Cumily, 5.1.2015 – pomeriggio

Per il resto, Cumily è un mercato di spezie, frutta secca, cioccolato e banane fritte salate. La gente che affolla le strade ne acquista una quantità incredibile, non riusciamo a capire se ne facciano un consumo smodato o se si tratti di commessi degli alberghi che stanno rifornendo le mense per la colazione del mattino. Poi ci vengono in mente gli scaffali di patatine larghi tutta la parete che si trovano nei nostri supermercati ed accettiamo di buon grado che qui la gente sia ghiotta di bananine fritte. Ce n’è una quantità tale che è il giallo il colore predominante di tutta la via principale. Ci siamo arrivati attraverso un lungo giro in una zona residenziale tranquilla, dopo aver cercato di intrufolarci nel parco del Periyar attraverso una stradina di campagna. Ci hanno naturalmente fermati. È difficile poter farsi un giro per gli affari propri, in India. C’è sempre qualcuno che ti vede, se non proprio ti controlla. Comunque il sole era al tramonto, non saremmo andati lontano. Entreremo domani nel parco.

La via principale attraversa tutto il paese ed è incrociata da alcune strade che portano in aperta campagna. Ne imbocchiamo una e ci rendiamo conto che solo la via principale è illuminata. Le persone qui sembrano non farci caso. Le strade buie sono altrettanto affollate e non manca di certo l’attività, né mancano i negozi e le bancarelle. Solo non c’è spazio qui per i prodotti artigianali destinati ai turisti. Di occidentali a ben vedere ci siamo solo noi. I turisti stanno tutti a Tekkady, dove effettivamente anche noi pernottiamo, a neanche un chilometro di distanza che percorriamo a piedi, grazie alle indicazioni di uno strano individuo alto e distinto fermo ad un angolo della strada buia. Prima di rientrare in albergo, facciamo quattro chiacchiere con un negoziante di abiti: ci chiede dell’Italia, della crisi. Gli rifilo i soliti luoghi comuni, pronosticando dieci anni prima della ripresa. Loro sono invece molto ottimisti, sentono che possono farcela. Noi eravamo così negli anni ’50, credo. Aggi siamo solo capaci di avere paura e piangerci addosso. Peccato che la nostra crisi sia un paradiso se confrontato alla loro crescita.

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