Trivandrum, 11.1.2015 – pomeriggio

donne museoAnche il museo Napier, all’interno dello stesso parco, merita una visita per le statue in bronzo delle divinità indiane e per delle marionette in pelle usate nel gioco delle ombre sull’sola di Giava.
Usciti dal museo ci sdraiamo nell’erba e, come già successo a Kochi, alcuni ragazzi si avvicinano chiedendo di potersi fare delle foto con noi. Questi si spingono oltre e ci fanno un sacco di complimenti definendoci “beautiful”. Che dei ventenni trovino beautiful due quarantenni tra l’altro normali mi sembra una cosa stranissima, mi piacerebbe capire, ma non me la sento di fare domande e ricambio soltanto i complimenti. Uno di loro capisce il mio stupore e spiega: “you see, in the picture there are six black faces and two white…”. Vorrei dirgli che è lo stesso, che in Italia la gente paga per abbronzarsi, che loro indossano scarpe da ginnastica occidentali troppo calde per quel clima e che io vado in giro in ciabatte da quando sono arrivato, come è usanza dalle loro parti, ma come al solito sto zitto e lascio che scattino tutte le foto che vogliono. Qualche giorno fa Franci mi ha fatto notare che le pubblicità sui cartelloni presentano soggetti sempre di carnagione molto chiara, anche quando i lineamenti sono palesemente indiani. Sono stupidi anche loro quanto noi.
Tornando, il centro massaggi in cui abbiamo pernottato le ultime due notti non accetta la carta di credito e siamo in piena crisi di liquidità. Usciamo di nuovo e ci facciamo tutta una via a piedi alla ricerca di un ATM che accetti le nostre tessere bancomat. Lungo la strada, in effetti, ci sono parecchie banche, ma ci mettiamo un po’ a trovare una che accetti l e nostre carte di debito “italofone”. Camminiamo, superando numerosi negozi e baracchini dove fanno il caffè. Sono quasi le 18, è l’ora degli aperitivi, molti uomini si affollano con i loro bicchieri in mano, chiacchierando. Arriva un giovane in apecar, frena di colpo e sgomma, come ogni giovane che si rispetti.
Rientrando, Franci si lascia incuriosire da un po’ di lucine, diamo un’occhiata a questa A.J. Hall che ci ha fatto da punto di riferimento con i tuktukisti in questi giorni, chiediamo cosa succede ad un ragazzo e, prima di aver capito, siamo due imbucati ad un matrimonio indu! Ci presentano allo sposo, ci danno un piatto, lo riempiono con le specialità del Kerala (stavolta si mangia bene, me lo sento) e ci fanno accomodare. Il salone con le pareti bianche e le luci al neon, la disposizione dei tavoli, la tristezza delle decorazioni in carta: tutto fa pensare ad una festa dell’oratorio più che ad un matrimonio indu. La sposa indossa però un bellissimo abito tradizionale color ottone, mentre lo sposo ha una giacca occidentale blu carta da zucchero e dei pantaloni scuri. Sono una bella coppia, costretti su quel palchetto a fare foto con tutti gli invitati. Conosciamo gli altri commensali al nostro tavolo, dei vicini di casa dello sposo. Il ragazzino seduto di fianco a me è molto spigliato e ad un certo punto mi coglie di sorpresa chiedendomi se può chiamarmi “uncle” o “brother”. Chiaramente, vista la differenza di età, scelgo “uncle”. Ci penso un attimo. È una visione del mondo che mi piace: considerare fratelli tutti i propri coetanei, nipoti tutti quelli più giovani e zii tutti quelli più vecchi. Poi mi domanda se sono un “believer” e come in altre occasioni qui in Kerala quasi mi spiace di dover dire di non essere credente. Mi sembra di deluderli. Avrebbero l’occasione per vedere un cattolico purosangue, un made in italy originale, non un surrogato come temo loro alle volte si sentano e invece, pensa che sfiga, si ritrovano fra i piedi due ateoni convinti. Per fortuna nessuno se la prende.
Prima di uscire sono d’obbligo le fotografie anche con noi. Franci è ok, indossa persino una maglia acquistata per un matrimonio e poi declassata a semplice indumento leggero, ma io faccio pena. Vesto OVS underwear bordò a maniche lunghe, braghe di tela arrotolate al ginocchio e ciabatte di plastica grigie dal primo giorno della vacanza. Che scandalo. Tolgo le ciabatte e mi faccio immortalare a piedi nudi. Salutiamo tutti, scrocchiamo ancora due caramelle e ce ne andiamo, risolto anche il problema della cena che negli ultimi giorni è stata per un motivo o per l’altro sempre piuttosto scarsa. A casa, saldo dell’affitto, valigia e letto. Domani sarà impegnativo.

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