Alappuzha, 8.1.2015 – sera

In serata, sia io che Franci stiamo abbastanza bene da permetterci di uscire e andare in farmacia. Lei prende dei fermenti lattici per rimettere in sesto l’intestino, io delle caramelle per la gola. Il farmacista si presenta con un blister di fermenti lattici ed un enorme barattolo arancione che mi ricorda quello degli integratori alimentari per palestrati. Da bravo occidentale, credo che me lo voglia vendere tutto e protesto. Il farmacista mi guarda come se fossi un alieno, estrae una stringa di cinque caramelle e mi propone solo quelle. Cinque per me non sono sufficienti di sicuro e ne chiedo il doppio, anche se so che nemmeno dieci basteranno a farmi passare il mal di gola. Paghiamo e ce ne andiamo, ridacchiando per quella mia gaffe così yankee.
Nessuno dei due ha voglia di tornare nel B&B, siamo rimasti in camera tutto il giorno e ci permettiamo due passi in città. Le strade sono quelle che ci si immagina: dissestate, senza marciapiede, con la fogna aperta che corre lungo i bordi, auto e motorini parcheggiati ovunque e quelli in movimento che si intrecciano in entrambe le direzioni, sempre ad un soffio dal frontale. Fra una bancarella che vende frutta, un tempio indu con la tipica forma a tronco di piramide e le mille statue colorate all’esterno ed una gioielleria, troviamo un negozio di abiti dove mi compro un paio di pantaloni che mi sembrano eleganti. Al ritorno a casa giudicherò sulla base delle facce della gente.
Usciti dal negozio, entriamo nel ristorante di un albergo. Non ci sembra un gran ché, ma in giro quasi non c’è alternativa. Io consumo una cena da due soldi mentre Franci mi guarda, troppo indisposta per mettere altro masala nello stomaco. Gli unici altri clienti sono una famiglia intenta a mangiarsi un gelato immersa in un silenzio così tetro da mettere tristezza.
Al ritorno, facciamo in tempo a visitare un tempio e ricevere il nostro primo terzo occhio da parte di un santone con lunghi capelli bianchi, come da copione. Anche di fianco al nostro B&B c’è un tempio, ma lì nessuno celebra rituali, sono tutti indaffarati a ridipingere il tetto e lo steccato in vista di una festa che si terrà il 31. Passando li salutiamo e due di loro ci invitano ad entrare e ci mostrano tutti i tempietti disseminati sul percorso. I due uomini hanno un inglese stentato e delle bocche sdentate, cosa che rende più difficile la comprensione. Prima di uscire ci presentano le loro figlie, due belle bambine ciascuno fra i sei ed i dieci anni. Poi uno dei due uomini mi chiede che lavoro faccio (me lo chiedono in molti) e se guadagno tanti soldi (è il primo). Devo ammettere di sì, sarebbe ridicolo sostenere il contrario. Quando ci allontaniamo, una delle bambine ci segue per chiederci una penna, poi delle rupie, poi qualsiasi cosa abbiamo nella borsa. Mi fa molta pena. Il cambio euro rupie ci rende immensamente ricchi, questa cosa non mela levo dalla testa. Forse i sedicenti economisti che predicano l’uscita dall’euro dovrebbero farsi un giro da queste parti, tanto per vedere se vale la pena svalutare la moneta per incrementare l’export e rinunciare ai servizi di base per pagare meno tasse.

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