Alappuzha, 9.1.2015

Ripresi da vomito e laringite (quasi), riparte il viaggio. La nostra destinazione è Thiruvananthapuram, Trivandrum per gli amici, e da casa pensavamo di poter arrivare fino a Kollam col ferry, lungo il canale maggiore delle back water. Ma già due giorni fa, prendendo informazioni scesi dall’autobus, abbiamo capito che non è possibile e che l’unico modo per raggiungere la capitale è il treno delle 14 e 30. Perciò ci rassegniamo ad un giro turistico di due ore delle backwaters, per godercele ancora un po’, per poi raggiungere la stazione ferroviaria. Purtroppo il giro con la barca privata coincide quasi completamente con il trasferimento Alleppey-Kottayam di quattro giorni fa. Io speravo invece che il tragitto prevedesse l’inoltrarsi nei canali via via più stretti. Fortunatamente, il barcaiolo ci mette del suo, permettendoci di visitare due villaggi costruiti lungo l’argine del canale ed addentrandosi per un certo tratto in un ramo secondario del sistema fluviale. A dir la verità, una delle due soste serve a lui per fare un salto a casa, come ci confessa molto candidamente attraccando ad un piccolo molo, ma a noi non dà fastidio. Seguiamo una signora che accompagna dei bambini, immaginiamo a scuola, e ci facciamo un po’ di amici fra gli abitanti. Un’altra signora ci invita a gesti ad entrare in casa sua, per offrirci qualcosa da bere. Purtroppo lo fa brandendo un machete, ma solo perché stava tagliando certi rampicanti dal muro di casa. Noi comunque rifiutiamo sorridendo, ci aspettano in barca!
Terminato il giro, paghiamo il barcaiolo che ci guarda con aria insoddisfatta. Secondo me si aspettava una mancia, mentre noi gli abbiamo dato il pattuito, secondo Franci no, sono io che faccio confusione con il linguaggio del corpo. Qui effettivamente scuotono la testa da sinistra a destra per dire sì ed in un paio di occasioni la cosa ci ha già fregato tipo che siamo usciti dal ristorante perché alla richiesta se potevamo mangiare il cameriere ci ha fatto segno di sì in quel modo strano che noi intendiamo no e poi ci ha inseguito fuori per convincerci ad entrare, non capendo tra l’altro la nostra reazione.
Barcaiolo soddisfatto o meno, ce ne andiamo in tuk-tuk in stazione e da lì raggiungiamo la spiaggia che Franci, quella che si orienta dei due, ricordava vicina. Molto bella la spiaggia, molto bello il mare, completamente deserti. Continuiamo a pensare che non sia usanza bagnarsi nell’acqua salata. Di sicuro nelle backwaters abbiamo visto un sacco di persone farsi il bagno. Lo fanno vestiti, uomini e donne, si immergono completamente nell’acqua e poi, soprattutto le donne, dedicano parecchie attenzioni ai capelli, sempre lunghissimi.
Sulla spiaggia troviamo il ristorante di un residence, ci sediamo ed il cameriere ci suggerisce il piatto del giorno: fish and chips. Non esultiamo all’idea, ma abbiamo poco tempo e prendiamo quello. Il cameriere ci avverte che ci vorrà mezz’ora. Alla faccia del piatto del giorno! Gli spieghiamo che perderemmo il treno e che perciò dobbiamo scegliere qualcosa d’altro o andarcene. Sparisce e ritorna dopo un minuto dicendo che è tutto a posto e che possiamo rimanere. Oltre a noi c’è un’altra coppia di inglesi. Il cameriere arriva dopo altri cinque minuti con due piatti di pesce fritto bruciacchiato. Chissà se avesse avuto l’intera mezz’ora a disposizione come l’avrebbe carbonizzato! Lo spazzoliamo in un istante e siamo di nuovo in strada. Stavolta prendiamo un tuk-tuk per arrivare in stazione. Io sono fradicio di sudore e forse pagherò la cosa con una ricaduta del mal di gola.
Arriviamo in stazione con un po’ di anticipo ed aspettiamo seduti su due sedie di metallo all’ombra. Presto ci facciamo un nuovo amico: David Roy. Si è seduto di fianco a noi ed ha cominciato ad osservarmi scrivere. Stanco di essere sotto la lente di ingrandimento mi sono girato e l’ho salutato. Parliamo per una buona mezz’ora delle diverse lingue parlate in India e di come i nomi delle persone dipendano dalla loro religione. Fino ad ora abbiamo incontrato dei Thomas, dei Joseph, dei Joy ed abbiamo sempre pensato che con noi usassero nomi occidentali per semplificarci la vita, ma a ben vedere ha ragione David: si trattava in ogni caso di cattolici, in Kerala sono una comunità molto numerosa, e quindi portano come noi nomi di santi della tradizione romana.
Prende anche lui il treno per Trivandrum, ma non nelle carrozze sleeper come noi, in seconda classe. L’idea di essere privilegiati scompare nel momento stesso in cui saliamo sul treno. Le carrozze sleeper sembrano celle: scure, di un blu sporco, con le sbarre alle finestre ed otto brande, sei trasversali al senso di marcia, tre da una parte e tre dall’altra, la branda centrale sospesa tramite due catene agganciate a quella superiore ed altre due brande longitudinali, una sopra l’altra, al di là del corridoio. Per lo più troviamo una persona sdraiata in ogni branda oppure, in alcuni casi, reclinata la branda centrale a fare da schienale, tre o quattro persone sedute. Celle, appunto, senza un posto a disposizione. Sguardi che mi sembrano persino ostili, ma è di sicuro una mia suggestione. Proseguiamo alla ricerca di una carrozza meno affollata. La troviamo. Siamo persino di fianco al finestrino. Il viaggio si fa subito confortevole ed il paesaggio, risaie e backwaters, è magnifico come sempre.
In cabina poca conversazione. La signora che ho di fronte vuole solo dormire ed il suo bellissimo figlio, sdraiato di là dal corridoio, alterna il cellulare al paesaggio, con una evidente predilezione per il primo. Chissà se anche il suo matrimonio verrà combinato?

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