ormai sappiamo quello che ci aspetta sul vagone sleeper e prendiamo il primo posto disponibile, però quasi subito passa un controllore che ci spiega qual è la nostra carrozza. Abbiamo l’aria condizionata! Qui chiaramente non c’è tanta gente, troviamo una panca tutta per noi ed il viaggio diventa confortevole al punto che dopo pochi minuti Franci si riaddormenta. Io resto sveglio abbastanza per godermi uno psicodramma familiare. Improvvisamente, dalle quattro brande di fronte alla mia comincia a diffondersi una certa agitazione. Quella che chiamerò la madre ordina a quello che chiamerò il figlio di fare qualcosa. Lui comincia a rovistare nelle quattro brande, a loro disposizione e poi controlla anche quella sopra le nostre teste dove dieci minuti prima abbiamo depositato i nostri bagagli. Questo mi autorizza ad osservarlo senza sembrare invadente: in fondo mette le mani fra le nostre cose… Le prime ricerche del figlio non portano ad alcun risultato, per cui viene coinvolto quello che chiamerò il marito. I due passano in rassegna tutte le coperte sotto le quali dormivano, tutte le lenzuola, usano la torcia del cellulare per controllare sotto le brande, danno ancora un’occhiata sopra le nostre teste, fra gli zaini. La madre è convinta che quello che cercano sia lì, lo capisco dagli sguardi e dai gesti. Si alza persino la nonna e tutto il circo ricomincia. Saltano finalmente fuori un paio di occhiali, sospiro di sollievo generale, erano nascosti in una coperta, ma capisco che la madre ancora insiste che lei li aveva lasciati sulla branda sopra di noi. Bella fine avrebbero fatto, furba, penso, con i nostri zaini di dieci chili catapultati sopra al nostro arrivo. Non tornano a letto, per loro è tempo di scendere, il treno effettivamente sta già rallentando. Controllano ancora nelle borse, dovrebbe esserci tutto, invece no. La madre ordina ed il figlio estrae per la centesima volta il cellulare, non per fare luce, hanno acceso quella del corridoi, per la gioia degli altri passeggeri, sono le 4 del mattino, ma per fare una telefonata. Piripinpin… Piripinpin…, si sente la più classica delle suonerie, ma del cellulare nemmeno l’ombra. Le teste si voltano a destra e a sinistra, di nuovo controllano fra le coperte, sotto le brande. È il panico, il treno già rallenta… piripinpin piripinpin piripinpin pin… Finalmente il figlio toglie qualcosa dalle mani della nonna, ignara. Eccolo! Chissà chi gliel’aveva rifilato… rido come un matto, non riesco a trattenermi, mi copro la bocca come se stessi sbadigliando e quando la famiglia scende li saluto con un gran sorriso. Peccato, avrei passato delle ore felici in loro compagnia.
Poi dormo, poi arriva l’alba. Si vede una palla arancione sopra ad una striscia di nebbia che sovrasta una foresta di palme e banani. Il sole fa tutti i giorni la sua porca figura!
Dopo un’altra ora di sonno abbiamo abbandonato il Kerala e siamo entrati nel Tamil Nadu. Alle backwaters ed alla foresta si sono sostituiti i campi coltivati ed una sorta di savana. Non mancano di tanto in tanto le risaie. Anche le architetture delle case sembrano diverse: scomparsi i tetti spioventi, gli edifici hanno forme composite, con i volumi che si incastrano a formare blocchi quasi cubici. Come prima, ogni casa ha un colore diverso: è bello, questo paesaggio variopinto, mette allegria.
Il vagone con l’aria condizionata se lo possono permettere in pochi, per parecchie ore non arriva nessuno. A Madurai sale una coppia molto giovane con un neonato. Si siedono nel nostro scompartimento, sulla branda trasversale al di là del corridoio e si occupano per lo più del marmocchio. Questo però dopo aver mangiato non riesce ad addormentarsi. Franci nel frattempo si è svegliata. Ci chiedono il permesso di predisporre una culla dalla nostra parte. Acconsentiamo senza aver capito bene e stiamo a guardare. Il papà estrae un nastro di tessuto di almeno tre metri e ne annoda le estremità alle brande sopra le nostra teste, realizzando una sorta di piccola amaca. Il bimbo non viene adagiato longitudinalmente, come si sdraierebbe un adulto, ma trasversalmente, pancia e faccia verso il basso. Poi la madre prende i due capi del nastro, li stringe saldamente e comincia a far oscillare con molta energia il bambino. Dalla nostra posizione vediamo questo corpicino tutto avvolto nel nastro fare su e giù come dovesse essere catapultato fuori dal finestrino. Rimaniamo a bocca aperta dallo stupore, eppure il bimbo smette immediatamente di piangere e dopo pochi minuti si riaddormenta.
Tocca a noi scendere: abbiamo raggiunto Trichy (Tiruchirapalli) in dieci ore e mezza, con trenta minuti di anticipo!

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